ECONOMIA DOMESTICA

Ex Ilva, dal caldo al gelo. Novi anello debole nel piano Jindal

Al ministero trattativa con gli indiani senza un business plan. Il gruppo asiatico punta alla lavorazione a freddo (il forno elettrico specchietto per le allodole?). Racconigi appetibile nel caso di spezzatino. Si profila una nuova gara con lo Stato "garante" della newco

Il caldo che definisce il ciclo delle lavorazioni dell’ex Ilva, bloccato dalla sentenza del Tribunale di Milano, rischia di trasformarsi in un raggelante scenario per il futuro del colosso dai piedi d’argilla della siderurgia italiana.

Dietro rassicuranti dichiarazioni d0intenti, impegni assunti ai vari tavoli e le solite promesse, si profila una situazione, se possibile, ancora peggiore di quella già oggi evidente. Fatti e circostanze, seppure avvolti da una provvidenziale coltre d’incertezza e da un po’ di fumo utile a celare la realtà, sembrano suffragare quella che ormai è più di un’ipotesi. Non è un caso se il Governo si prepara ad azzerare la partita fin qui giocata: a settembre ripartirà una nuova gara, con un perimetro industriale completamente diverso e gli scenari costruiti attorno a Jindal e Flacks destinati a essere riscritti.

Affitto per 18 mesi

Chi segue passo dopo passo la vicenda da posizioni di primo piano non nasconde che la trattativa aperta con gli indiani di Jindal – intenzionati a spingere per arrivare rapidamente a una conclusione – venga portata avanti al ministero delle Imprese e del Made in Italy senza un vero business plan e con la concreta possibilità che il gruppo asiatico parta con un contratto di affitto della durata di 18 mesi, corredato da una serie di clausole che gli consentirebbero di tirarsi indietro in qualsiasi momento. Uno schema, almeno in parte, già visto con ArcelorMittal all’epoca della nascita di Acciaierie d’Italia.

Se la lettera inviata nei giorni scorsi da Jindal ai commissari di Ilva in amministrazione straordinaria e di Acciaierie d’Italia delinea una prospettiva nella quale il ciclo a caldo di Taranto – fermato dalla magistratura con un provvedimento che difficilmente potrà essere ribaltato dall’annunciato ricorso in Cassazione del Governo – dovrebbe essere ripristinato grazie alla realizzazione di un forno elettrico, per più di un osservatore con profonda conoscenza del dossier quello scenario rischia di essere poco più di uno specchietto per le allodole.

Solo laminatoi

Nell’attesa di costruire e mettere in funzione l’impianto destinato a sostituire quello bloccato, quasi certamente in via definitiva, il gruppo indiano prevede un periodo di transizione durante il quale gli stabilimenti di Taranto, Genova e Novi Ligure lavorerebbero a freddo l’acciaio prodotto dalla stessa Jindal in India o acquistato in Oman.

Una fase transitoria che, secondo alcuni, potrebbe essere considerata fin da subito definitiva. C’è infatti chi fa notare come la sentenza del Tribunale di Milano finisca, paradossalmente, per coincidere con i progetti degli indiani: utilizzare gli impianti italiani esclusivamente per la lavorazione a freddo, cancellando di fatto la produzione di acciaio a ciclo integrale che ha caratterizzato il complesso siderurgico per tutta la sua lunga e travagliata storia.

Ancora prima che arrivasse il verdetto di Palazzo di Giustizia, i numeri sull’occupazione associati allo schema Jindal indicavano una sensibile riduzione rispetto all’obiettivo dichiarato dal Governo di non scendere sotto la soglia dei 5 mila addetti: circa 2.500 a Taranto, non più di 600 a Genova Cornigliano e non oltre 400 a Novi Ligure, dove oggi i lavoratori sono circa 550.

Arvedi sfilato

Sul ciclo a caldo, ancora prima della sentenza della magistratura, era già tramontata l’ipotesi di una soluzione italiana attraverso l’acquisizione da parte del Gruppo Arvedi, insieme ad altri operatori siderurgici del Nord interessati ai laminatoi, ma non agli altoforni, neppure se elettrici. Quella strada portava verso la lavorazione di bramme acquistate sul mercato, proprio come più di uno sospetta possa accadere anche con Jindal, sebbene in questo caso parte del materiale venga prodotto direttamente negli impianti indiani del gruppo.

