Carlo Magno sale a Torino.
Ai suoi azionisti spiega Mps
e allunga ancora il regno
14:35 Giovedì 09 Luglio 2026
Formalmente ospite della Compagnia di San Paolo, sostanzialmente padrone di casa. Messina incassa l'investitura dei suoi principali soci, racconta l'Opas e lascia filtrare un messaggio: l'impero di Intesa non è ancora pronto alla successione
Prima il battesimo di un progetto sociale, poi quello – assai più delicato – della più grande operazione bancaria degli ultimi anni. Una giornata torinese con due palcoscenici e un solo protagonista. Carlo Messina, per gli amici e soprattutto per i detrattori Carlo Magno, è arrivato sotto la Mole scorato dal presidente di Intesa Sanpaolo Gian Maria Gros-Pietro per presentare al Collegio Carlo Alberto il progetto “Scelte Future”. Ma il vero appuntamento era quello immediatamente successivo, a porte chiuse, con il primo azionista istituzionale della banca: la Compagnia di San Paolo.
Perché se ufficialmente era una visita dedicata anche all’educazione e alla povertà minorile, nella sede della Fondazione per la Scuola della Compagnia, in corso Ferrucci, tutti aspettavano soprattutto attendevano spiegazioni sulla madre di tutte le operazioni: l’Opas da 30,6 miliardi su Monte dei Paschi di Siena.
La visita del “conferitario”
Fin dalle prime ore della mattinata, in corso Vittorio Emanuele si respirava un’insolita fibrillazione. Del resto, arrivava quello che, almeno formalmente, è il manager della banca conferitaria della Compagnia. Formalmente, appunto.
Perché nella finanza italiana pochi dubitano che il rapporto di forza sia ormai esattamente opposto. Se sulla carta sono le fondazioni ad essere azioniste della banca, nella realtà è spesso la banca – e soprattutto il suo amministratore delegato – a determinare gli equilibri delle fondazioni stesse. Una capacità di influenza che negli anni si è manifestata anche nella composizione degli organismi di governo dei principali enti bancari. Così il presidente Marco Gilli, il segretario generale Alberto Anfossi (collegato da New York), i consiglieri del Comitato di Gestione e del Consiglio Generale hanno ascoltato con particolare attenzione il loro ospite. O padrone di casa, fate voi.
Davanti a Carlo Magno si è esibita la piccola corte subalpina. E come spesso accade quando arriva il sovrano, ciascuno ha cercato di ritagliarsi il proprio minuto di visibilità. Fatima Zahra El Maliani ha riportato il discorso sui giovani, Barbara Graffino ha colto l’occasione per rivendicare i successi dei suoi campioni dell’innovazione approdati in Borsa, Vincenzo Ilotte non ha resistito alla tentazione di riportare tutto all’automotive, Antonio Mattio ha vestito ancora una volta i panni del costruttore, mentre Ezio Raviola ha ribadito la sua personale eresia: altro che ridurre il peso delle banche nei patrimoni delle fondazioni come predicano Acri e Mef, lui quelle azioni le aumenterebbe volentieri. Tanti interventi, molti complimenti e una discreta quantità di saliva spesa per farsi notare.
Le fondazioni? “La nostra vera forza”
Messina è stato seducente e non ha risparmiato lusinghe e blandizie. Davanti ai vertici della Compagnia ha ribadito quello che aveva affermato un’ora prima in piazza Arbarello. «Le fondazioni sono la nostra vera forza rispetto all’azionariato e al mercato. Poter disporre di azionisti stabili come le fondazioni è un elemento distintivo di Intesa Sanpaolo ed è un elemento imprescindibile anche di sicurezza nazionale».
Parole che, pronunciate proprio davanti ai rappresentanti della seconda fondazione bancaria italiana, che assieme a Cariplo è il principale azionista istituzionale, suonano come una rassicurazione ma anche come una consacrazione reciproca.
Messina insiste su un punto: «Io sono un uomo di mercato», ma avere «azionisti italiani solidi e forti, coinvolti nel sociale e capaci di guardare all’interesse del Paese» rappresenta, sostiene, «un valore strategico» e «un elemento che rafforza il Paese». Una formula che restituisce perfettamente il modello Intesa: mercato sì, ma con una robusta cintura di sicurezza rappresentata dalle fondazioni bancarie.
Operazione Mps è “fantastica”
Naturalmente tutte le orecchie erano rivolte alla spiegazione dell’operazione Mps. Ai vertici della Compagnia Messina ha definito l’operazione «fantastica», illustrando nei dettagli il progetto di acquisizione e ribadendo che Intesa affronta questa sfida da una posizione di assoluta solidità.
Pubblicamente ha voluto anche rassicurare i territori dove potrebbero nascere timori per gli effetti dell’integrazione. «Sento preoccupazioni nei territori dove ci potranno essere operazioni di acquisizione. Garantisco a tutti che l’approccio di Intesa Sanpaolo è quello di investire sui territori, assumere giovani, lavorare per il sociale e rafforzare il credito». Il messaggio è chiaro: nessun atto d’imperio, ma rispetto e valorizzazione. Anzi. Se l’operazione andrà in porto (e andrà in porto), promette il banchiere romano, «arriveremo a 13.100 assunzioni di giovani, il più grande programma di assunzioni del Paese». Perché, insiste, Intesa «non è soltanto una grande azienda, ma la vera banca dei territori».
