ALTA TENSIONE

"Vicini a lavoratori e forze dell'ordine", blitz di Meloni al cantiere Tav

Senza avvisare nessuno, la premier ha scelto di recarsi personalmente a Chiomonte per testimoniare la vicinanza dello Stato dopo gli assalti di sabato. Una mossa che spiazza tutti, a partire dalla "silente" Schlein. Quell'asse segreto con Esposito

Blitz della presidente del Consiglio Giorgia Meloni in Val di Susa dopo gli assalti degli antagonisti No Tav ai cantieri della Torino-Lione. Insieme al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, la premier ha raggiunto questa mattina il Piemonte per un sopralluogo al cantiere di Chiomonte, il principale della futura linea ferroviaria ad alta velocità e quello che sabato scorso ha riportato i danni più ingenti durante gli scontri con gli antagonisti.

Meloni e Piantedosi sono atterrati all’aeroporto di Caselle e da lì hanno proseguito il viaggio a bordo di due distinti elicotteri diretti al cantiere. Il ministro dell’Interno è decollato per primo, poco dopo le 10.30, seguito dalla presidente del Consiglio intorno alle 10.45. Ad accoglierli direttamente nell’area del cantiere c’erano il capo della Polizia Vittorio Pisani, il questore di Torino Massimo Gambino e il prefetto Donato Cafagna, che hanno illustrato alla premier e al ministro la situazione dopo gli attacchi di sabato e le misure di sicurezza predisposte per la tutela del sito strategico.

Il primo premier

Nessuno prima di lei. La guerriglia non nasce oggi con l’assalto al cantiere di Chiomonte e il violentissimo attacco alle forze dell’ordine. È una storia lunga, che periodicamente si riscrive con le stesse scene di violenza. Eppure nessun presidente del Consiglio – e a Palazzo Chigi se ne sono succeduti molti mentre in Piemonte si consumavano episodi non meno gravi di quelli di sabato scorso – aveva mai deciso di recarsi sul posto per portare personalmente solidarietà ai lavoratori del cantiere e agli uomini e alle donne in divisa, andando oltre le parole affidate a note ufficiali e comunicati.

Ma anche per testimoniare concretamente la presenza dello Stato accanto a chi quello Stato è chiamato a difenderlo, anche attraverso la tutela delle sue infrastrutture strategiche. Giorgia Meloni, arrivando stamattina a Caselle e poi raggiungendo la Valle di Susa, all’improvviso e senza alcun annuncio, ha compiuto un gesto che nessuno dei suoi predecessori aveva mai deciso di fare. E questo non certo perché, purtroppo, in passato non si fossero verificate circostanze analoghe o persino più gravi.

Il suggerimento di Esposito

A quanto pare, a suggerire il blitz della premier sarebbe stato Stefano Esposito, ex senatore del Partito Democratico, che proprio per aver sostenuto con convinzione la Torino-Lione ha pagato un prezzo politico e personale altissimo, finendo spesso isolato e sotto attacco anche all’interno del suo stesso partito. Una circostanza che aggiunge un ulteriore elemento simbolico a una visita destinata comunque a segnare una discontinuità.

Da Enrico Letta a Matteo Renzi da Giuseppe Conte aPaolo Gentiloni, fino a Mario Draghi – per restare agli ultimi inquilini di Palazzo Chigi – gli attacchi a poliziotti, carabinieri e finanzieri sono sempre stati condannati con fermezza. È però mancata quella presenza fisica che, di fronte a fatti di questa natura, ha inevitabilmente un valore politico e istituzionale. In Valle di Susa, negli anni, sono arrivati diversi ministri, ma la presenza del presidente del Consiglio e le modalità stesse della visita segnano un evidente cambio di passo.

Esposito: "Tutti dalla stessa parte"

Le ambiguità della sinistra

A rendere ancora più significativo il valore politico della visita è anche il comportamento delle opposizioni. Le condanne per gli assalti al cantiere sono arrivate, ma è mancata una presa di posizione diretta della segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, nonostante la netta condanna espressa dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un’assenza che, soprattutto in Piemonte, riporta inevitabilmente al tema dell’ambiguità con cui una parte della sinistra continua a rapportarsi a un movimento nel quale la componente violenta convive ormai stabilmente con quella che si presenta come protesta civile.

Per qualcuno quello della premier è un passo avanti nell'affermazione della legalità contro un fronte organizzato dell’eversione e contro quei fiancheggiatori che cercano di demolire lo Stato con la stessa determinazione con cui abbattono le recinzioni dei cantieri o assaltano le forze dell’ordine. Azioni che non possono e non devono più essere archiviate come semplici degenerazioni di una protesta, ma appaiono ormai parte integrante della sua strategia.

Per altri, naturalmente, la presenza di Meloni in Valle verrà letta come una mossa elettorale: l’ennesimo tentativo di intercettare il consenso di un elettorato sensibile al tema della sicurezza, mentre altri leader politici continuano a mantenersi lontani dal teatro degli scontri. E anche se fosse stata questa l’unica ragione a spingere Giorgia a salire su un aereo per raggiungere Chiomonte, bisognerebbe comunque riconoscere che si è trattato di una mossa politicamente efficace. Con un solo gesto ha tolto spazio alle sortite di Roberto Vannacci e, al tempo stesso, ha messo in forte imbarazzo Schlein e compagni, messi fuori gioco da un’iniziativa che nessuno ha avuto il coraggio o l’intuizione di compiere.

L’area grigia

Resta però un dato difficilmente contestabile. Anche i più severi critici della presidente del Consiglio faticano a spiegare perché nessuno dei suoi predecessori abbia mai compiuto un gesto analogo. E questo vale anche o soprattutto per chi siede oggi all’opposizione. Sarebbe stato semplice salire a Chiomonte nelle ore successive agli scontri e portare personalmente quella solidarietà alle forze dell’ordine che tutti hanno espresso nelle dichiarazioni ufficiali. Dichiarazioni doverose, certamente sincere, ma ormai spesso destinate a scivolare nella ritualità.

È una riflessione che richiama inevitabilmente le parole pronunciate nei mesi scorsi dalla procuratrice generale Lucia Musti, quando denunciò l’esistenza di un’«area grigia» composta anche da ambienti intellettuali e della borghesia cittadina che, con indulgenza o giustificazionismo, finisce per offrire una sponda culturale all’antagonismo violento. Quel clima di legittimazione che rende più difficile isolare chi sceglie sistematicamente la violenza come strumento di lotta politica.

Lo Stato sul campo

L'intensità con cui i leader del Pd e del Movimento Cinque Stelle hanno difeso il sindaco di Bologna Matteo Lepore dopo la manifestazione degenerata in scontri non sembra ritrovarsi quando a finire sotto attacco sono le forze dell’ordine, che anche negli ultimi disordini hanno contato decine di feriti. Anche solo per smentire questa impressione, una stretta di mano e una pacca sulle spalle di uomini e donne abituati a ricevere pietre, bombe carta e altri oggetti lanciati da chi pretende di tenere in ostaggio un pezzo di territorio sarebbero state un gesto apprezzabile. Molto più delle prevedibili critiche rivolte alla premier o della consueta litania sulle carenze di organico e sui bassi stipendi delle forze di polizia.

Gli stessi uomini e le stesse donne che ieri, nel luogo dove sono chiamati a difendere lo Stato, hanno visto arrivare il presidente del Consiglio. Il primo in una lunga storia di violenza, troppo spesso accompagnata da altrettante esitazioni.

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