È l’ora di Chiara e Sergio

Gentile Direttore,
qualche giorno fa ho scritto con Giorgio Laguzzi, giovane iscritto al PD che studia e insegna Matematica  all’Università di Friburgo, un articolo sulla necessità di aprire un confronto con il Mov5Stelle su alcuni temi che caratterizzano il pensiero socialdemocratico, in Italia e in Europa. Articolo oggi apparentemente superato dagli eventi. Nello stesso articolo ci siamo posti anche  il problema delle vicine elezioni regionali in Piemonte. Che ci sia un asse Appendino – Chiamparino è un fatto, sia sulle questioni culturali che sulle vicende relative alle politiche di trasporto pubblico, e anche sulla sanità i punti contatto sembrano non mancare. Ora, i casi sono due. Se così è non si capisce come mai non si possa sviluppare un dialogo più strutturato e finalizzato ad una visione discussa e in buona parte condivisa sul modello di sviluppo da adottare per tutta l’area regionale. Se non è così allora è chiaro che la periferia dell’Impero deve prendere atto ancora una volta che qualunque cosa capiti nella dimensione politica, sociale ed economica del Piemonte prevale sempre l’interesse di Torino, distante mille miglia dai bisogni dei territori periferici. Noi preferiremmo la prima ipotesi, proprio per poter discutere di sviluppo delle aree a rischio deserto urbano, sempre più ampie nel nostro quadro regionale. La presentazione di Torino Atlas avvenuta la scorsa settimana alla Cavallerizza Reale preoccupa, non poco. Continua una visione di Torino che non sa o non vuole essere né Capoluogo di Regione né grande centro urbano di riferimento europeo. Ho assistito ad un dibattito sull’area metropolitana torinese che ha escluso completamente l’ipotesi di un capoluogo capace di essere attore trainante della rete regionale. Chiediamo chiarezza. Chiamparino e Appendino hanno l’occasione di essere protagonisti di un cambio di prospettiva, con 5 Stelle e il PD. Prospettiva interessante. Se invece siamo sempre di fronte all’autocelebrazione del provincialismo metropolitano torinese, beh, possiamo vivere senza.

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A ben vedere, dovrebbe essere un problema soprattutto per il Movimento 5 Stelle l’apertura al Partito Democratico per la verifica sulla possibilità di sostenere un Governo, ma invece sembra esserlo soprattutto per il PD.

Nei vari scenari che il teatro politico di queste settimane sta offrendo, impazzano pressoché tutte le offerte possibili per gli interessati spettatori. Noi auspicheremmo un tavolo di discussione tra M5S e PD, e che noi del Partito Democratico iniziassimo a valutare le reali distanze politiche che separano i due gruppi politici in prospettiva. Forse infatti andrebbe iniziare a considerare seriamente, da parte di entrambi gli attori in gioco, che esiste una formazione politica, forte e in fase fortemente espansiva, che governa molte regioni del Nord, e che insieme rappresenta comunque la maggioranza relativa, che si chiama centro-destra, guidato da Matteo Salvini, e con la regia di Silvio Berlusconi. Attendere uno sfaldamento di quel campo, specie appunto in una fase così espansiva e di ritorno al successo per loro, sarebbe probabilmente velleitario. Ed inoltre, continuare a flirtare con la componente di Silvio Berlusconi, potrebbe significare un ulteriore svuotamento del Partito Democratico, sia in termini di valori, sia in termini elettorali.

C’è chi sostiene che, per il Partito Democratico, l’opzione tavolo “M5S-PD” potrebbe accreditare il M5S come un partito riformista e di centro-sinistra, con conseguente ulteriore travaso di voti verso i pentastellati. Onestamente noi riteniamo invece che sottrarsi al confronto, per una discussione che mettesse al centro punti di programma e contenuti su temi assolutamente nelle corde del PD (come diseguaglianze e diritti sociali) sarebbe, questo sì, un errore madornale, che ci farebbe passare come un partito ulteriormente arroccato su sé stesso. Specie inoltre se il sottrarsi a tale confronto coincidesse con un ritorno al dialogo più o meno velato col centro-destra, per escludere l’interlocutore a 5 stelle.

La discussione può articolarsi su due livelli, uno interno ed uno esterno al PD.

