SUL CARROCCIO

Cota si s-Gancia con la Macroregione

Il governatore nasconde dietro il grande attivismo di agit-prop del Nord le sue difficoltà alla guida della Lega piemontese. A Calderoli ha garantito il via libera per la presidente della Provincia di Cuneo. In cambio della candidatura alle Europee

Si è spinto fino all’estremo lembo nord-orientale, a Grado, sobbarcandosi una «bella sfacchinata perché da Torino non ci sono grandi collegamenti». C’è da costruire la Macroregione e per Roberto Cota il Friuli-Venezia Giulia deve diventare l’ennesimo tassello di un progetto – forse l’unico - che, per il momento, unisce la Lega, impedendone la deflagrazione tra spinte autonomiste e scontri di vecchie e nuove leadership. Il governatore cerca di tenersi il più possibile alla larga dalle diatribe di via Bellerio e in sintonia con Roberto Calderoli disegna per il partito piemontese un ruolo di forza di interposizione non solo nelle frizioni tra lumbard e veneti, ma anche nella contrapposizione tra maroniani e bossiani. Per questo pare abbia dato il suo personale placet all’avvicendamento al vertice, lasciando entro l’estate la guida della segreteria “nazionale” a Gianna Gancia. E mentre lady Calderoli sta tessendo la rete delle alleanze – le diplomazie sono al lavoro per tentare di stringere un accordo unitario con il “ribelle” Enrico Montani – a Roma la sua dolce metà ha depositato al Senato una proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione delle macroregioni. Sottoscritta da 64 mila cittadini, la proposta prevede la modifica di tre articoli della Costituzione (116, 117 e 119) per permettere alle Regioni di associarsi fra di loro in macroregioni, attraverso leggi regionali ratificate da referendum popolari. La riforma costituzionale proposta dalla Lega inserisce nella Costituzione anche la previsione che la macroregione trattenga almeno il 75% delle imposte riscosse sul proprio territorio. Considerando i tempi di approvazione di una legge costituzionale, sembra davvero che questa proposta sia stata lanciata per alzare l’asticella e superare le divisioni che stanno lacerando al suo interno la Lega Nord.

 

L’idea della macroregione sembra l’ultimo ritrovato della propaganda leghista, dopo i tentativi – tutti naufragati – di porre al centro dell’azione di governo la questione Nord. Ci hanno provato con la secessione, poi con la devolution, infine con la legge sul federalismo fiscale. Adesso, nel momento di massima debolezza della Lega, il Carroccio tenta il rilancio con l’idea della macroregione.

 

Piemonte, Lombardia e Veneto rappresentano un terzo della popolazione italiana e il 40 per cento del Pil nazionale. Per una fortunata congiuntura, sono tutte e tre governate da una coalizione di centrodestra a guida leghista. Ma il più convinto di tutti è anche l’ultimo arrivato, il governatore della Lombardia Roberto Maroni, che spera di alimentare questo nuovo sogno per ridare vita al Carroccio. Il tempo però stringe perché le legislature piemontese e veneta sono praticamente agli sgoccioli (si concluderanno nella primavera del 2015, sempre che soprattutto in Piemonte non avvengano fatti tali da accorciarne di un anno la vita). E a Roma si prospetta una legislatura breve.

 

Eppure, le tre regioni – che insieme contano più di due milioni di imprese, quasi la metà dell’intero paese – rappresentano davvero la locomotiva d’Italia ed uno dei territori più dinamici d’Europa. Caratterizzati da un tessuto di imprese individuali e piccole aziende, soffrono clamorosamente la crisi attuale. Per questo i tre governatori sperano di «forzare» il debole governo romano per strappare maggiore autonomia finanziaria e qualche risorsa in più. Nel progetto iniziale di macroregione, Maroni aveva ipotizzato anche la possibilità di negoziare nuove competenze – e relative risorse – con lo Stato centrale. Ma questo è tempo di vacche magre e chissà se davvero l’ipotesi potrà realizzarsi.

 

All’idea di macroregione del Nord – sostanzialmente una macroregione padana – si contrappongono, però, altre iniziative avviate nel tempo dalle stesse regioni: il Veneto, ad esempio, ha rispolverato il progetto dell’Euroregione con Friuli e Carinzia (e presto entreranno Istria e Slovenia). Il Piemonte, invece, fa parte dal 2006 dell’Euroregione Alpi Mediterraneo con Provenza-Alpi-Costa Azzurra, Liguria, Valle d’Aosta e Rodano-Alpi. Insomma, la macroregione di Roberto Maroni nasce già stretta tra due realtà che guardano oltre i confini.

 

Insomma, Maroni manda avanti Calderoli mentre Cota e Zaia continuano a giocarsi una carta di riserva, ciascuno guardando oltre i propri confini nazionali. E se Calderoli guarda alle possibili collaborazioni in termini infrastrutturali, agli osservatori più attenti non sfugge che tra queste regioni non si riesce a nemmeno a far passare l’Alta Velocità. Nel dissestato cammino europeo la macroregione padana sembra poco più che un esercizio retorico.

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1 Commenti

  1. avatar-4
    08:46 Lunedì 15 Aprile 2013 Paolinopaperino Poveretti

    ...e quattro legaioli che rappresentano meno del 4% a livello nazionale si illudono di governare un terzo della popolazione italiana? Avanti le ramazze che è giunta l'ora!

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