VERSO IL 2027

Saracco si sfila, Marrone traballa. Meloni studia il dossier Torino

L'ex rettore declina l'offerta. L'Operazione Carpisa perde il suo candidato ideale e Giordana cerca un piano B. Intanto, nel centrodestra crescono i dubbi sul vicepresidente della Regione: la premier, nei colloqui riservati, apre a un profilo civico

Alla fine Guido Saracco ha deciso di non salire a bordo. O forse, visto il nome dell’operazione, di non mettere la valigia sul nastro. La notizia che cambia il quadro della corsa a Palazzo Civico arriva proprio mentre l’ex rettore del Politecnico è in viaggio tra Cambogia e Vietnam. Poco prima della partenza ha fatto sapere agli interlocutori di non essere interessato a entrare nella partita.

Il nome dell'ex numero uno di corso Duca degli Abruzzi era tornato a circolare con forza, come raccontato dallo Spiffero, all’interno dell’“Operazione Carpisa, il progetto che punta a costruire una “breccia civica” per contendere il Comune di Torino a Stefano Lo Russo, con l’obiettivo dichiarato di arrivare al ballottaggio e sfrattare un sindaco non particolarmente amato e popolare.

Ma quello che inizialmente Saracco aveva liquidato come un possibile “salto nel buio”, anche per la fragilità del fronte da cui era arrivata l’offerta, dopo qualche riflessione si è trasformato in una scelta definitiva. Una risposta abbastanza tranchant: “No grazie, non sono interessato, questa volta salto un giro”.

Non è la prima volta che il suo nome affiora quando a Torino si cerca un candidato fuori dagli schemi classici dei partiti. Anzi. A ogni vigilia elettorale ricompare puntualmente, tanto da essersi ormai guadagnato il ruolo di una sorta di “riserva della Repubblica”, un po’ come l’eterna “opzione Amato” evocata, senza mai concretizzarsi, ogni volta che si elegge il presidente della Repubblica. Questa volta, però, la porta resta chiusa.

Giordana costretto al piano B

Il rifiuto obbliga Paolo Giordana e il gruppo che sta lavorando per defenestrare l’attuale inquilino di Palazzo civico a cambiare spartito. Il dossier di ventiquattro pagine finito nei giorni scorsi sul tavolo dello Spiffero indicava proprio Saracco come l’“idealtipo” del candidato: competente ma non tecnocrate, civico ma autorevole, istituzionale senza essere percepito come uomo di apparato.

Venuto meno quel profilo, bisogna trovare un piano B. L’obiettivo politico, però, non cambia di una virgola. Come spiegava il documento, “il problema non è superare Lo Russo al primo turno. Il problema è superare Marrone”. Vale a dire conquistare quel secondo posto che, nella teoria dell’Operazione Carpisa, aprirebbe una partita completamente diversa al ballottaggio.

Attorno al dossier continuano a muoversi professionisti, manager e pezzi della società civile. Ma non solo. Nella cerchia sono presenti anche dirigenti dei Liberaldemocratici, il partito di Luigi Marattin, mentre sarebbero in corso abboccamenti con i luogotenenti di Carlo Calenda per verificare la disponibilità a convergere su un progetto comune. L’idea resta quella già descritta: costruire un’offerta capace di parlare all’elettorato moderato, civico e deluso, senza identificarsi né con il centrosinistra né con il centrodestra.

Le crepe sotto Marrone

Curiosamente, mentre il fronte civico perde il suo candidato ideale, anche nel centrodestra qualcosa si muove. Maurizio Marrone resta il favorito per la candidatura del centrodestra a Torino. Lo schema continua ad assegnare il capoluogo al partito della premier. Ma attorno al suo nome le perplessità, anziché diminuire, aumentano.

Il ragionamento è sempre lo stesso: profilo troppo marcato a destra, troppo caratterizzato, poco adatto ad allargare il perimetro della coalizione e a conquistare quel voto moderato indispensabile per espugnare una città storicamente ostica al centrodestra. Dubbi che, raccontano diverse fonti, non sarebbero affatto confinati alle opposizioni, ma attraverserebbero anche il campo della maggioranza di governo. E quelle voci, a quanto pare, sarebbero arrivate fino alle orecchie di Giorgia Meloni.

Quel “persino troppo” della premier

Lunedì scorso, a margine del blitz ai cantieri della Tav in Val di Susa, la presidente del Consiglio avrebbe avuto un paio di brevi colloqui riservati con alcuni interlocutori piemontesi. Proprio in quegli incontri, a chi le rappresentava le criticità di una candidatura “identitaria”, la premier avrebbe risposto con due parole piuttosto sorprendenti: “Persino troppo”.

