FINANZA & POTERI

Intesa oltre 5,5 miliardi di utili. Messina accelera sul Monte

La migliore semestrale della sua storia: alzato il traguardo a oltre 10 miliardi nel 2026. Carlo Magno rilancia l'Opas. Ma a Siena e Piazza Meda si lavora a una controffensiva per fermare l'imperatore di Ca' de Sass. Gli ostacoli della controfferta

Prima ancora che un bilancio, è un bollettino dal fronte. Nel grande risiko bancario italiano i numeri contano quanto le azioni, forse di più. E quelli presentati da Intesa Sanpaolo  sono il modo con cui Carlo Messina – ormai Carlo Magno per ambizioni e dimensioni del regno – manda un messaggio agli azionisti, agli avversari e soprattutto a Siena: il motore gira più forte che mai.

Il primo semestre si chiude con un utile netto di 5,554 miliardi, il migliore della storia della banca, in crescita del 6,5% rispetto a un anno fa. Il gruppo alza così le previsioni per l’intero 2026: l’obiettivo non è più “circa” dieci miliardi, ma oltre dieci miliardi. E mentre il mercato guarda alle cifre, Messina guarda già oltre, al Monte dei Paschi e alla banca che immagina di costruire entro il 2029.

Numeri che pesano

Per chi non mastica bilanci bancari il punto è semplice. Una banca può aumentare gli utili perché presta soldi a tassi elevati. Oppure perché vende più servizi, polizze, prodotti finanziari, controlla meglio i costi e perde meno denaro sui crediti deteriorati.

Intesa oggi appartiene soprattutto alla seconda categoria. Il margine da interessi cresce appena dello 0,6%, segno che la stagione dei superprofitti alimentati esclusivamente dai tassi sta rallentando. A spingere il conto economico sono invece le commissioni (+4,9%), l’attività assicurativa (+5,5%), la gestione finanziaria e, soprattutto, una macchina organizzativa che continua a limare le spese. Il risultato operativo aumenta di oltre il 9%, mentre il rapporto tra costi e ricavi scende al 35,9%, uno dei migliori in Europa.

Intesa, insomma, guadagna sempre meno facendo semplicemente la banca tradizionale e sempre più facendo il supermercato del risparmio, degli investimenti e delle assicurazioni.

Pioggia di dividendi

Gli azionisti, naturalmente, sorridono. A partire da Compagnia di San Paolo e Fondazione CrCuneo, i due soci piemontesi. Nel semestre maturano distribuzioni per 5,3 miliardi di euro, di cui 4,2 miliardi sotto forma di dividendi. A novembre dovrebbe arrivare un anticipo di circa 3,8 miliardi. In parallelo è già partito un buyback da altri 2,3 miliardi.

È il modo con cui Messina ribadisce uno dei punti forti della sua strategia: produrre utili, restituirli agli investitori e, nel frattempo, conservare una patrimonializzazione più che abbondante. E, non ultimo, consolidare il proprio potere sugli stessi azionisti, soprattutto quelli istituzionali. Non a caso per la serie di mandati sul groppone è pure chiamato Carlo V e non ha alcuna intenzione di abdicare a favore di eredi che peraltro al momento non si scorgono.

Il Cet1 ratio, cioè il principale indicatore della solidità di una banca, resta infatti al 13,1% anche dopo aver già “accantonato” le somme destinate ai soci. Per dare un’idea, la vigilanza europea chiede a Intesa un requisito del 9,96%. Il margine resta dunque molto ampio.

Il Monte è un progetto industriale

Ed è qui che il bilancio diventa politica industriale. Messina usa infatti la presentazione dei risultati per tornare sull’Opas da 30,6 miliardi lanciata a giugno su Monte dei Paschi. Non parla più soltanto di acquisizione, ma descrive già la banca del futuro. L’obiettivo è arrivare entro il 2029 a gestire circa 2.000 miliardi di attività finanziarie della clientela, superare i 16 miliardi di utile annuo, distribuire complessivamente 61 miliardi agli azionisti tra il 2025 e il 2029 e assumere oltre 13 mila giovani. Non è soltanto un’offerta. È il disegno di quello che diventerebbe il nuovo gigante del credito italiano.

Se Carlo Magno avanza, dall’altra parte nessuno sembra intenzionato a consegnargli le chiavi di Siena. Nelle ultime ore si intensificano infatti i contatti tra Luigi Lovaglio e Giuseppe Castagna per costruire una fusione tra Monte dei Paschi e Banco Bpm che consentirebbe di creare un terzo polo bancario nazionale capace di rendere molto più difficile l’assalto di Intesa.

L’idea è semplice nella teoria e complicatissima nella pratica: unire Rocca Salimbeni e Piazza Meda, mantenere l’indipendenza del Monte e presentarsi al mercato come alternativa credibile all’offerta di Ca' de Sass. Il problema è che le banche non si fondono con gli slogan.

Quattro montagne da scalare

Gli ostacoli sono almeno quattro. Il primo riguarda i valori in Borsa. Banco Bpm vale molto meno di Mps e parlare di “fusione tra pari” richiede parecchia fantasia finanziaria. Il secondo è rappresentato dalla passivity rule: essendo Mps oggetto di un’offerta pubblica, qualsiasi operazione alternativa deve ottenere il via libera degli azionisti. Il terzo porta il nome di Crédit Agricole, primo socio del Banco, che difficilmente accetterà una diluizione senza adeguate compensazioni. Sul tavolo potrebbero finire sportelli da cedere per ragioni Antitrust, partecipazioni nel risparmio gestito o nel credito al consumo e nuovi equilibri assicurativi.

Infine resta il fattore tempo. Intesa ha già convocato per il 10 settembre l’assemblea chiamata ad approvare l'aumento di capitale funzionale all’Opas. Ogni settimana persa rende la rincorsa più difficile.

Come in ogni risiko italiano, poi, entrano in scena gli azionisti. A Siena pesano Delfin, Francesco Gaetano Caltagirone e i grandi fondi internazionali, tutti chiamati a valutare quale strada produca più valore. Nel frattempo aleggia ancora l’inchiesta della Procura di Milano che coinvolge Lovaglio come concorrente esterno nell'indagine sulla precedente partita Mps-Mediobanca. Nessuno oggi può dire se avrà effetti concreti, ma resta un’incognita che il mercato continua a monitorare.

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