Sul versante interno, per prima cosa, bisognerebbe individuare i motivi per i quali molti voti sono passati al M5S, e una parte persino verso la Lega, già nelle ultime tornate elettorali e, successivamente, cercare di mettere in campo una strategia politica. A riguardo ci sono molte ipotesi dalle quali partire, ma sulle quali non ci possiamo soffermare in questo breve spazio (logoramento da attività di Governo, crisi economica, errori nella comunicazione, eccessivo isolamento politico del partito, visione delle politiche economiche stile “terza via blairiana” superate da almeno una decina di anni).

Sul versante esterno, se davvero il PD riuscisse a spostare su posizioni riformiste il M5S, allora dovremmo salutare questa cosa come un eccezionale traguardo, altro che averne paura. Riuscire infatti (come in parte sta già accadendo) a vedere il M5S prendere posizioni maggiormente europeiste, mantenendo però quello spirito critico e di forte volontà riformatrice (che sono stati propri anche del PD), sarebbe un ottimo risultato. Declinare il reddito di cittadinanza in una forma di potenziamento del REI, mettendo maggiori risorse a disposizione sarebbe un altro straordinario risultato. Riuscire a lavorare congiuntamente per far rispettare anche agli altri Paesi europei, più reticenti, i trattati e gli accordi per la equa ripartizione dei rifugiati, sarebbe un altro ottimo obiettivo da raggiungere. Riuscire a portare a compimento uno ius culturae(chiamandolo appunto col suo vero nome, per evitare i fraintendimenti che altri avversari politici immediatamente utilizzerebbero per fare facile propaganda), discutere sulla step child adoption, su ulteriori passi avanti sul tema del biotestamento, sarebbero ottimi risultati in termini di diritti civili. Portare avanti una seria progettazione di green economy e di mobilità sostenibile, sarebbe un ottimo risultato. Discutere sulle nuove politiche economiche da adottare, con un confronto tra economisti di ottimo livello, come Andrea Roventini (economista neokeynesiano in quota M5S) e i nostri Fabrizio Barca e/o Tommaso Nannicini, sarebbe un ottimo risultato. Ed anche portare la discussione sui diritti sociali e sulla previdenza, cercando di uscire dal dualismo Jobs Act sì/Jobs Act no, legge Fornero sì/legge Fornero no.

Siamo un partito progressista e riformista che, per sua intrinseca natura, non può e non deve trincerarsi dietro l’ideologia dell’eterno ieri. Infatti, a fronte dell’evolversi delle dinamiche economiche internazionali riteniamo che sia nostro compito mettere in campo strategie e modelli diversi che salvaguardino i diritti sociali. Detto ciò, ci chiediamo perché non collaborare con il Movimento per giustapporre alla “flexibility” del Job Act una più  rassicurante “security”, così come accade già nelle socialdemocrazie scandinave? Per non parlare dell’istituzione di un salario minimo – presente nelle democrazie anglosassoni da tempo – che è stato uno dei temi rispetto al quale i pentastellati ci hanno sottratto ¼ del consenso.

La polarizzazione sui temi va bene per la campagna elettorale, ma passata la “battaglia”, in una repubblica parlamentare incentrata su un sistema proporzionale, venuto fuori da una legge da noi ideata, bisogna discutere nel merito delle riforme. La legge Fornero ha palesato dei limiti che si possono migliorare. Lo stesso dicasi per il Jobs Act. E questo non vuol dire disconoscere tutto ciò che di buono è stato avviato, ma semplicemente fare ciò che i veri riformisti e progressisti fanno: individuare un’idea di società e poi cercare di portare avanti quelle riforme necessarie, con modifiche durante il percorso stesso.

Su tutti questi punti, ammettiamolo onestamente, potrebbe esserci eccome un dialogo. Magari alcuni più vicini al PD, altri al M5S. E se dal dialogo verranno fuori buoni spunti su questi temi, riterremmo assurdo non considerare ciò come un buon risultato, per il Paese, per il PD e per i nostri elettori. Perché se sapremo portare dei risultati concreti per migliorare la situazione economica in cui versano molte famiglie, e sapremo comunicare bene un accordo del genere, allora quell’emorragia di voti (in atto da molti anni) potrebbe arrestarsi. Ma se temessimo che il dialogo col M5S ci possa portare all’implosione, allora dimostreremmo palesemente una debolezza a dir poco imbarazzante. La vera posizione di un partito, di un partito riformista forte dei propri principi, non può essere di temere una trattativa con un movimento con una ideologia abbastanza neonata e ancora in fase di definizione. Ma al contrario dovrebbe essere quella di portare al tavolo di trattativa la propria forza sui contenuti e sulla visione della società.

