SACRO & PROFANO

Per Mellino posto fisso in Vaticano

Il prelato albese nominato segretario del Dicastero per i Testi Legislativi dopo essere stato tra gli artefici della Praedicate Evangelium. Sullo sfondo le ferite ancora aperte della Chiesa: dallo scisma lefebvriano alla guerra sul rito antico

Finalmente è arrivata per monsignor Marco Mellino la tanto agognata e definitiva sistemazione. Papa Leone XIV lo ha infatti nominato segretario del Dicastero per i Testi Legislativi di cui era aggiunto. Nato nel 1966, ordinato prete nel 1991 e vescovo nel 2018, il presule albese assunse, su designazione di papa Francesco, il ruolo di segretario del Consiglio dei Cardinali al quale ambiva un altro piemontese, “l’eterno monsignore” Mauro Rivella, uno dei boariniani più eminenti, allora segretario dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa). Rivella fu successivamente congedato da tale incarico (e sostituito da un laico) per approdare non all’episcopato ma, regnante Cesare Nosiglia, alla parrocchia di Santa Rita. Poi all’avvento del suo sodale Roberto Repole è stato elevato alle funzioni di vicario dell’economia e, dicono in molti, a esercitare le funzioni di vescovo effettivo.

Ma torniamo a Mellino e al 21 marzo 2022 quando fu presentato alla stampa il testo della riforma della Curia romana, Praedicate Evangelium, riforma della quale lo stesso prelato fu uno degli artefici e che, già in Sala Stampa, fu subissata di critiche in quanto non solo piena di errori e refusi, ma anche di strafalcioni e incongruenze.  Mellino non seppe rispondere nemmeno quando gli chiesero come mai le strutture curiali invece di diminuire, come voleva il papa, erano aumentate. Prima erano ventiquattro organismi, adesso ventotto. Ma soprattutto la Praedicate Evangelium introdusse il principio per cui «la potestà di governo nella Chiesa non viene dal sacramento dell’Ordine, ma dalla missione canonica». Tesi questa in aperto contrasto con il Codice di diritto canonico (can. 129) e che secondo lo storico Alberto Melloni «colpisce al cuore il Concilio Vaticano II».

Ubi Petrus ibi Ecclesia

La Fraternità FSSPX ha respinto l’accorato appello di Leone XIV e con la consacrazione di quattro vescovi senza mandato pontificio si è posta in stato di scisma. Essa aveva ed ha la pretesa di salvare la Chiesa senza comprendere che non la si salva lacerandola, così come la Tradizione non si custodisce separandola dalla Comunione e la fede non può essere usata contro la sua forma visibile perché, potrà piacere o non piacere, ma Ubi Petrus ibi Ecclesia.

Immediata è scattata la scomunica che oggi appare molto più dura nel contenuto e nella forma rispetto al 1988. Non solo essa colpisce consacranti, consacrati, chierici e religiosi della Fraternità ma   abroga gli indulti di Bergoglio su confessioni e matrimoni, rende illeciti i Sacramenti amministrati e, anche se di più difficile applicazione, raggiunge i laici nel caso vi sia da parte loro «un’adesione formale» alle posizioni scismatiche della FSSPX, come quella della «partecipazione esclusiva agli atti ecclesiali lefebvriani, senza prendere parte agli atti della Chiesa Cattolica».

Mano tesa mancata

Pochi giorni prima era stato celebrato un concistoro in cui invece di occuparsi dello scisma e mettere riparo ai disastri lasciati da Bergoglio i cardinali hanno dovuto immergersi in questioni socio-politiche. Sembrava, ha notato qualcuno, un congresso della Cgil. Chi ha rotto il silenzio è stato il cardinale Gerhard Müller con una proposta per cui di fronte al grave atto scismatico che di lì a qualche giorno si sarebbe perpetrato da parte della FSSPX occorrerebbe dare una risposta a tutti quei sacerdoti e fedeli legati al rito antico i quali, nella ferma volontà di non lacerare con lo scisma il Corpo Mistico di Cristo, vivono uno stato di continua precarietà e non di rado sospetto e persecuzione. Il doloroso fatto scismatico sarebbe stata l’occasione da parte della Santa Sede, di mettere in atto, oltre alla parte sanzionatoria, quella «mano tesa» alle realtà tradizionali che quei due giganti della fede che furono San Giovanni Paolo II e quello che diventerà Benedetto XVI avevano posto in essere con il motu proprio Ecclesia Dei. Si sarebbe trattato di archiviare o almeno mitigare le restrizioni di Traditionis Custodes alla celebrazione della Messa antica. Invece niente di tutto questo è avvenuto, almeno finora.

