FINANZA & POTERI

Il gip: "Gravi indizi". Ma niente misure cautelari per il patto occulto in Fondazione Crt

Respinta dal Tribunale di Roma la richiesta della Procura di sospendere gli indagati dagli incarichi. Il giudice conferma il quadro indiziario esclude però il pericolo di reiterazione: gli organi sono stati rinnovati e il rischio è venuto meno. Il ruolo di Palenzona

Il patto c’era. O, quantomeno, ci sono “gravi indizi di colpevolezza” che dietro la guerra di potere esplosa in Fondazione Crt fosse stato costruito un sistema di accordi occulti per governare l’ente fuori dai canali statutari influenzandone nomine, decisioni e rapporti con il Ministero dell’Economia. Ma oggi non c’è più alcun motivo per sospendere gli indagati dagli incarichi.

La richiesta riguardava Antonello Monti, Caterina Bima, Davide Canavesio, Anna Maria Di Mascio, Corrado Bonadeo, Elisabetta Mazzola, Fiorenza Viazzo, Paolo Luciano Garbarino, Alice Colombo e Giuseppe Tardivo, tutti indagati a vario titolo nell’inchiesta sul presunto patto occulto che avrebbe alterato gli equilibri della Fondazione e ostacolato l’attività di vigilanza del Mef. Molti sono nel frattempo decaduti o hanno dato le dimissioni dagli organi: gli unici ancora in carica sono Canavesio, attuale amministratore delegato delle Ogr, società controllata dalla Fondazione, Colombo e Mazzola, componenti del Consiglio di Indirizzo.

È questa, in estrema sintesi, la decisione con cui il gip del Tribunale di Roma Angelo Giannetti ha respinto la richiesta della Procura di applicare misure cautelari interdittive nei confronti dei dieci protagonisti dell’inchiesta nata dall’esposto dell’allora presidente Fabrizio Palenzona e sfociata nell’indagine per ostacolo all’attività di vigilanza del Mef. Una decisione destinata a pesare, ma che sarebbe un errore leggere come una bocciatura dell’impianto accusatorio. Anzi.

I gravi indizi restano

La parte più significativa dell’ordinanza è forse proprio quella che precede il dispositivo finale. Per decine di pagine il giudice ricostruisce minuziosamente la nascita dei due accordi privati – quello tra i consiglieri d’amministrazione e quello di “pre-consultazione” nel Consiglio di Indirizzo – riportando chat WhatsApp, email, testimonianze, verbali, documenti sequestrati dalla Guardia di Finanza e gli atti acquisiti dalla Procura di Torino.

Il gip scrive esplicitamente che sussistono gravi indizi di colpevolezza in ordine al reato di ostacolo all’esercizio delle funzioni di vigilanza previsto dall’articolo 2638 del codice civile. Una valutazione che riguarda tutti gli indagati, sia pure con ruoli differenti.

L’ipotesi della Procura romana è quella già emersa nell’inchiesta raccontata dallo Spiffero: un sistema di accordi riservati destinati a costruire una maggioranza stabile all’interno di Palazzo Perrone, con obblighi di consultazione preventiva, un portavoce designato, vincoli di riservatezza e una disciplina interna parallela rispetto agli organi statutari.

Due patti, una sola logica

L'ordinanza dedica ampio spazio a spiegare come il cosiddetto “patto di pre-consultazione” nel Consiglio di Indirizzo e quello stipulato pochi mesi prima fra quattro componenti del Consiglio di amministrazione rispondessero, secondo il giudice, alla medesima impostazione.

L’obiettivo, ricostruisce il gip, sarebbe stato quello di creare gruppi coesi e maggioritari capaci di orientare preventivamente le decisioni, incidere sulle nomine degli enti partecipati e presentarsi come interlocutori unitari nei confronti della presidenza. Proprio questa struttura, secondo la Procura, avrebbe dovuto essere comunicata all’Autorità di vigilanza, mentre invece sarebbe stata occultata attraverso comunicazioni ritenute non veritiere al Ministero dell’Economia.

