Vogliamo un Paese normale

Il 2018 si aprirà con una lunga campagna elettorale e la garanzia di una pensione per molti dipendenti parlamentari, mentre qui a due passi da me chiude l’ennesima bottega artigiana. Questa è l’Italia, un insieme di maledetti errori e incapacità da sfinimento; un paese che è paralizzato dalle lotte intestine di chi intende la politica come un’interminabile partita al pallone e da una società civile disonorevole. Mentre gli altri paesi emergono dalla crisi con riforme forti e consistenti, noi arranchiamo tra una campagna elettorale e un’altra.

Come si può avere il coraggio di parlare di crescita mentre stiamo marcendo tra i rifiuti e gli errori in un pantano burocratico da film dell’orrore? Si lavora male, ancor peggio si sopravvive; gli unici a stare bene sono i fannulloni e i parlamentari vitalizzati, i furbetti e quel nido di protetti sotto il tetto del pubblico impiego, gli altri trovano rifugio chiudendo la aziende o traslocando all’estero. Quel poco di società che rimane ancora sana vorrebbe un paese normale, vorrebbe poter lavorare per vivere e non per arricchire chi non lo merita. È inutile votare se poi non si può governare, inutile se non si arriverà a riformare alla base un sistema che non regge più.

Il futuro si fa ancora più incerto se queste elezioni si rivelassero inutili, se per la milionesima volta si uscisse dalle urne con un nulla di fatto e con i soliti individui che si contenderanno le poltrone. Oggi manca la sensibilità e quel briciolo di onestà che fa guardare negli occhi la realtà, una realtà che hanno fatto crescere un errore dopo l’altro nel nome della libertà e del progresso dentro una discarica di rinuncia e di inganno. Non è servito il tempo e la storia per cancellare la tirannia, non sono serviti i pianti dei bambini, né la decadenza dei valori a sensibilizzare l’anima del potere. Quello che ci aspetta è ancora una volta una lunga e interminabile degradazione che considera la vita di chi verrà dopo di noi irrilevante.

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