Jindal conferma l'interesse,
ma trova un'Ilva ormai spenta
09:46 Martedì 28 Luglio 2026
Il gruppo indiano resta in gioco anche dopo lo stop imposto dalla Corte d'Appello all'area a caldo. L'acciaieria è però ridotta ai minimi storici, tenuta in vita dai prestiti pubblici, con miliardi di debiti e migliaia di lavoratori in cassa integrazione
Jindal non si ritira, nonostante tutto. Anzi, proprio mentre la Corte d’Appello di Milano ordina la chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva entro novanta giorni in assenza della completa bonifica dall’amianto e del rientro delle emissioni entro i limiti di legge, il gruppo siderurgico indiano conferma di voler acquistare l’intero complesso.
È una mossa che evita il fuggi fuggi temuto dopo la decisione dei giudici, ma che non cambia la sostanza di una crisi arrivata al suo punto più drammatico. Perché il provvedimento della magistratura non fa precipitare l’acciaieria nel baratro: semmai cristallizza un declino già in atto da mesi, con il ciclo integrale ormai interrotto, la produzione ridotta a meno di un sesto di quella autorizzata, perdite per circa 50 milioni di euro al mese, migliaia di lavoratori in cassa integrazione e uno Stato costretto, ancora una volta, a intervenire con altro denaro pubblico.
Una decisione, quella dei giudici milanesi, destinata a incidere inevitabilmente sul valore dell’azienda, sui tempi dell’operazione e soprattutto sui piani industriali dei potenziali acquirenti. Perché senza l’area a caldo cambia tutto: investimenti, costi, produzione e prospettive.
Jindal rilancia, Flacks ci riprova
In questo scenario, Jindal sceglie di non fare un passo indietro. Nella nota diffusa pochi minuti prima della mezzanotte il gruppo indiano conferma l’interesse ad acquisire l’intero perimetro di Acciaierie d’Italia, area a caldo compresa, subordinando però l’operazione alla definizione degli accordi e alla realizzazione di un nuovo forno carbon free che rappresenta il cardine della futura riconversione industriale.
È un segnale importante anche per il governo, che oggi ne discuterà nel vertice convocato a Palazzo Chigi con commissari e organizzazioni sindacali.
A riaprire la partita prova anche il fondo americano Flacks Group, che torna a proporre il proprio progetto sviluppato con Danieli: due forni elettrici, impianto Dri, riduzione delle emissioni fino all’86% grazie all’idrogeno e una capacità produttiva destinata a crescere progressivamente fino a 4,6 milioni di tonnellate. Un piano tecnologicamente avanzato ma che continua a scontare il limite già emerso nei mesi scorsi: l’assenza di quelle garanzie finanziarie che avevano finito per relegarlo in secondo piano rispetto all’offerta indiana.
La fabbrica che non c'è più
In realtà la sentenza della Corte certifica una situazione che, industrialmente, esiste già da mesi. Dal dicembre dello scorso anno l’ex Ilva ha infatti cessato di essere un’acciaieria a ciclo integrale. I commissari hanno deciso di spegnere tutte le batterie e le cokerie, lasciando in funzione il solo altoforno 2, alimentato però con coke importato. L’altoforno 4 è fermo, le cokerie sono ferme e la produzione è precipitata sotto il milione di tonnellate annue, quando l’autorizzazione ambientale ne consentirebbe sei.
Il più grande impianto siderurgico del Paese produce oggi meno di un sesto della sua capacità autorizzata, accumula perdite stimate in circa 50 milioni di euro ogni mese, ha oltre 4.500 lavoratori in cassa integrazione straordinaria e convive con un indebitamento che sfiora gli 8 miliardi di euro. Mai, nemmeno nei passaggi più difficili della lunga crisi iniziata oltre dieci anni fa, il quadro era apparso tanto compromesso.
Il salvataggio continuo
Non è un caso che, poche ore dopo il provvedimento dei giudici, il Consiglio dei ministri abbia autorizzato un nuovo prestito da 100 milioni di euro, che si aggiunge alle precedenti tranche da 149 e da 100 milioni già concesse nell’ambito del plafond di 390 milioni autorizzato dalla Commissione europea. L’obiettivo ufficiale è garantire la continuità operativa dell’area a freddo in attesa della vendita. Quello sostanziale è evitare che l’azienda si fermi definitivamente prima ancora che venga individuato il nuovo proprietario. Il problema è che Bruxelles ha ormai chiarito come questa rappresenti l’ultima disponibilità a sostenere finanziariamente l’operazione. Dopo non ci saranno ulteriori prestiti ponte.
Tre anni fa, all’uscita di ArcelorMittal, il ministro Adolfo Urso annunciava la nascita del più grande polo siderurgico verde d’Europa. Oggi quella promessa si scontra con una realtà fatta di impianti spenti, produzione ai minimi storici, miliardi di debiti, migliaia di lavoratori senza certezze e continui interventi pubblici per tenere aperti i cancelli.
Per questo il decreto della Corte d’Appello non rappresenta il punto di rottura della vicenda Ilva. Semmai ne costituisce l’atto notarile. Certifica che il più grande stabilimento siderurgico italiano era già entrato da tempo in una crisi profonda e che, mentre la politica continuava a inseguire soluzioni provvisorie, il tempo ha presentato il conto. Jindal può ancora essere il compratore chiamato a scrivere un nuovo capitolo, ma prima dovrà misurarsi con le macerie industriali lasciate da una delle più lunghe e controverse vertenze della storia economica italiana.