Le chat e i retroscena

L’ordinanza ripercorre anche le conversazioni interne che avevano già fatto molto discutere. Quando il 23 ottobre 2023 nasce il gruppo WhatsApp “Accordo di programma - Dialogo CRT”, il consigliere espresso dai vescovi piemontesi Antonello Monti scrive: “Insieme faremo grandi progressi”. Anna Maria Di Mascio lo ringrazia “per aver accettato di fare il nostro portavoce”, mentre Caterina Bima, all’epoca vicepresidente, aggiunge: “Sono molto felice dell’accordo e credo ci sarà utilissimo per progettualità future”. Pochi minuti dopo Davide Canavesio chiede una copia del documento con le firme e Bima risponde: “Ho già cinque fotocopie e originale in cassaforte”.

Quando, mesi dopo, Corrado Bonadeo invia via mail la bozza del patto ai potenziali aderenti, accompagna il documento con una raccomandazione che oggi assume un peso particolare: “Firma e rimandamelo. Non dire a nessuno che lo stiamo firmando”. E il testo dell’accordo è ancora più esplicito: consultazioni preventive prima di ogni riunione, obbligo di ricercare una linea comune e, in caso di dissenso, impegno della minoranza ad adeguarsi comunque alla decisione della maggioranza del gruppo. È proprio questa architettura organizzata, più ancora dei singoli messaggi, a indurre il gip a ritenere sussistenti i gravi indizi sull’esistenza di un sistema destinato a spostare il momento decisionale fuori dalla fisiologica dialettica degli organi della Fondazione.

Il traditore

Poi arriva il 27 marzo 2024, il giorno in cui il documento riservato finisce sulla scrivania di Palenzona. Sono le chat che avevano già colpito l’opinione pubblica: Corrado Bonadeo, colui che viene indicato come il presunto ispiratore del patto, che cerca il “traditore”, accusa Francesco Galietti di aver fatto filtrare il documento, parla di “30 denari”, mentre Monti replica con “Siamo stati traditi” e “Vinciamo noi”. Conversazioni che il gip considera tasselli importanti nella ricostruzione della vicenda.

Ancora più significativa è la disciplina interna prevista dalla scrittura privata. Prima di ogni riunione ci si consulta, si cerca l’unanimità e, se questa non arriva, chi resta in minoranza si impegna comunque a votare secondo l’orientamento deciso dalla maggioranza del gruppo. Un meccanismo che, secondo gli inquirenti, finiva per spostare il momento decisionale fuori dagli organi statutari.

Il ruolo di Palenzona

L'ordinanza ripercorre anche le iniziative dell’allora presidente della Fondazione. È Palenzona a trasmettere l’esposto al Mef denunciando l’esistenza di quello che definisce un patto occulto incompatibile con il corretto funzionamento dell'ente. Da lì prende avvio l’attività ispettiva del Ministero, cui seguiranno gli approfondimenti della Guardia di Finanza, l’apertura del fascicolo romano e, parallelamente, quello coordinato dalla Procura di Torino sull’ipotesi di illecita influenza sull'assemblea. Nel frattempo, arriveranno le dimissioni di diversi protagonisti della vicenda e il completo rinnovo degli organi della Fondazione.

Il gip dice no alle interdittive

È proprio qui che cambia il quadro. Secondo il giudice, infatti, tutte quelle circostanze che avevano giustificato la richiesta della Procura sono ormai venute meno. Il patto è stato scoperto, è diventato di dominio pubblico, gli organi sono stati completamente rinnovati, la governance della Fondazione è cambiata radicalmente e il rischio che gli indagati possano reiterare la stessa condotta è stato “completamente azzerato”.

Mancano, dunque, le esigenze cautelari richieste dall’articolo 274 del codice di procedura penale. Per questo il 30 giugno il gip ha rigettato la richiesta di sospendere temporaneamente gli indagati dall’esercizio di imprese o di uffici direttivi. Una decisione che riguarda esclusivamente la misura cautelare.

L’inchiesta, invece, resta tutta in piedi. E con essa anche il giudizio del Tribunale sull’esistenza di un quadro di gravi indizi relativo al presunto patto occulto che per mesi ha lacerato la Fondazione Crt, aprendo una delle più profonde crisi istituzionali nella storia dell’ente.