Il centrosinistra non ha più alibi

Non ci sono più alibi. Il centrosinistra ha l’obbligo di ritrovarsi e darsi una mossa La crisi istituzionale è tra le più gravi di sempre e le conseguenze, dall’impennata dello spread al clima di tensione, sono sotto gli occhi di tutti. Il Presidente della Repubblica ha esercitato le proprie prerogative costituzionali rispetto alla formazione di un esecutivo che avrebbe rischiato di portarci fuori dalla moneta unica, minacciando la stabilità economica e finanziaria del Paese. Questo è il punto e da qui si deve partire.

In ballo non c’è solo la permanenza dell’Italia nel sistema monetario dell’euro e dell’Europa nel suo complesso, che pure va riformata e non superficialmente. C’è la tenuta di un Paese dove si ragiona troppo con la pancia e poco con la testa, dove impera la propaganda politica di basso profilo e si sprecano gli attacchi dai toni eversivi nei confronti di Mattarella. Sono tutti segnali gravi che comprovano il disprezzo che alcune forze politiche manifestano nei confronti delle istituzioni e della democrazia.

Una risposta si impone, accompagnata da un segnale netto e inequivocabile. Non si tratta solo di una vasta mobilitazione ma anche di prepararsi all’appuntamento con le urne. È molto probabile che l’incarico a Cottarelli non sarà coronato da un successo e che si andrà rapidamente alle elezioni. Non va dimenticato che in questo caso, nel breve volgere di meno di un anno, gli appuntamenti con il voto saranno tre in Piemonte, e tutti importantissimi: le politiche, le regionali e le europee.

La posta in gioco è altissima e non c’è tempo da perdere. Per il Pd e le forze di centrosinistra non c’è spazio residuo per discettare su maggioranze o minoranze avvitandosi in dinamiche interne, spesso incomprensibili e di nessun interesse per i cittadini se non per qualche ambizione o per reciproche gelosie. Parrà ovvio dire che tutto questo è inconciliabile con la gravità della situazione e con l’urgenza di una nuova, fortissima, azione unitaria del centrosinistra. Parrà ovvio ma in questi tempi di cupio dissolvi della sinistra va ricordato un giorno sì e un giorno anche. Questo non significa rimuovere ragioni e responsabilità sul come e il perché si è giunti a questo punto. Significa, al contrario, dimostrare di essere consapevoli della situazione e adoperarsi per mettere in campo un progetto condiviso e comprensibile che consenta un cambio di passo, uno scatto, una sintonia con larga parte della popolazione.

Si deve discutere e decidere rapidamente su chi fa che cosa. Non credo nemmeno che il problema del segretario del Pd piemontese sia legato a quanto tempo una persona abbia o meno a disposizione. Certo, occuparsi di un partito che rappresenta pur sempre l’ossatura centrale del campo progressista, non è un riempitivo al quale dedicarsi nei ritagli di tempo ma c’è tanta gente che, da sempre, ha saputo far bene le cose pur avendo più di un compito. Se si hanno autorevolezza, competenza, una disponibilità a dialogare e decidere insieme non si faticherà a trovare chi ha nello zaino il bastone da maresciallo. Sono stati ipotizzati diversi nomi di persone che conosco e che mi sembrano all’altezza. Non ho preferenze particolari anche se vedrei bene un parlamentare come Enrico Borghi, senz’altro esperto e anagraficamente giovane, di solida cultura e di buon polso. Se non fosse lui sarà un’altro. E m’importa poco o niente se appartiene a una o a un’altra corrente. M’importa se è all’altezza di dare, insieme ad altri, una scossa salutare e positiva. E ricostruire un gruppo dirigente e un progetto politico unitario, che si chiami nuovo Ulivo o come diavolo si voglia purché parli un linguaggio serio e concreto al punto da essere capito e apprezzato sia dal dirigente del più avanzato polo tecnologico che dalla giovane precaria che si consuma la vita in un call-center. A persone, insomma, che vogliono una risposta non velleitaria ai loro problemi e una speranza meno vaga sul loro futuro.

*Marco Travaglini, già dirigente della sinistra piemontese

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