Cinque miliardi e nessuna Torino
12:00 Venerdì 03 Luglio 2026Da tempo non aveva a disposizione una montagna di soldi simile. Eppure Lo Russo, tra centinaia di cantieri e una pioggia di finanziamenti, rischia di passare alla storia più per la capacità di spendere che per quella di lasciare un'impronta sulla città
Ci sono stagioni nella storia di una città in cui le risorse disponibili sono tali da poter cambiarne il volto. Non è soltanto una questione di bilanci, ma di scelte politiche, urbanistiche e amministrative. Torino ne ha conosciute poche. Gli anni Venti e Trenta del Novecento ridisegnarono pezzi interi della città: le Molinette, via Roma, i nuovi ponti, gli assi infrastrutturali, l'idea stessa di una capitale industriale che voleva presentarsi come moderna. Le Olimpiadi del 2006 provarono, invece, a dare a Torino un'immagine nuova, internazionale, postindustriale, finalmente uscita dal cono d'’ombra della one company town. Non tutto funzionò, non tutto restò, non tutto fu all’altezza delle promesse. Ma una cosa accadde: Torino, per qualche anno, ebbe una narrazione.
Oggi siamo davanti a una stagione forse ancora più straordinaria dal punto di vista finanziario. Secondo i dati presentati dal Comune, Torino ha intercettato 720 milioni tra Pnrr e fondi complementari, per 137 cantieri, di cui 113 di Pnrr puro; allargando il perimetro agli altri fondi nazionali ed europei, si arriva a 373 interventi per 3,671 miliardi di euro. Se a questa massa si aggiunge il Patto per Torino, cioè circa 1,1 miliardi in vent’anni, si arriva a una cifra vicina ai cinque miliardi. Mai, almeno nella storia amministrativa contemporanea della città, Torino aveva avuto a disposizione in così poco tempo un volume simile di risorse pubbliche e para-pubbliche.
L’occasione mancata
Il nodo è proprio questo: con una disponibilità finanziaria vicina ai cinque miliardi Torino aveva l’occasione di ridisegnarsi. Avrebbe potuto scegliere pochi segni forti, comprensibili, capaci di restare nella memoria collettiva. Avrebbe potuto indicare una direzione riconoscibile per la città dei prossimi decenni. Eppure, nonostante l’entità degli interventi, è difficile individuare un elemento capace di sintetizzare questa trasformazione. Non perché manchino i cantieri, che anzi esistono e sono numerosi. Non perché non ci siano scuole sistemate, biblioteche, mercati, parchi, impianti sportivi, interventi sulle periferie, progetti di mobilità, opere diffuse. Il tema è un altro: manca una forma riconoscibile.
È uno degli aspetti che caratterizzano la Torino dell’amministrazione di Stefano Lo Russo. Una città piena di cantieri ma povera di un’immagine condivisa del proprio futuro. Una città che può esibire tabelle, milestone, fatture liquidate, Cup, cronoprogrammi, percentuali di avanzamento e obiettivi raggiunti, ma fatica a spiegare ai cittadini quale sarà il risultato complessivo di questa stagione di investimenti. La rendicontazione sembra avere assunto un peso prevalente rispetto alla costruzione di un disegno complessivo. Il sindaco può rivendicare, e non senza ragioni, il raggiungimento del 100% delle milestone del Pnrr. Ma le milestone servono a Bruxelles, ai ministeri e alla Corte dei Conti. Ai cittadini interessa capire quale città emergerà alla fine dei cantieri.
Cambio di scranno
Qui emerge anche una contraddizione politica. Quando sedeva all’opposizione della giunta Appendino, Lo Russo contestò alla maggioranza pentastellata di non avere prodotto un vero ridisegno della città. Nel 2020, discutendo della revisione del Piano regolatore, parlò di una “mera variante normativa”, sostenendo che “non si ridisegna il quadro della Città” e che erano stati sprecati quattro anni. Era una critica da urbanista prima ancora che da capogruppo del Partito Democratico: non basta amministrare le norme, bisogna costruire un disegno.
A distanza di alcuni anni, quella critica può essere riletta anche alla luce dell’attuale stagione amministrativa. Perché anche questa fase, pur enormemente più ricca di risorse, rischia di non ridisegnare il quadro della città. Chiara Appendino aveva ereditato il progetto AxTO, costruito attorno all’idea di interventi diffusi, di “agopuntura urbana”: tanti punti, molte azioni, piccoli e medi interventi nelle periferie. Nel 2016 quel piano fu presentato proprio così, come una cura non affidata a “massicce dosi di antibiotici”, ma a operazioni puntuali capaci di agire sul tessuto fragile della città e fu aspramente criticata dal capogruppo Lo Russo.
