Una spinta civica per Torino

Ieri agli increduli cantori delle sorti magnifiche e progressive della Torino da bere, realizzata dalle amministrazioni di sinistra, è arrivata dal Cerved l’ultima sentenza negativa. Anche nella crisi da virus Torino sarà l’area metropolitana che perderà di più, così come aveva perso di più già nella crisi del 2008. Ma il declino di Torino che era già visibile dal 2001, fu chiaro nel 2006, quando malgrado le Olimpiadi invernali il Pil del Piemonte cresceva già meno della media nazionale. Denunciai il dato per primo il 9 febbraio 2008 in un confronto tra i Coordinatori di Forza Italia e del Pd ma nessuno volle metabolizzarlo. Ripetei l’accusa a maggio 2009 da rappresentante del Governo ma neanche la Bresso e il mio amico Chiamparino vollero rendersene conto.

Oggi nelle librerie esce un libro di Einaudi “Chi ha fermato Torino?” scritto da tre importanti professori torinesi, Bagnasco, Berta e Pichierri, che qualche responsabilità nel non aver visto per tempo il declino ce l’hanno perché si vede che i loro consigli  a Castellani, Chiamparino e Fassino non  hanno evitato il declino della città, un declino proseguito dalle risposte insufficienti della Appendino.

Il declino di Torino sicuramente data dalla ritirata dell’auto. Nel 2000 a Torino se ne producevano mezzo milione, nel 2019 meno di ventimila. Il declino però dipende dalle scelte strategiche di quelle amministrazioni che puntavano tutto sulla cultura, sul loisir e sul turismo, tre settori importanti ma assolutamente insufficienti a rimpiazzare ciò che si stava perdendo.

Per tutti noi è difficile fare autocritica. Per i professori e per i leader politici molto di più. Mentre la nostra mancata autocritica la paghiamo noi, la mancata autocritica dei sindaci e dei loro consiglieri la paghiamo tutti noi insieme. Un manager quando presenta agli azionisti un budget scommette su alcune scelte e ipotizza dei risultati. A metà anno, cioè dopo 3-4 mesi o conferma gli obiettivi del budget o li aggiorna, e se a fine anno non raggiunge gli obiettivi viene mandato a casa. In politica non succede così, purtroppo.

La narrazione dei sindaci era bella, le cronache accompagnavano, e la metà della città che stava bene era contenta dei buoni risultati sul lato cultura e loisir. La parte della città che invece pagava via via gli effetti del declino non trovava modo di esprimersi e la opposizione politica non se ne avvedeva.

L’opposizione nel 2016 faceva il capolavoro presentandosi divisa al voto mentre invece occorreva fare di tutto per arrivare secondi, in quanto era chiaro che Fassino non avrebbe vinto al primo turno. Così vinse la Appendino e la città è andata ancora più indietro.

I tre Professori ovviamente non hanno molta voglia di fare autocritica e danno le colpe alla politica-pollaio (Bagnasco) quasi che non ci fossero responsabilità diverse tra chi ha governato (e che lui ha consigliato) e chi invece era alla opposizione senza avere molto spazio sulla stampa cittadina. Berta ritiene che sia stato un errore non puntare sulla meccatronica e sulla alleanza con Milano e Genova, ma lui in dieci anni non è riuscito a spiegarlo a Chiamparino e agli industriali? Pichierri, sociologo ed ex presidente Ires, ricorda bene come io da sottosegretario ai Trasporti abbia contestato le analisi troppo soft dell’Ires a proposito del declino di Torino e del Piemonte. Pichierri crede molto poco al ruolo della Tav e questo fa capire perché negli anni scorsi si sia andati avanti troppo lentamente sulla realizzazione dell’opera correndo il rischio nel 2018 di perderla.

La Tav invece è l’unica speranza concreta per Torino. Poi speriamo molto nel Manufacturing Center e nel Competence Center come motori del rinnovamento della manifattura torinese. La Tav, salvata dalla Piazza che organizzai insieme alle madamin, è l’infrastruttura sulla quale costruire il rilancio della città di Cavour, di Agnelli, di Valletta, di Donat-Cattin e Giuseppe Grosso, di Pininfarina, di Juvarra e Casorati. Quella Piazza nacque dalla forzatura tra chi voleva la Piazza come il sottoscritto e chi pensava alle Ogr, tutta un’altra cosa. Quella Piazza Castello strapiena aveva un’energia che occorre assolutamente recuperare se si vuole dare a Torino un futuro da protagonista nel terzo Millennio.

Tra chi non ha il coraggio di fare autocritica, tra chi pensa alle prossime amministrative sfogliando l’album Panini per trovare un candidato vincente, c’è lo spazio per chi sa che la Storia è fatta dai movimenti di idee e di aspirazioni. Se vi riascoltate gli interventi dal palco del 10 novembre 2018 troverete una vision che potrà essere arricchita da nuove proposte. Chi vuole rilanciare Torino sa anche che occorre dare un taglio ai rapporti incestuosi fatti di nomine nei vari enti, senza che nessuno mai presenti un rendiconto. Faccio un solo esempio. In vent’anni le fondazioni bancarie hanno versato al territorio piemontese oltre cinque miliardi di euro. Con quale risultato se Torino e il Piemonte in questi vent’anni sono andati indietro? Io sono contentissimo che Banca Intesa abbia dato 6 miliardi di credito alla Fiat ma quanti finanziamenti, garantiti al 100% dallo Stato, ha dato al commercio torinese e alle piccole aziende?

Torino, insomma, può rilanciarsi solo se è consapevole che alle prossime amministrative occorre una grande svolta nei programmi e nei nomi. Occorrono nomi credibili per competenza, capacità di visione e grande determinazione a far pesare sui tavoli governativi e europei il peso di una storia economica e sociale come quella di Torino. Torino dovrà essere amministrata con i criteri di un’azienda, forti programmi, investimenti e grande oculatezza nelle spese. Nel 2030 auguro a Berta, Bagnasco e Pichierri di scrivere di una Torino sbloccata e rilanciata.

*MIno Giachino, Sì Tav Sì Lavoro

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