Appena dopo lo scisma – che è una grave ferita nel corpo della Chiesa – si è scatenata sui social l’ondata dei commenti progressisti, fra questi il più benevolo: «Adesso che ci siamo liberati di questa zavorra potremo marciare più speditamente verso una chiesa finalmente evangelica». Anni fa quando un degno e stimato sacerdote che aveva la cura a Torino dei fedeli legati al Vetus Ordo chiese al vescovo ausiliare del tempo di accogliere le loro richieste paventando la possibilità che approdassero alla FSSPX questi, smesso il suo proverbiale intercalare – “Che bello!” – rispose a muso duro: «Bene! Che se ne vadano pure!».

Teologia in osteria

Viene in mente la parabola del pastore e della pecorella smarrita (Matteo 18, 12-13) la cui versione moderna così suona: «Il Regno dei Cieli è simile a un pastore che avendo cento pecore e avendone perdute novantanove, rimprovera l’ultima pecora per la sua scarsità di iniziativa e per essere troppo “indietrista”, la caccia via e, chiuso l’ovile, se ne va all’osteria a discutere di teologia pastorale e liturgica». Anche Michele Serra, il pontefice massimo dei salotti radical chic e del laicismo più estremo, per cui i lefebvriani sono i Vannacci della Chiesa, si è accodato all’invito a lasciarli andare per la loro strada.

Con però una non piccola precisazione che i liturgisti ideologici alla Andrea Grillo, alla Alceste Catella o tipo l’arcivescovo Vittorio Viola non sottoscriverebbero mai: «Fossi cattolico a anche solo cristiano, mi dispiacerebbe solamente se i lefebvriani usurpassero il copyright della messa in latino, bellissima ed al di sopra di ogni traduzione in volgare». Perché in fondo è proprio quello che Traditionis Custodes pone in atto e cioè l’estinzione del vecchio rito. Così negli Usa il vescovo di Owensboro (Kentucky) ha fatto cessare la celebrazione della Messa antica in quanto, sentita Roma, deve verificare «i passi compiuti dai fedeli verso il Novus Ordo».  Grazie a costoro il risultato sarà che, superato il trauma, la FSSPX avrà la strada tutta in discesa.

Per rimanere in argomento è di qualche settimana fa la notizia che a un gruppo di pellegrini che viaggiava per l’Italia con un sacerdote della FSSP (Fraternità Sacerdotale San Pietro in comunione con Roma) è stato impedito di celebrare la Messa antica nel santuario di San Giovanni Rotondo ove è esposta la salma di San Padre Pio, che per tutta la vita e anche dopo il Concilio celebrò quel rito. Lo stesso avvenne successivamente nella basilica di San Francesco di Assisi e infine anche alla Santa Casa di Loreto. A San Giovanni Rotondo il gruppo ha dovuto così ripiegare nella hall di un hotel. Ad Assisi, mentre ricevevano il rifiuto alla Messa da parte di quei campioni di ecumenismo che sono i frati del Sacro Convento, era in corso la celebrazione di una Divina Liturgia ortodossa.

Copresidenza liturgica

In questo  clima  di apertura e sinodalità, monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena, colui che più di tutti ha sponsorizzato la nomina episcopale del suo sodale Roberto Repole (che martedì 30 giugno è stato ricevuto dal Santo Padre) e che secondo fonti ben informate dovrebbe diventare arcivescovo di Milano, non ha trovato di meglio che avanzare la proposta (per la verità piuttosto bizzarra) di una «copresidenza liturgica» con le donne che si occuperebbero della Liturgia della Parola e gli uomini della parte consacratoria.

In tal modo, dice lo stesso Castellucci, si eviterebbero «i nodi teologici sulla rappresentanza maschile di Cristo nell’atto del pane e del vino» aggirando gli ostacoli relativi al diaconato femminile. A Londra invece, alla presenza del cardinale Timothy Radcliffe e di due vescovi, il 13 giugno scorso è stata celebrata un Messa di ringraziamento per una coppia omosessuale con tanto di benedizione inclusa, una forma vietata persino da Fiducia Supplicans.

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