Senza racconto urbano
Oggi Lo Russo, con ben altra scala finanziaria, sembra avere scelto una logica non troppo diversa: molti interventi, molte schede, molte opere, molta capacità amministrativa. Il sindaco rivendica 306 milioni sulle periferie, “più o meno quanto la Città aveva speso per realizzare le infrastrutture olimpiche vent’anni fa”, e parla del più grande piano di rigenerazione urbana delle periferie nella storia torinese. È una rivendicazione importante, ma anche rivelatrice: il confronto con le Olimpiadi viene fatto sul piano quantitativo, non simbolico. Si dice: abbiamo speso quanto allora. Più difficile è individuare un’immagine della città altrettanto riconoscibile.
Le Olimpiadi, con tutti i loro limiti, avevano una caratteristica: erano un evento che obbligava Torino a presentarsi al mondo. La metropolitana, il recupero di alcune aree, il sistema degli eventi, la narrazione della capitale alpina e culturale furono parte di un’unica operazione. Non tutto fu sostanza, ma tutto contribuiva a un racconto. Oggi, invece, prevale la dimensione amministrativa, mentre il racconto urbano appare più sfumato.
Negli anni Trenta, con tutti i distinguo storici e politici necessari, la città fu ridisegnata fisicamente. Via Roma non fu una semplice manutenzione: rappresentò una precisa scelta urbanistica. Le Molinette non furono soltanto un ospedale: diventarono una nuova cittadella sanitaria. I ponti non furono soltanto opere pubbliche: furono connessioni, assi, segni di una città che si espandeva e si pensava moderna. Oggi, davanti a risorse incomparabilmente superiori, Torino sembra avere privilegiato una somma di interventi più che un gesto urbano riconoscibile.
Il confronto in numeri
Una premessa è necessaria. I dati sulle opere degli anni Trenta provengono da fonti eterogenee (siti divulgativi, archivi ospedalieri, ricostruzioni storiche locali) e non tutti sono incrociati con fonti primarie. Il dato sul costo delle Olimpiadi 2006, in particolare, non è un numero univoco: le stime pubblicate oscillano tra i 2 e oltre i 4 miliardi di euro nominali a seconda che si considerino il solo budget stanziato, la spesa rendicontata dall’Agenzia Torino 2006 oppure il costo complessivo comprensivo di indotto e debito residuo. In questa analisi si assume la fascia intermedia, riferita alla spesa infrastrutturale rendicontata.
Opere del passato
Il confronto economico aiuta comunque a contestualizzare la portata delle diverse stagioni di investimento. Le cifre degli anni Trenta, attualizzate con i coefficienti Istat, sono importanti ma non paragonabili alla massa finanziaria oggi disponibile. Le Molinette, grande opera sanitaria e urbana inaugurata nel 1935, costarono 71 milioni di lire secondo la maggior parte delle fonti (l’Archivio di Stato di Torino riporta invece 61 milioni: una discrepanza minore ma non trascurabile): circa 99 milioni di euro attuali nella stima più accreditata.
La riorganizzazione ferroviaria dei primi decenni del Novecento, con lo scalo Vanchiglia, le stazioni e gli scali di Lingotto e Dora e il sistema dei cavalcavia, ebbe un costo complessivo di circa 40 milioni di lire nel 1926, cioè circa 37 milioni di euro attuali. Lo Stadio Mussolini, poi Comunale e oggi Olimpico Grande Torino, costò 7,37 milioni di lire nel 1933, cioè poco meno di 10 milioni di euro attuali. Per ponti come il Balbis e l’Amedeo VIII le fonti facilmente accessibili documentano bene date, dimensioni e ruolo urbano, ma non consentono ancora di indicare con sicurezza un consuntivo economico; anche ipotizzando cifre significative, l'ordine di grandezza resterebbe comunque lontano dai miliardi odierni.
Il caso di via Roma è più complesso, perché non fu soltanto un’opera pubblica ma una grande operazione urbana e immobiliare, con demolizioni, ricostruzioni, nuovi fronti edilizi, portici, spazi commerciali e capitali privati. Già un progetto precedente di risanamento, nel 1914, parlava di 30 milioni di lire, che rivalutati varrebbero circa 144 milioni di euro attuali; la trasformazione vera, realizzata tra il 1931 e il 1937, ebbe però una natura più ampia, nella quale il valore patrimoniale e simbolico superava la pura spesa comunale. Il dato va quindi utilizzato con cautela, ma conferma come gli anni Trenta rappresentarono una stagione di ridisegno urbano e non soltanto di manutenzione.
Massa olimpica
Il confronto più vicino, per ordine di grandezza, resta quello con le Olimpiadi del 2006. Le stime più citate collocano il costo complessivo tra i 3,4 e i 3,6 miliardi di euro nominali, con punte superiori ai 4 miliardi nelle ricostruzioni più ampie che includono organizzazione e indotto; rivalutati a valori attuali, si arriva a una forbice fra 4,6 e oltre 5 miliardi a seconda della base di partenza scelta. Siamo dunque, con questa cautela, nello stesso ordine di grandezza della stagione attuale, che tra Pnrr, fondi nazionali ed europei e Patto per Torino si colloca attorno ai 4,8 miliardi nominali. Ed è proprio questo l’elemento che alimenta il confronto politico: a fronte di una massa finanziaria comparabile a quella olimpica, Torino non sembra avere ancora prodotto né una nuova immagine internazionale né un gesto urbano paragonabile a quello lasciato dagli anni Trenta.
