SACRO & PROFANO

Vangelo in bolletta, conversione "green" della diocesi di Torino

Grugliasco e Settimo Torinese inaugurano le prime comunità energetiche della Fondazione ispirata alla Laudato si', presto seguite da Villarbasse, Piossasco e Torino. Encomiabile, purché non si confonda la vera missione della Chiesa

Nel 2024 la diocesi di Torino ha dato vita a quello che vuole essere «uno strumento operativo per dare concretezza all'invito dell’enciclica Laudato si’», cioè la Fondazione Energie di Comunità ETS, per la produzione di energia pulita e la transizione ecologica. Ne fanno parte anche le diocesi di Susa, Alba, Asti, Saluzzo e Pinerolo. Ora le prime comunità energetiche a entrare nella fase operativa saranno le parrocchie di Grugliasco e Settimo Torinese, con la produzione di energia dagli impianti fotovoltaici installati sui tetti e con benefici concreti sul piano ambientale; presto seguiranno le parrocchie di Villarbasse, Piossasco e Sant’Ermenegildo Re e Martire a Torino.

L’iniziativa è sicuramente encomiabile, ma qualche domanda aleggia su tanto fervore: essa ha davvero a che fare, se non in via del tutto secondaria e indiretta, con la missione della Chiesa, che è l’annuncio di Cristo e la salvezza delle anime? Insomma, dal primato della Grazia a quello dell’energia. Nel progetto si parla di unità tra le comunità, ma si tratta soltanto di un’unità estrinseca e funzionale, mentre l’unità cristiana è ontologica e spirituale.

Il sinodo interminabile

Il Santo Padre, rientrato dalle vacanze di Castel Gandolfo, ha trovato a Roma corposi dossier sul governo di una Chiesa nella quale predomina sempre più la confusione e dove tutti i nodi stanno venendo al pettine, mettendo alla prova quello che è uno degli obiettivi conclamati del suo pontificato: l’unità della Chiesa.

Intanto il «sinodo interminabile della sinodalità assembleare», perché alla sua conclusione sta seguendo una «fase di attuazione» (2025-2028): ora è in corso la «valutazione dell’attuazione», con assemblee diocesane che si terranno nel primo semestre del 2027, poi assemblee delle Conferenze episcopali nel secondo semestre, quindi assemblee continentali nel 2028, che si concluderanno con una «Assemblea ecclesiale» in Vaticano nell’ottobre dello stesso anno.

E se qualcuno sperasse che, dopo tanto assemblearismo, fosse finita, si disilluda, perché le Note di accompagnamento al documento finale avvertono: «Il cammino non si conclude, ma inizia una nuova fase». Inoltre, tra i criteri per selezionare gli assemblearisti compare la clausola «che siano disponibili a sostenere il processo oltre il 2028». Dall’Ecclesia Mater et Magistra all’Ecclesia semper assembleanda. La teologia della sinodalità è pratica, induttiva, sperimentale: non fatta di documenti dottrinali, ma di cambiamenti concreti.

Se poi si prendono in esame gli ultimi eventi ecclesiali, si rimane sempre più perplessi. Dopo che il vescovo di Modena, monsignor Erio Castellucci, ha proposto di far presiedere a una donna la prima parte della Messa, quello di Bruxelles, monsignor Luc Terlinden, a nome dei vescovi del Belgio, spinge per i preti sposati che, secondo lui, arricchirebbero la Chiesa; padre James Martin S.J. chiede che gli omosessuali siano ordinati sacerdoti; il cardinale Timothy Radcliffe presiede una celebrazione per l’anniversario di una coppia omosessuale; a Los Angeles si è celebrata una “Messa azteca” con tanto di danze pagane; la cattedrale di San Diego, in California, ha ospitato una Messa a tema lgbt; a Eichstätt, in Germania, il nuovo vescovo è monsignor Christian Würtz, apertamente favorevole alle benedizioni in chiesa delle coppie omosessuali. Da ultimo, e per rimanere in tema di Chiesa «in uscita», va segnalato don Nico Passero, parroco della chiesa di San Giuseppe a Grimsby, in Canada, che ha partecipato (strano che non abbia celebrato) al matrimonio del fratello con il suo compagno, definendolo «epico e straordinario».

