La Tav e gli storici equivoci

C’è poco da fare. Gli equivoci storici attorno alla violenza – sempre più professionale ed affinata – dei No Tv continuano ad imperversare senza alcun significativo cambiamento rispetto al passato. O anche solo rispetto ad un passato recente. Del resto, il copione è sempre lo stesso, anche se negli ultimi anni la violenza si è ulteriormente perfezionata nelle sue dinamiche di organizzazione militare e terroristica sino alla manifestazione di sabato scorso dove sembrava di assistere, al di là di ogni ipocrisia subdola e compiacente, ad uno scontro di guerra simile a quelli a cui assistiamo tutti i giorni nei servizi televisivi nei vari teatri di guerra in giro per il mondo.

E il copione, appunto, è sempre lo stesso. Prima sfilano pacificamente i contestatori storici dell’opera infrastrutturale. Poi, puntualmente, inizia la guerriglia degli antagonisti dell’estrema sinistra – torinesi, piemontesi, italiani e con l’incursione di qualche paese limitrofo europeo –. Dopodiché si contano i gravissimi danni alle persone – cioè sempre e solo i lavoratori delle forze dell’ordine, oltre 120 questa volta – e ai cantieri distrutti e, in ultimo, c’è sempre da registrare la pubblica soddisfazione del movimento No Tav per la riuscita della manifestazione e per la capacità di avere ancora una volta opposto un secco No all’opera. Infine, decolla il teatrino delle reazioni politiche.

Ed è proprio su questo versante che ci si deve soffermare. Perché sin quando la politica italiana, cioè i partiti, danno una risposta diversa, se non addirittura alternativa, e con mille distinguo a questi gravissimi episodi di guerra sarà molto difficile sciogliere il nodo politico per eccellenza. E cioè coloro che, al di là dell’ipocrisia, tutto sommato non ritengono poi così gravi questi episodi di permanente guerriglia terroristica tali da innescare una stagione di vera unità politica ed istituzionale.

O meglio, anche su questo versante si ripete un copione che ormai conosciamo da circa 20 anni e che si ripete quasi meccanicamente e che si snoda in tre passaggi. Parte immediatamente la reazione e la ferma ed inequivoca denuncia politica dei partiti di centrodestra e delle varie istituzioni sulla strutturale pericolosità di queste manifestazioni violente e terroristiche. In secondo luogo, si registra la protocollare e burocratica presa di distanza della sinistra nelle sue varie accezioni – di norma non attraverso i capi partito ma con le seconde o le terze file dei rispettivi partiti – dagli episodi di violenza che si sono manifestati qua e là. Infine, ed è l’aspetto politico più rilevante, non appena è finita la protocollare presa di distanza dalla violenza dei gruppi antagonisti e terroristici, partono gli ormai celebri “distinguo”.

Ed è proprio su questo versante che emergono, puntuali come le stagioni meteorologiche, le persin plateali contraddizioni politiche. Che sono sempre le stesse e che si ripetono puntualmente appena si sono contati il numero dei feriti e valutate le cifre delle distruzioni materiali dei cantieri. Le riassumo brevemente perché sono ormai conosciutissime. E cioè, la libertà di espressione e di manifestare il dissenso è sacra e inviolabile; i partiti di centrodestra non strumentalizzino questi fatti violenti a fini politici; il Governo non può rispondere a questi fatti con leggi repressive e antidemocratiche; le vere priorità nazionali sono altre e parlare della Tav serve solo a distogliere l’attenzione dai veri problemi degli italiani; per concludere, altrettanto puntualmente, che in fondo adesso serve fare un attento esame e valutazione sull’opportunità di quest’opera, cioè la realizzazione della direttrice Torino-Lione.

Ora, e al netto della legittimità di qualsiasi opinione sulla bontà e sulla utilità di questo progetto – tra l’altro approvato più volte nel corso degli anni dal Parlamento italiano e dai vari organismi tecnici e politici europei – emerge sempre un dato di fondo. E cioè, perché la sinistra italiana – nella sua pluralità interna – non riesce di fronte a questi concreti accadimenti a dare una risposta politica netta, chiara, trasparente, credibile, forte, inequivoca, seria e non funzionale a mille interpretazioni? Perché di fronte a fatti come la violenza in Val Susa, o a Torino, o a Bologna o in mille altre manifestazioni che si sono svolte in Italia nei mesi scorsi e dove si registrano concreti atti di violenza non si prendono seccamente e definitivamente le distanze?

E infine, ma perché la sinistra italiana – e storicamente, purtroppo – su questi temi non riesce ad esprimere una vera e propria cultura di governo? È inutile continuare le prediche nei talk serali de La 7 con i soliti noti dispensando pagelle di democrazia e di fedeltà costituzionale a destra e a manca. Adesso è necessaria dare una risposta politica chiara e netta. Sarebbe anche l’unico modo per smascherare la strumentalizzazione della destra e di tutti coloro che vogliono dare solo una risposta repressiva ai fatti, seppur gravi, inumani e drammatici, di una nuova ed inedita violenza terroristica.

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