La “civiltà” della morte

Caro Direttore,
nella triste vicenda della morte del piccolo Alfie Evans, che denuncia una concezione del “potere” dello Stato che decide sulla vita che è semplicemente ed umanamente “insopportabile” , ciò che mi ha più colpito è stata la “motivazione” data dal giudice Hayden e dai suoi accoliti (medici e Corte Europea dei Diritto Umani compresi) e cioè che staccare il respiratore al povero Alfie è “nel suo miglior interesse”….come se costoro avessero una idea chiara di qual è l’interesse ultimo di un essere umano!

Per qualsiasi uomo degno di questo nome, è oggettivo riconoscere che, fede o non fede, le si chiami Dio o madre natura, le forze “naturali” sono infinitamente più potenti di quelle umane e quindi, a maggior ragione, e’ impressionante rendersi conto di come l’uomo di oggi abbia completamente smarrito il senso del proprio limite.

Un giudice che in nome del popolo britannico (che ancora mantiene nel suo inno un chiaro riferimento trascendente nel  “God save the Queen” ) si erge a giudice ultimo sulla vita di chicchessia come  atteggiamento di superiorità ultima, ha una mentalità che in fondo  non è così distante dalle ideologie che hanno spinto nel secolo scorso l’umanità verso il baratro.

Un plauso comunque oltre che al Papa ed al Vaticano anche al Governo Italiano che in tempo record ha concesso la cittadinanza italiana al piccolo.

Mi chiedo però perché, in quanto cittadino italiano, non si è usata tutta la determinazione attraverso i canali diplomatici ed oltre, per prelevare e portare il piccolo Alfie in Italia ma si è dovuta subire la insopportabile arroganza di giudici e medici…

Più che “God save the Queen” bisogna augurarsi soprattutto che “God save the Europe”…Dio salvi l’Europa… arrivati a questo punto penso sia l’unica speranza reale in cui credere…

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1 Commenti

  1. avatar-4
    13:16 Martedì 01 Maggio 2018 silvioviale Orgogliosamente disinformati.

    E’ incredibile come si ometta che un cervello devastato al 70percent. in un contesto evolutivo, come quello di un bambino di due anni, non sua voce ha malattia, ma una condizione di non esistenza, se non anagrafica. Che i bambini, quando non possono esprimere una propria opinione, siano comunque titolari di diritti propri, e non proprietà dei genitori, è un principio anche del nostro ordinamento giuridico. La desistenza terapeutica neonatale si fa anche in Italia.

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