Insomma, il caldo oggi all’ex Ilva non c’è più e in molti sono disposti a scommettere che non tornerà. È dentro questo scenario che va cercato il futuro degli stabilimenti e, naturalmente, della loro forza lavoro. Molto dipenderà anche dalla quantità di materiale che Jindal, qualora la procedura si concludesse con un primo affidamento in affitto, deciderà di destinare ai vari siti produttivi. I piani di fornitura sarebbero concentrati soprattutto – se non esclusivamente – su Taranto e Genova, creando una sorta di concorrenza interna nella quale a pagare il prezzo più alto rischierebbe di essere proprio Novi Ligure. A questo, in Piemonte, si aggiunge il destino dello stabilimento di Racconigi, più piccolo ma ritenuto assai più appetibile da un eventuale acquirente, forse già pronto qualora si arrivasse allo spezzatino.

Nuova gara, nuove carte

La sentenza del Tribunale di Milano non ha soltanto cambiato il destino del ciclo a caldo. Ha anche costretto il Governo a riscrivere da capo la partita per la cessione. A settembre partirà un nuovo bando che, di fatto, azzererà il percorso seguito finora con gli americani di Flacks e con gli indiani di Jindal. Nonostante le pressioni esercitate da questi ultimi per arrivare rapidamente a una conclusione, l’esecutivo è orientato a riaprire la procedura sulla base di un perimetro industriale e finanziario profondamente diverso.

Venuta meno l’area a caldo, infatti, il valore e la struttura dell’operazione cambiano radicalmente. Gli asset destinati al mercato – laminatoi, tubifici e magazzini – non sarebbero più appesantiti dai costi e dagli oneri degli altoforni. Uno scenario che, secondo diverse valutazioni circolate negli ultimi mesi, potrebbe ridurre drasticamente il prezzo di acquisizione, fino a rendere possibili anche offerte simboliche, mentre il valore complessivo delle attività a freddo, scorporate dagli impianti di Taranto, potrebbe aggirarsi intorno al miliardo di euro.

L’altra novità riguarda il ruolo dello Stato. Il Governo starebbe infatti valutando di entrare nella futura newco con una quota di garanzia, affiancando gli investitori che si presenteranno alla gara e sostenendo il progetto di rilancio dell'area a freddo.

In vista del confronto con sindacati, associazioni di categoria ed enti locali, in programma il 5 e il 6 agosto, da Roma filtrano segnali di nuovi interessamenti, anche da parte di operatori italiani. In questo quadro Jindal appare oggi in una posizione meno favorevole: la società indiana dovrà attendere il nuovo bando e riformulare la propria proposta, che potrebbe perdere gran parte del suo appeal proprio perché costruita su un modello che prevedeva lo spostamento del baricentro produttivo verso Oman e India, un’ipotesi che aveva una sua logica quando occorreva gestire anche il ciclo a caldo, ma che la sentenza del Tribunale di Milano ha di fatto depotenziato.

Anche gli americani di Flacks restano in partita. Il progetto sviluppato insieme a Danieli e Metinvest potrebbe tornare competitivo, ma molto dipenderà dalle caratteristiche del nuovo bando e dalle alleanze che prenderanno forma nelle prossime settimane.

Basta la mobilitazione?

Di vasi di ferro non ce ne sono, ma quello di coccio più fragile sembra essere proprio quello della città il cui sindaco, Rocchino Muliere, l’altro giorno allo Spiffero aveva manifestato tutti i suoi timori – condivisi da gran parte della comunità – aprendo con decisione all’ipotesi di un futuro autonomo per lo stabilimento.

In una situazione tanto drammatica, con la prospettiva concreta della fine della storia dell’Ilva, non può che sorprendere l’atteggiamento dei sindacati, che ieri hanno annunciato una mobilitazione permanente denunciando ritardi e chiedendo «un piano nazionale straordinario di rilancio e messa in sicurezza dell’ex Ilva». Certo, denunciano confusione, incertezze e mancate risposte, minacciano scioperi e iniziative di protesta, ma agli occhi di molti sembrano non avere ancora compreso fino in fondo la portata di ciò che si profila all’orizzonte: non l’ennesima crisi aziendale, bensì la possibile fine del grande polo siderurgico italiano.