Anche questa operazione porta il suo marchio di fabbrica. Come già avvenne nel 2020 con la conquista di Ubi Banca, l’Opas è stata preparata per mesi nel massimo riserbo, costruendo preventivamente le soluzioni ai possibili problemi antitrust. Ancora una volta il partner scelto per disinnescare gli ostacoli dell’Antitrust è Carlo Cimbri, con il quale il rapporto personale precede quello industriale. Le trattative sono iniziate già a gennaio e hanno subito una pausa soltanto durante le settimane in cui Messina ha assistito la madre gravemente malata, prima di riprendere fino all’annuncio anticipato dell’offerta. Da qui l’attestato di fiducia al ras di Unipol: «di una persona come lui mi fido ciecamente».
Non è una teoria improvvisata. È il modello di banca che Messina costruisce da oltre un decennio. Da quando, nel 2013, è salito al vertice di Intesa ha progressivamente trasformato il gruppo nella banca di sistema italiana, puntando meno sull’espansione internazionale e più sul risparmio delle famiglie, sull’asset management, sulle assicurazioni e su un rapporto sempre più stretto con le istituzioni. Una strategia che lo ha reso interlocutore privilegiato dei governi di ogni colore e che oggi gli consente di rivendicare un ruolo che va ben oltre quello di un normale amministratore delegato.
Offerta di mercato, non di potere
Nel pieno delle grandi manovre bancarie Messina respinge ogni lettura politica dell’operazione. «La nostra è un’offerta di mercato concreta, non c’è nessuna logica di potere. È rivolta agli azionisti di Monte dei Paschi. Se riceveranno un’offerta migliore saranno altri a fare l’operazione». E quando gli viene ricordato l’incontro tra Luigi Lovaglio e Philippe Donnet, minimizza con una battuta: «Penso che tutti si stiano incontrando con tutti».
Molto meno diplomatica, invece, la risposta sul tema della difesa degli asset strategici italiani. «Io sono un uomo di mercato, ma sono anche un italiano. Chi può garantire realmente l’indipendenza e la sicurezza nazionale degli asset strategici di questo Paese possiamo essere solo noi e certamente non i francesi o i tedeschi». Una frase destinata a far discutere ben oltre il perimetro bancario. E magari al suo eterno amico-avversario Andrea Orcel, numero uno di Unicredit, saranno fischiate le orecchie.
In tredici anni alla guida di Intesa ha attraversato crisi bancarie, salvataggi pubblici, fusioni e consolidamenti senza mai perdere la leadership del gruppo. Nel 2017 fu il protagonista dell’acquisizione delle banche venete, operazione sostenuta dallo Stato con oltre cinque miliardi di euro e garanzie pubbliche. Da quella stagione è uscita un’Intesa ancora più forte e un Messina ancora più influente nei rapporti con Palazzo Chigi e con il Tesoro.
Da Carlo Magno a Carlo V
Tra una rassicurazione sull’Opas e una sul ruolo delle fondazioni, Messina ha lasciato filtrare anche un messaggio sul proprio futuro. Cinque esercizi consecutivi alla guida di Intesa Sanpaolo non sembrano bastargli. Nei colloqui riservati con i vertici della Compagnia si è detto disponibile a restare ancora altri quattro o cinque anni. Una disponibilità che alimenta il secondo soprannome affibbiatogli nei salotti della finanza: dopo Carlo Magno, ecco Carlo V, l’imperatore destinato a regnare ben oltre la durata ordinaria dei mandati.
Del resto il suo ristretto gruppo dirigente è rimasto pressoché immutato negli anni, garantendo una continuità che rappresenta uno dei tratti distintivi della governance di Intesa. La politica di remunerazioni elevate ha consolidato il consenso delle fondazioni e dei grandi investitori internazionali, mentre il manager continua a ripetere di voler lasciare spazio ai giovani senza rinunciare al proprio ruolo.
Bambini e non cannoni
Come abbiamo detto, la giornata torinese non è stata però solo finanza. Con Compagnia di San Paolo e Fondazione Ufficio Pio è stato presentato “Scelte Future”, un programma da 10 milioni di euro destinato a 2.000 bambini piemontesi tra zero e sei anni appartenenti a famiglie con Isee fino a 15 mila euro. Le famiglie potranno accantonare ogni mese tra 5 e 30 euro per gli studi dei figli; ogni versamento sarà raddoppiato grazie al fondo finanziato in parti uguali da Compagnia e Intesa. Un progetto sperimentale che partirà nella seconda metà del 2026 e che potrebbe essere esteso dal 2027 al resto del Paese.
«Vogliamo contribuire a formare gli adulti di domani investendo oggi nel contrasto alla povertà educativa», ha spiegato Messina. Poi la stoccata che difficilmente passerà inosservata. «Vedendo 95 mila bambini in famiglie con redditi inferiori a 15 mila euro e pensando che stiamo discutendo di aumentare le spese per le armi, devo dire che mi sento in imbarazzo come cittadino italiano». E ancora: «Se mi chiedete qual è la priorità, io rispondo il sociale, non la difesa militare».
Banchiere di sistema
Una posizione che arriva mentre il dibattito europeo corre nella direzione opposta e che conferma uno dei paradossi di Carlo Magno: il banchiere più potente d’Italia parla più di povertà educativa che di armi. Con l’occhio strizzato verso Palazzo Chigi.
In fondo è questo il tratto che lo distingue da molti suoi concorrenti. Orcel ha scelto di giocare soprattutto sui mercati internazionali. Messina ha costruito la propria forza facendo di Intesa una banca di sistema, capace di parlare contemporaneamente con il mercato, con il governo, con le fondazioni e con il terzo settore. Per questo quando arriva alla Compagnia di San Paolo non si presenta come il manager della banca conferitaria. Arriva come il banchiere che spiega ai suoi azionisti quale sarà la prossima mossa. E difficilmente qualcuno, in quella sala, pensa di impartirgli istruzioni.