Intanto il PD avrebbe benissimo il tempo di continuare il suo processo di “rigenerazione”. Non necessariamente impegnandosi in prima linea in una azione di Governo, ma anche soltanto “vigilando” e dando il proprio appoggio parlamentare sui punti accordati. Al nostro interno, fase costituente dovrà essere, a prescindere dalla posizione nelle istituzioni, per definire confini e contenuti del corso post Renzi. Potenziamento delle politiche contro la povertà, forte dialettica con l’Europa per uscire dalla spaccatura Mediterraneo/Centronord del continente, eventualmente capire quale sistema elettorale e quale strategia politica si vuole adottare: ce n’è abbastanza per fare un paio di anni ben fatti e poi verificare le condizioni del patto. Chiaro che se accordo deve essere, anche se a tempo, ci vogliono maturità e reciproca soddisfazione. Sia nella dimensione del M5S che in quella del PD esistono personalità in grado di scrivere un accordo buono sia per gli interessi degli italiani che per la necessaria opposizione ad un eccesso di nocive politiche di austerity. Il modo migliore per battersi contro chi si permette, come Orban, di definirsi senza vergogna democratico illiberale. Qui si tratta di capire se a prevalere devono essere gli interessi partitici di breve periodo o se a prevalere devono essere gli interessi strategici nazionali ed europei di medio-lungo periodo. Senza escludere che una scelta matura possa far coincidere i due approcci.

In aggiunta, sottolineiamo che questo discorso vale anche per la Regione. Di fronte ad una donna come la Appendino che ha il coraggio di riformare le regole locali con un indirizzo fortemente progressista, di fronte ad una visione che su sanità e trasporti ha molti punti in Comune, di fronte alla necessità di riscrivere un modello di sviluppo dell’area piemontese schiacciata dalla strapotenza di Milano e dall’isolazionismo di Torino, non è il caso di iniziare a discutere di programmi per cercare eventuali convergenze politiche e territoriali? O pensiamo sia corretto lasciare spazio ai nazionalismi sul piano nazionale ed europeo da un lato e dall’altro a chi il Piemonte lo ha già destrutturato rovinando sanità e sistema dei trasporti? Noi siamo diversi dal Mov5Stelle e dal centrodestra, tanto da Lega quanto da Forza Italia, questo è chiaro, come è chiaro che dobbiamo decidere quale sia il futuro del PD, e va bene. Ma nel frattempo il mondo va avanti e non aspetta il PD. Il PD ha l’occasione di smascherare la logica apolitica dei “due forni” per riportare al centro della politica le condizioni di vita delle persone.

Notiamo scorrendo i social che alcuni di noi in questa loro accesa contrapposizione nei confronti dei pentastellati si accomodano con piacere nei panni del prode Achille: sanguineo nei rapporti con gli amici, altrettanto battagliero, feroce, verso i nemici, in quanto consapevole della sua invulnerabilità. Sennonché, nell’esegesi omerica, il prode Achille non è un personaggio degno di esempio. Egli eccede nel litigio con Agamennone per la schiava Briseide, minaccia di lasciare il campo acheo. Ciò che lo trattiene dal farlo è la sua folle infatuazione per Polissena, la figlia di Priamo. Sarà proprio lei a condannarlo attirandolo in un tranello nel quale Paride scoccò la sua freccia avvelenata colpendo il tallone del greco. L’eroe che fa il caso nostro è l’astuto Ulisse, con il suo “cavallo”.

A noi serve, dopo questa cocente sconfitta, proprio quell’artifizio per entrare di soppiatto in quella cittadella, la cui parte del nostro consenso è fluita verso il M5S. Laddove la disoccupazione e la sottoccupazione, la povertà allignano; le pari opportunità sociali sono solo un ricordo, e quelle di genere un miraggio; laddove il vociare arrabbiato dei giovani precari, facendosi sempre più rumoroso, attira le pericolose sirene di una destra sovranista e autoritaria. Quindi, ora al PD serve l’ingegno di Ulisse non l’agonismo arrogante di Achille per affermarsi come un partito progressista e riformista.

*Giorgio Abonante, Pd Alessandria

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