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Embraco, il lavoro è un valore

I giorni invernali che si sono succeduti opachi uno dopo l’altro davanti ai cancelli della Embraco presso Riva di Chieri sono stati freddi, umidi e grigi come l’umore dei 537 lavoratori, sospesi tra una flebile speranza di reintegro e l’attesa di un licenziamento che aveva il sapore di una condanna definitiva; definitiva perché, aldilà di temporanei supporti al reddito, la maggior parte di loro tra i 40 ed i 50 anni non sa dove cercare un altro impiego che permetta di mantenere se stessi e la famiglia e come collocarsi, in un mercato sempre più esigente e qualificato.

I lavoratori, nell’esercizio della protesta, tra dicembre e gennaio, si sono riscaldati, nelle ore più rigide con un fungo termico all’interno di un gazebo ma il calore più intenso è arrivato loro da quel sentimento di solidarietà di un destino comune. Quando li ho ascoltati, in due occasioni, mi hanno colpito l’amarezza e la stanchezza che hanno colorato i loro vissuti più della rabbia; erano spossati ma hanno resistito; hanno mantenuto quotidianamente il presidio da ottobre 2017 fino all’11 gennaio 2018 anche nel giorno di passaggio dal vecchio al nuovo anno.

Le istituzioni, attraverso la presenza fisica degli amministratori, i fondi economici, l’apertura di tavoli di confronto, si sono attivate, sopratutto quelle locali (i comuni di provenienza dei lavoratori), dove il punto di ricaduta di licenziamenti di massa sul territorio avrebbe l’effetto di uno tsunami, creando povertà economiche ed umane e marginalità. La proprietà è stata invisibile e silente, a lungo evitando il confronto più volte sollecitato dalle istituzioni locali: si è limitata a dichiarare che per il giorno 15 gennaio tutti e tre i turni erano stati fissati per tutti i dipendenti.

A Roma, il tavolo di negoziazione tra Calenda e la proprietà, avvenuto in data 12 gennaio ha condotto a due proposte: il ritiro delle procedure di licenziamento (a cui fermamente l’azienda si oppone; proposta che verrà dettagliata nel prossimo incontro di febbraio) e la reindustrializzazione del sito con altra società; l’azienda mette anche a disposizione un fondo cospicuo da integrare con il contributo ministeriale affinché si trovi un interlocutore terzo che subentri all’azienda.

Fin qui è stata descritta la dolorosa via crucis della resistenza dei dipendenti alla chiusura dell’azienda in attesa della scrittura di nuove pagine. Questi numeri così importanti (537 lavoratori concentrati in un’area territoriale circoscritta) che portano il nome di altrettante storie personali, impongono però una riflessione super partes e di più ampio respiro su quello che è il tema lavoro di cui le politiche industriali sono il nucleo fondante.

Il caso Embraco non è isolato ma si colloca in un panorama nazionale dove le multinazionali (vedasi ad esempio la ex Fiat), dopo aver beneficiato per anni di risorse statali (quindi pubbliche, di cui parte provenienti da questi stessi cittadini lavoratori, che poi vengono espulsi dalle aziende) decidono di delocalizzare.

Ma torniamo per un attimo al caso specifico. Che cosa giova alla proprietà delocalizzare, forse in un paese dell’Est Europa? Un risparmio netto e marcato sul costo del lavoro è la risposta, nonostante una produttività eccellente ed un prodotto altamente qualificato sul mercato. Ad una risposta così razionale diventa difficile controproporre in modo asettico, restando sul piano strettamente economico, perché non è obiettivo di chi gestisce capitali e profitti milionari e miliardari tutelare la dimensione umana, sociale. In una società globalizzata dove l’economia e la finanza dominano incontrastate, a chi spetta quindi la tutela del lavoro, inteso non solamente come “posto” strutturato che garantisce una regolarità di entrate al singolo o alla famiglia, ma come strumento per autodeterminarsi e condurre una vita dignitosa? (non si perde solo un posto di lavoro ma anche scatti di anzianità, premi di presenza). La risposta è spontanea: ai governi, che si reggono sulla circolazione dell’economia e hanno responsabilità verso quei cittadini perché, mentre per una multinazionale un lavoratore è solo un numero che rende oppure no, per lo Stato quel lavoratore paga le tasse quindi è fonte di entrate ed è cittadino, quindi gode di diritti ed in caso di depressione economica, deve essere sostenuto dal welfare.

In ultima analisi, quali misure può adottare lo stato per tutelare il lavoro? Nell’emergenza ammortizzatori sociali come la cassa integrazione e fondi di salvaguardia sui quali però è necessario un monitoraggio costante negli anni (la multinazionale dovrebbe rispondere sistematicamente allo stato delle risorse allocate per rilanciare un progetto industriale a rischio fallimento); a livello preventivo deve diventare polo di attrazione per gli investitori ma questa è la nuova sfida.

In conclusione, ritornando al caso Embraco, vorrei focalizzare l’attenzione su un punto: perché in Europa, tra paesi membri, ancora esistono differenze significative nel costo del lavoro soprattutto tra area occidentale ed area orientale? Forse oltre ad una moneta comune, assai importante, ed ad una difesa comune dobbiamo iniziare a pensare a politiche economiche e del lavoro comunitarie.

*Manuela Checchetto, consigliera Pd del Comune di Chieri

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