Il Credo di don Paolo

In un tale bailamme non possiamo non rilevare con piacere una puntualizzazione che il noto liturgista torinese don Paolo Tomatis ha fatto commentando il Credo come confessione di fede, risposta alla Parola di Dio e meditazione dei misteri, rilevando come «l’importante è che le parole siano quelle del Credo. Negli anni Settanta (e noi diciamo ancora oggi, ndr) andava di moda sostituire il Credo ufficiale con nuove formulazioni “per l’uomo d’oggi”. Ma la liturgia non è il momento della traduzione e della riflessione su come rendere significativo il messaggio del Credo. La liturgia è lo spazio e il tempo in cui sentirci raccolti in quelle parole che, per quanto difficili, ci collocano nell’essenziale, che tutti ci unisce».

Se un fautore della creatività e dell’antropologia liturgica, come don Paolo è da sempre, è arrivato a questo richiamo, vuol dire che ormai i buoi sono fuggiti dalla stalla e che nelle chiese se ne vedono e se ne sentono di tutti i colori. E allora come non ricordare i due Olivero: il primo, don Fredo, che sostituiva il Credo con «Dolce sentire», e l’altro, monsignor Derio, che alla Messa dei popoli lo fece addirittura omettere, tanto che, dopo mesi e a seguito delle proteste dei fedeli, fu convocato dall’allora Congregazione per la Dottrina della Fede, che gli ammannì un buffetto sulla guancia? Perché diciamo pure che in altri tempi, quando cioè la Chiesa era la Chiesa, un abuso di tal fatta avrebbe come minimo meritato la sospensione a divinis, mentre oggi è più che altro un’infrazione al galateo.

Pavidi sull’eutanasia

Il 15 luglio scorso l’Assemblea nazionale francese ha approvato la legge eutanasica sul «diritto di uccidersi o di essere uccisi». I vescovi francesi non hanno reagito con cautela istituzionale o con il timore di dividere le comunità ma, affermando la dottrina della Chiesa e della ragione, hanno scritto che la legge cambierà il rapporto con la vulnerabilità, degraderà i legami tra le generazioni e quelli di fiducia tra chi si prende cura e i pazienti, mentre i poveri potranno sentirsi spinti a morire. Sono arrivati persino ad avvertire che i parlamentari cattolici che avessero votato a favore della legge non avrebbero potuto accostarsi alla Comunione.

Linea ben diversa da quella dei colleghi italiani della Cei, sempre pavidi e arrendevoli, incapaci di condurre, come avrebbe fatto Camillo Ruini, una battaglia che ritengono persa in partenza contro il progressismo contemporaneo. Nella discussione sulla legge italiana, poi congelata in Parlamento, i vescovi emisero una Nota nella quale auspicavano che, qualora la legge sul suicidio assistito avesse dato luogo a un ampio confronto, essa sarebbe stata accettabile. In sostanza, la democrazia partecipativa e integrativa, più che la legge naturale e il Vangelo – mai citati nel documento della Cei –, e i bisogni dei cittadini, più che la legge divina, sarebbero il valore da salvaguardare.

La predica di Houellebecq

Ha così suscitato qualche inquietudine nel mainstream progressista, anche cattolico, la chiaroveggente presa di posizione del notissimo scrittore francese Michel Houellebecq, il quale, da posizioni agnostiche e non confessionali, ha collegato la fine dell’Occidente all’eutanasia e a un generalizzato desiderio di morte, non totalmente consapevole, ma che ignora con arroganza le grandi tradizioni filosofiche e religiose contrarie al suicidio, considerandole superate. Parole che risuonano stranamente assonanti con quelle pronunciate profeticamente nel 2004 da Benedetto XVI sull’Occidente che odia sé stesso.

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