Ex Ilva, Novi guarda oltre Taranto.
Lo "spezzatino" non è più un tabù
Stefano Rizzi 13:12 Giovedì 30 Luglio 2026
Il fermo del ciclo a caldo dell'impianto pugliese rischia di bloccare anche lo stabilimento piemontese. Il sindaco Muliere (Pd): «Qui si deve continuare a lavorare l'acciaio, da qualunque parte provenga». In bilico 550 posti di lavoro. Il destino di Racconigi
“A Novi Ligure si trasforma l’acciaio. E se non arriva più da Taranto, credo si debba guardare altrove”. Quando una nave affonda, continuare a restare tutti a bordo non è sempre sinonimo di coraggio. A volte significa soltanto affondare insieme. È il ragionamento che, senza troppi giri di parole, comincia a farsi strada anche attorno all’ex Ilva. Con Taranto ormai avviata verso lo stop del ciclo a caldo, il sindaco di Novi Ligure, Rocchino Muliere, rompe un tabù: se l’acciaio non arriverà più dalla Puglia, allora bisognerà cercarlo altrove e immaginare un futuro autonomo per lo stabilimento piemontese.
«Fino a oggi abbiamo mantenuto una posizione di difesa dell’intero gruppo, ma l’evoluzione della vicenda impone di prendere in esame tutte le possibilità, compresa quella di un eventuale scorporo». Il tanto vituperato “spezzatino”, più volte evocato nella travagliata e ormai annosa vicenda dell’ex Ilva, torna così ad affacciarsi non solo come un’eventualità, ma addirittura come una possibile ancora di salvezza, mentre tutto sembra andare alla deriva.
Mentre il suo partito, il Pd, con il deputato Federico Fornaro indica la strada di «un processo di nazionalizzazione, anche temporaneo», dichiarandosi pronto a sostenerlo, il sindaco di Novi Ligure non nasconde di guardare con speranza a un futuro “autonomo” dello stabilimento che nella sua città impiega 550 lavoratori, di cui 170 attualmente in cassa integrazione a rotazione, e che nelle prossime settimane è destinato a interrompere completamente le lavorazioni.
Il tavolo del Governo
Al tavolo di ieri con il Governo si è visto come sono andate le cose, anche se nessuno si faceva particolari illusioni. Il conto alla rovescia verso lo stop del ciclo a caldo dell’impianto di Taranto è già partito e non sembra esserci alcuna possibilità di fermarlo. Martedì è in programma un nuovo tavolo tecnico: uno schema già visto molte volte, anche se stavolta la situazione appare persino peggiore rispetto al passato.
Così quella di Muliere, che può sembrare una voce fuori dal coro, indica non solo la speranza di un futuro per Novi Ligure sganciato dalla casa madre pugliese, ma pone soprattutto una domanda destinata a pesare: «Bisogna guardare a qualunque possibilità, naturalmente supportata e garantita da piani industriali seri. Ma la vera domanda è un’altra: c’è qualche gruppo, qualche cordata interessata allo stabilimento?».
Il caso di Racconigi
Che uno stabilimento possa avere un futuro anche al di fuori del perimetro dell’ex Ilva non è un’ipotesi campata in aria. Lo dimostra il caso di Racconigi, in provincia di Cuneo. Il sito è un tubificio privo di forni fusori: non produce acciaio, ma lo trasforma. Qui arrivano i coils dagli impianti principali, in particolare Taranto e Genova, che vengono lavorati a freddo per realizzare tubi destinati a diversi settori industriali.
I primi segnali di interesse risalgono al settembre 2024, quando i commissari straordinari avviarono la procedura di vendita di Acciaierie d’Italia raccogliendo una quindicina di manifestazioni d’interesse. Tra i gruppi affacciatisi sull’operazione figuravano grandi player italiani e internazionali come Marcegaglia, Baku Steel e Jindal, interessati all’intero complesso o a singoli asset.
Un anno dopo, nel settembre 2025, quello scenario ha assunto contorni molto più concreti proprio per Racconigi. Il gruppo Profilmec ha infatti presentato ai commissari una proposta specifica per l’acquisizione e il rilancio dello stabilimento cuneese, dimostrando come possano esistere operatori interessati anche a singoli siti produttivi. Un precedente che alimenta la domanda posta oggi dal sindaco di Novi Ligure: se qualcuno si è fatto avanti per Racconigi, perché non potrebbe accadere anche per l’impianto alessandrino?
«Da mesi dico che bisogna guardarsi attorno» ricorda il sindaco, tornato da qualche anno a guidare la sua città dopo un lungo periodo da consigliere regionale e che un po’ di tempo fa quando ancora non arrivata la sentenza della Corte d’Appello di Milano denunciava la solitudine in cui era lasciata la sua città anche dagli stessi vertici della Regione.
Le promesse di Cirio
«Da mesi aspettiamo qualche notizia e non arriva niente. Siamo in alto mare, in un mare in tempesta e da soli», diceva Muliere alla fine di maggio. Un messaggio neppure troppo velato che aveva come destinatario, oltre al Governo, anche il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio, il quale, nel febbraio 2024, insediando a Novi Ligure il tavolo di crisi, aveva assicurato: «Dobbiamo tenere alta l’attenzione e lavorare insieme al Governo per salvaguardare e rilanciare un settore strategico non solo per il nostro Paese, ma anche per il Piemonte».
Più di due anni dopo, trascorsi tra tavoli, annunci, speranze e delusioni, quel rilancio è stato travolto da una situazione drammatica, nella quale oggi nessuno sembra in grado di garantire un futuro alla siderurgia italiana e ai suoi lavoratori.
Senza Taranto
«Per lo stabilimento di Novi Ligure, un’area di un milione di metri quadrati, non è pensabile immaginare una chiusura. Sarebbe una prospettiva inaccettabile. Qui si lavora l’acciaio che arriva da Taranto – ribadisce il sindaco – e se Taranto si ferma davvero, possiamo permetterci di non reagire e di non cercare altre soluzioni? Tutto ciò che può garantire il futuro dell’impianto e dei lavoratori va cercato e preso seriamente in considerazione».