La percezione di sé
La differenza non sta soltanto nei numeri, ma anche nella natura degli interventi. Negli anni Venti e Trenta Torino costruì ospedali, ponti, assi urbani, impianti sportivi, infrastrutture ferroviarie: opere discutibili finché si vuole nel contesto politico dell’epoca, ma capaci di incidere fisicamente sulla città e di restare nella sua memoria. Nel 2006 Torino utilizzò l'evento olimpico per cambiare la percezione di sé: da città-fabbrica a città europea, culturale e alpina, almeno nelle intenzioni. Oggi, con una quantità di risorse straordinaria e forse irripetibile, la discussione riguarda soprattutto l’impronta che questa stagione lascerà nel lungo periodo.
Se anche gli anni Trenta, sommando alcune delle opere più importanti, restano lontani dalle cifre attuali, e se le Olimpiadi, pur con i loro debiti e le loro contraddizioni, hanno lasciato un’immagine riconoscibile della città, la stagione attuale sarà inevitabilmente valutata anche per la capacità di produrre un segno altrettanto riconoscibile. Cinque miliardi, o quasi, rappresentano infatti non solo una disponibilità finanziaria, ma anche una responsabilità politica.
Il city brand e la ricerca di identità
È in questo contesto che il nuovo city brand assume un significato particolare. “torino:”, con i due punti, vuole rappresentare un discorso che si apre, un invito a “iniziare una storia”. Il Comune lo presenta come un logotipo semplice e forte, capace di aprire un racconto. L’operazione, commissionata all’agenzia LeftLoft, secondo Rai Tgr Piemonte vale 280 mila euro e accompagna il claim “Si racconta da sola”.
Il tema, però, resta quello dell’identità. Se una città fatica a raccontarsi attraverso le trasformazioni che produce, un marchio rischia di non essere sufficiente. I due punti, grammaticalmente, introducono qualcosa. La domanda è quale contenuto debba seguire: Torino città della manifattura avanzata? Capitale politecnica e industriale europea? Città universitaria e della ricerca? Città dei fiumi e delle colline? Capitale della cultura materiale, del lavoro e della tecnologia? Oppure luogo in cui la modernità dialoga con la propria storia?
Missione più che opere
La collaborazione con Bloomberg era stata annunciata come uno strumento per accompagnare Torino nella definizione del nuovo Piano regolatore, della vivibilità degli spazi urbani e del city brand. L’obiettivo era rafforzarne il posizionamento internazionale. Resta però aperta la questione di quale idea di città debba essere proposta, prima ancora della sua comunicazione all’esterno.
Il limite più evidente di questa stagione non sembra dunque essere la mancanza di opere. Sarebbe difficile sostenerlo. Piuttosto, riguarda l’assenza di una gerarchia percepibile tra gli interventi. Molti progetti vengono presentati come trasformativi, ma una trasformazione urbana, per essere riconosciuta, deve poter essere colta anche da chi non segue la comunicazione istituzionale. Una città cambia davvero quando quella trasformazione diventa esperienza quotidiana.
La regia politica assente
Si potrebbe obiettare che i tempi del Pnrr imponevano rapidità: progettare, affidare, realizzare e rendicontare. È un’osservazione fondata. Proprio per questo, però, una regia politica sarebbe stata ancora più importante. Quando le risorse arrivano concentrate in un arco di tempo limitato, il rischio della frammentazione aumenta. L’amministrazione gestisce i procedimenti; la politica dovrebbe trasformarli in una direzione.
Torino non è soltanto una macchina amministrativa da far funzionare. È una città con duemila anni di storia, capitale romana, sabauda, industriale e operaia, città dell’automobile, del cinema, della televisione, dell’editoria, del Politecnico, dell’aerospazio e della manifattura. Una storia di questa portata difficilmente può essere sintetizzata soltanto nell’elenco dei progetti finanziati.
Un segno oltre i cantieri
Il giudizio su questa stagione non dipenderà esclusivamente dal numero dei cantieri aperti, ma anche da ciò che resterà una volta conclusi gli interventi del Pnrr. Gli anni Trenta hanno lasciato una forma urbana. Le Olimpiadi hanno lasciato un’immagine, forse incompiuta ma riconoscibile. La valutazione sull’attuale stagione amministrativa dipenderà anche dalla capacità di lasciare un segno analogo.
Perché quasi cinque miliardi non rappresentano soltanto una straordinaria occasione finanziaria, ma anche una responsabilità storica. Con una disponibilità di questo livello una città può ridefinire sé stessa. Torino, finora, ha dimostrato una significativa capacità di intercettare e spendere risorse. La domanda che resta aperta è quale città emergerà da questo investimento.
Il punto non è negare il lavoro svolto. È chiedersi quale trasformazione abbia prodotto. Per ora la risposta appare ancora incerta. Torino ha molti cantieri, molte risorse, molti piani. Resta da capire se, al termine di questa stagione, avrà anche una forma riconoscibile.