Un’osservazione che suona quasi come una conferma delle perplessità emerse nelle ultime settimane. Non una bocciatura, sia chiaro. Marrone è pur sempre uno di famiglia: Meloni fu testimone alle sue prime nozze. Ma l’ammissione che una candidatura esclusivamente di bandiera rischierebbe di restringere, anziché ampliare, il consenso suona nuova e tutt’altro che scontata.

Per questo la statista della Garbatella avrebbe fatto sapere di essere disponibile a valutare anche soluzioni differenti. Il principio resterebbe invariato: Torino spetta a Fratelli d’Italia. Ma il candidato potrebbe anche essere una figura civica, purché politicamente riconducibile al partito e intestabile a FdI. Al punto da chiedere una mano perfino per un’attività di scouting, significativamente rivolta non ai dirigenti del suo stesso partito.

La zavorra del partito

Se c’è una cosa che la Meloni ha imparato in quattro anni di governo è che i problemi, spesso, le arrivano da casa propria. E il Piemonte, quanto a grane prodotte dalla classe dirigente di Fratelli d'Italia, ha dato un contributo tutt’altro che trascurabile. I casi di Augusta Montaruli, Andrea Delmastro, Emanuele Pozzolo e della ministra Daniela Santanchè, milanese d’adozione ma cuneese di nascita, hanno inevitabilmente lasciato segni sull’immagine del partito e, di riflesso, su quella della sua leader. Anche per questo l’idea di cambiare cavallo, pur senza rinunciare alla titolarità politica della candidatura, non sarebbe più considerata un’eresia.

Un pranzo e il Guazzaloca

Che qualcosa si stia muovendo lo racconta anche un episodio delle ultime ore. Martedì, in un noto ristorante del salotto di Torino, un paio di esponenti del centrodestra si sono attovagliati con un autorevole rappresentante della società civile, personaggio che in passato ha ricoperto numerosi incarichi di sottogoverno. Un semplice pranzo prima della pausa? Oppure un sondaggio esplorativo per verificarne l’eventuale disponibilità? Chissà. Di certo il tema “Marrone non funziona” è stato nel menù del convivio.

C’è chi si domanda se Meloni possa mai immaginare una versione torinese dell’operazione Guazzaloca, il civico che nel 1999 riuscì a conquistare la rossa Bologna rompendo un’egemonia che sembrava inattaccabile. Il paragone, per ora, appare azzardato. Ma il calendario potrebbe offrire condizioni molto diverse rispetto al passato.

È ormai dato quasi per acquisito che si voterà prima per le Politiche e solo successivamente per le Comunali: si ragiona sul 4 aprile 2027 per il Parlamento e tra la fine di maggio e l’inizio di giugno per l'elezione dei sindaci. Uno scenario che cambierebbe parecchio le strategie. Il centrodestra, tradizionalmente più forte nelle elezioni politiche, si presenterebbe alle Comunali con il Parlamento già in tasca, senza il timore che le probabili battute d’arresto nei principali capoluoghi finiscano per contaminare il voto nazionale. Una condizione che potrebbe lasciare molto più spazio a operazioni fuori dagli schemi e candidature meno convenzionali, tanto che i leader della coalizione potrebbero concedersi qualche esperimento in più e perfino qualche azzardo. Sempre che decidano di farlo.

Torino osservata speciale

La sensazione, raccolta negli ambienti romani, è che Meloni abbia deciso di seguire personalmente il dossier Piemonte. Non soltanto per la Tav, che continua a rappresentare un fronte caldo, ma anche per gli equilibri istituzionali della regione. Tra i temi finiti nelle conversazioni ci sarebbe anche quella “concordia istituzionale” che lega il governatore forzista Alberto Cirio e il sindaco dem Lo Russo. Un rapporto giudicato da alcuni interlocutori della premier fin troppo stretto e incline al consociativismo.

Così come avrebbe iniziato a riflettere anche sul futuro dello stesso Cirio e sulle sue mai nascoste ambizioni romane. Ma su questo, raccontano, la presidente del Consiglio avrebbe chiuso il discorso con poche parole prima di risalire sull’aereo diretto nella Capitale: “Ogni cosa a suo tempo”. Nel frattempo, però, una certezza c’è già: l’Operazione Carpisa dovrà cambiare trolley. Perché il passeggero che tutti aspettavano ha deciso di non partire.