Forse riparte l'unità sindacale
Giorgio Merlo 10:29 Mercoledì 08 Luglio 2026
Finalmente può ripartire, seppur faticosamente, il processo dell’unità sindacale nel nostro paese. Un fatto storicamente importante per una ragione molto semplice. Perché senza una piena e convinta unità sindacale si indeboliscono gli interessi, le istanze e i bisogni dei lavoratori, di tutti i lavoratori. E, di conseguenza, le istanze e gli interessi dei ceti popolari. Ma tutto ciò non avviene per caso o per motivazioni astratte o virtuali. È il frutto, concreto e coerente, di una concezione del sindacato che non tutte le principali sigle hanno praticato in questi ultimi anni.
Nello specifico, se la Cgil di Landini in questi anni si è trasformata in un soggetto politico a tutti gli effetti e in un addendo della coalizione di sinistra e progressista - un fatto talmente noto che non richiede di essere ulteriormente approfondito - altri sindacati, a cominciare dalla Cisl, hanno fatto un percorso inverso. Ovvero, tenendo la barra dritta sull’autonomia e svolgendo sino in fondo quello che comunemente viene definito come il ruolo e la mission di un sindacato. E cioè, contrattazione, autonomia, confronto e dialogo con le parti sociali e il Governo, nessuna pregiudiziale ideologica e politica verso chicchessia e in ultimo, ma non per ordine di importanza, ricercare sempre una soluzione ai conflitti senza perseguire nella strategia della rottura o della “rivolta” sociale o della delegittimazione dell’avversario che nel frattempo è diventato un nemico implacabile.
E proprio dal recente congresso nazionale della Uil sono emerse indicazioni puntuali e precise che vanno in quella direzione favorendo, forse, una accelerazione per un rinnovato e fecondo processo di unità sindacale. Che, del resto, è sempre stata la stella polare che ha illuminato i grandi sindacalisti del passato: da Marini a Lama, da Benvenuto a Carniti, da Trentin a Larizza.
Ora, però, questo processo può ripartire - e l’esito del congresso della Uil è stato, appunto, una tappa importante al riguardo - solo se viene respinta ed emarginata la concezione di un sindacato che si è fatto partito e tassello di uno schieramento politico e che ragiona secondo logiche riconducibili alle pregiudiziali ideologiche e politiche. E, al contempo, con altrettanta chiarezza, si può dire che questo processo può fare oggi passi in avanti concreti - e, ripeto, il congresso della Uil è stato un passaggio importante al riguardo - grazie soprattutto alla linea mantenuta e praticata dalla Cisl in questi anni. Cioè di una organizzazione sindacale che ha salvaguardato la sua storica ed irriducibile autonomia senza trasformarsi in un partito, in un soggetto politico e, men che meno, in una componente all’interno di uno schieramento o di una coalizione. Del resto, è abbastanza noto che da alcuni anni non si sa bene se è la Cgil che detta l’agenda politica e programmatica al “campo largo” o se è l’alleanza di sinistra e progressista a condizionare il cammino sindacale e politico della Cgil. Comunque sia, da quelle parti è venuta meno quella autonomia e quella capacità di confronto e di dialogo con le altre parti sociali e con il Governo che non fosse segnato da un giudizio politico fazioso e settario.
Ecco perché, e al di là delle polemiche e delle contrapposizioni che si sono verificate in questi ultimi anni, un dato è inequivocabile. E cioè, aver tenuto la barra ferma sull’autonomia, sulla responsabilità e sulla non adesione preconcetta e pregiudiziale ad un partito o ad uno schieramento politico, è stata la carta decisiva e vincente per riprendere faticosamente la strada dell’unità tra le principali forze del sindacalismo italiano.


