SANITÀ

Medici di famiglia cercansi.
"Il Piemonte ha bisogno di te"

Dalla Regione una martellante campagna di reclutamento. Lunedì termine ultimo: 300 posti disponibili. Nel 2025 per 170 disponibili solo 60 iscritti. Il Veneto raddoppia le borse di studio, Riboldi non ha soldi. Sul territorio mancano più di 600 camici bianchi

Trecento posti per diventare medici di famiglia. E già c’è chi, tra scongiuri e realismo, scommette su quante di quelle sedie nelle aule del corso che partirà a breve in Piemonte resteranno vuote.

Il precedente dell’anno scorso è desolante: a fronte di 170 posti disponibili, gli iscritti non superarono i 60. A questi va poi sottratta una quota fisiologica di abbandoni nel corso del triennio di formazione. Lo stesso raddoppio delle disponibilità rispetto a un anno fa pone inevitabilmente una domanda: se non è stata coperta neppure la metà dei posti, perché aumentare il numero delle borse di studio? E se le quote vengono decise dal ministero, questo non basta a fugare i dubbi sulla corrispondenza tra le previsioni e la realtà, alla luce dei precedenti più recenti.

Zio Sam Riboldi

Quella della Regione, che ha messo in campo una martellante campagna di reclutamento, più che una speranza sembra un atto di fede. E appaiono ormai lontanissimi i tempi in cui, appena una ventina d’anni fa, per 40 posti disponibili si presentavano oltre 500 candidati. Ancora negli anni immediatamente precedenti alla pandemia il rapporto era di mille domande per cento posti. Poi tutto è precipitato in un baratro dal quale appare difficile risalire.

«Il Piemonte ha bisogno di te»: questo l’appello rivolto ai neolaureati dalla Regione, con una campagna a cui manca soltanto l’assessore alla Sanità Federico Riboldi nei panni del celebre Zio Sam, indice puntato e immancabile “I want you”. Lunedì prossimo scadranno i termini per iscriversi al triennio e scacciare il pessimismo è impresa ardua anche per chi, come il segretario regionale della Fimmg – il sindacato più rappresentativo dei medici di medicina generale – Roberto Venesia, assicura che «quest’anno abbiamo fatto tutto il possibile, iniziando dallo scrivere a tutti i neolaureati per spiegare che quella del medico di famiglia non è una professione di ripiego rispetto alle altre specializzazioni e che molte cose, anche grazie alle strutture del Pnrr e alle Aggregazioni funzionali territoriali, sono cambiate e stanno rapidamente cambiando».

Le carenze sul territorio

Dove il Piemonte continua invece a rimanere immutabile è proprio nella carenza di questa figura professionale: oggi i posti scoperti sul territorio sono ancora più di 600. La Regione paga, inoltre, un altro prezzo che rimanda ancora una volta alla difficile situazione finanziaria della sanità.

Le borse di studio destinate ai futuri medici di famiglia valgono, a livello nazionale, circa la metà dello “stipendio” percepito dagli specializzandi delle altre discipline: non arrivano infatti a 12 mila euro lordi l’anno. Tradotto in cifre, durante il triennio di formazione un aspirante medico di famiglia porta a casa circa 750 euro al mese. Poco, troppo poco, anche considerando che già dal primo anno può iniziare a esercitare la professione, seppure con il limite di mille assistiti.

Borse troppo leggere

Per colmare questo divario, in attesa della riforma annunciata dal ministro Orazio Schillaci e poi finita su un binario morto, che avrebbe previsto una specializzazione universitaria anche per i medici di famiglia, c’è chi ha deciso di mettere mano al portafoglio.

Il Veneto, con oltre 4 milioni di euro, ha incrementato il valore delle borse di studio destinate ai futuri medici di medicina generale. Un investimento che, però, è stato accompagnato da un vincolo preciso: le borse maggiorate sono subordinate non solo al completamento dell’intero triennio di formazione, ma anche all’impegno a restare a esercitare per un periodo minimo sul territorio regionale. «Avremmo voluto farlo anche noi – spiega Venesia – ma la situazione finanziaria della sanità piemontese non lo consente».

Corso inutile?

La mancata riforma volta a equiparare il percorso dei medici di medicina generale alle altre specializzazioni continua a dividere il mondo sanitario e ad alimentare polemiche. «È un corso inutile, privo di qualsiasi valore e che serve soltanto agli interessi di alcune lobby, certamente non ai giovani medici». È il giudizio durissimo di Antonio Barillà, medico di famiglia con decenni di esperienza e già segretario regionale dello Smi Piemonte, sul percorso formativo che, in attesa di un eventuale rilancio della riforma ministeriale, resta l’unica strada per diventare medico di famiglia.

Tra pochi giorni si saprà quanti neolaureati in Medicina avranno deciso di imboccare questa strada e, soprattutto, quante di quelle sedie resteranno vuote. Un dato che rischia di fotografare, ancora una volta, una carenza destinata a pesare sulla sanità piemontese anche negli anni a venire.

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