Centrosinistra da ricostruire

L’incertezza sugli esiti dell’impasse post-elettorale resta altissima ma per una riflessione vera da parte della sinistra non è più tempo di rinvii. La sconfitta subita non ha precedenti. Per la sinistra nel suo complesso quello delle ultime politiche è il dato peggiore nella storia dell’Italia repubblicana. E subito dopo sono venuti i responsi, largamente negativi, delle regionali in Molise e Friuli. Molte ragioni del risultato sono incise nell’ultima stagione ma non sono solo legate alla cronaca e agli errori gravissimi del quinquennio che ci sta alle spalle. La sconfitta ha radici che affondano più lontano. Almeno negli ultimi dieci anni – l’intero arco di vita del Pd e di un centrosinistra affannato – e probabilmente anche da prima. Questo risultato interroga l’intera classe dirigente del centrosinistra. Il partito più grande, in primis. L’azione dei governi che si sono succeduti. I cosiddetti “padri nobili”, le minoranze di varia natura, i processi di aggregazione della sinistra, la crisi di rappresentanza sociale e politica della “gauche”nei confronti del suo popolo. Una crisi che non risparmia nessuno, alla luce delle percentuali finali: è l’intero centrosinistra a raccogliere pochissimo.

Le responsabilità sono certamente diverse. C’era chi ha comandato – e continua in qualche modo a farlo - e chi no. Se si guarda al Pd, c'è chi ha sempre applaudito Renzi e chi non l’ha mai fatto. Chi ha chiesto di cambiare per tempo politica e passo, e chi no. Ma poiché la sinistra rischia di dileguarsi, di diventare nei fatti e non a parole "minoritaria",il ragionamento della rifondazione del centrosinistra riguarda tutti. Con molta umiltà e altrettanta determinazione è il tempo di una svolta. Abbagli, limiti, errori gravi del progetto del Pd hanno accentuato negli ultimi anni una regressione evidente. Chi l’ha osteggiata, come chi scrive, si è battuto contro e a un certo punto si è fatto da parte, senza clamori e senza sputare veleno.

Una scelta fatta prima che tanti altri imboccassero strade diverse. La sinistra però non ha perso a causa di una singola riforma venuta male o di politiche contingenti sbagliate. Ha perso per molte vie. Una è il declino rovinoso delle soluzioni che si sono elaborate e offerte nell’ultimo quarto di secolo. Si perde per l’incapacità di restituire ai valori spesso proclamati – uguaglianza e dignità, in primo luogo – un rapporto vero e saldo con i bisogni della parte più fragile della società. E si perde anche per un lungo vuoto di identità e di senso, al di là delle belle parole. Ha ragione Gianni Cuperlo quando sostiene che “pensare che l’aridità degli statuti potesse colmare il venir meno di una appartenenza fondata su simboli e culture è stata una illusione drammatica. Si è buttata a mare la sola cosa che andava rifondata: un pensiero attrezzato sulla società, l’economia, gli interessi”. E così si è dato spazio all’idea dell'uomo solo al comando, del principio di fedeltà al leader mettendo lealtà e franchezza, dissenso e proposta nel novero delle “gufate” che portano sfiga. Così si è associato il concetto di “comando” a quello di modernità.

Una parabola accentuata da Renzi ma non immune nemmeno a chi l’ha preceduto pur con diversi profili e imparagonabili qualità, uno stile del tutto diverso e una collegialità che negli ultimi anni è stata ignorata. Ma, ad essere sinceri, nella sostanza, lo schema imposto non è poi stato così radicalmente differente. Ed è questo schema che va rovesciato per rialzarsi dalla sconfitta, ripensando prospettive e ruoli. In questi anni quello che è stato chiamato il “renzismo” (la combinazione della personalità e della politica di Matteo Renzi e del suo gruppo dirigente) è stato un disegno politico. Un’impostazione dalla quale, fin dall'inizio, ho manifestato le mie ragioni di distanza e di critica. Ma non vi è dubbio che fosse una strategia che puntava a governare una nuova fase dello sviluppo del Paese. Quel disegno è prevalso prima, in forme travolgenti, dentro il Pd, poi, per un tratto breve, anche fuori. Non si capirebbero i plebisciti all’allora segretario e i risultati elettorali. E ha prevalso anche perché – va detto con onestà – chi dissentiva non ha saputo contrapporre a quel disegno una vera alternativa. Né dentro il Pd, né fuori da lì. Poi è arrivata la doccia legata del 4 marzo.

Quel disegno è stato sconfitto perché non ha saputo convincere una parte larghissima del Paese e dell’elettorato stesso della sinistra. Il ricambio necessario di una leadership e una classe dirigente a sinistra non è solo il frutto di un risultato deludente nelle urne. È semmai la risposta dovuta a quel giudizio politico e la necessaria costruzione di un’alternativa. Non ci si può illudere che dalla crisi si possa uscire con il mondo di prima. Servono analisi e proposte in larga misura sconosciute. Bisognerà rifondare una teoria e una pratica. Programmi, alleanze sociali, riferimenti culturali di un pensiero di progresso. Vale ovunque e a maggior ragione a Torino e in Piemonte, dove spesso la sinistra è stata anticipatrice di scelte e stagioni di respiro più grande. Tocca al Pd a tutti gli altri, dimostrare che il declino può non essere un destino e che c’è un futuro per chi vuole ricostruire un campo del centrosinistra con l’ambizione di governare e contribuire a migliorare la società e la vita dei cittadini.

*Marco Travaglini, già dirigente della sinistra piemontese

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