ALTA TENSIONE

Un flop la (s)mobilitazione No Tav,
gli attivisti levano le tende

Poche decine di militanti hanno risposto all'appello per "rompere l'assedio". La colonna di auto partita da Venaus è stata fermata dopo poche centinaia di metri per consentire le identificazioni da parte della polizia. Nessun tentativo di raggiungere i cantieri

Più che una mobilitazione una smobilitazione. Tra gli slogan della vigilia e la realtà c’è stata una bella differenza e l’assedio, alla fine, non l’hanno rotto. Dopo tre giorni trascorsi nel “non campeggio” di Venaus, i No Tav avevano promesso di “far girare la testa”. La cronaca racconta invece la fine del presidio, senza cortei verso i cantieri e con una partecipazione ben lontana da quella evocata dagli appelli diffusi sui social: poche decine di partecipanti e una carovana di auto bloccata dalla polizia per le identificazioni.

La vicenda si chiude dove era cominciata pochi giorni fa. Dopo gli assalti ai cantieri del 25 luglio, costati oltre 120 feriti tra le forze dell’ordine e danni per oltre un milione, il prefetto Donato Cafagna aveva progressivamente blindato la valle con quattro ordinanze: prima lo stop al campeggio libero a Susa e Bussoleno, poi quello esteso anche a Venaus, oltre alle limitazioni di accesso alle aree vicine ai cantieri e al divieto di detenere caschi, passamontagna, fumogeni e altro materiale ritenuto utilizzabile negli scontri.

Per aggirare il provvedimento, il movimento aveva trasformato il campeggio in un “non campeggio” alla Magritte: niente tende, ma un presidio permanente nello storico sito di Venaus, ribattezzato poi “bivacco”. Sabato, al posto della inizialmente annunciata “serata di lotta”, per carenza di falangi d’appoggio si erano svolti dibattiti, workshop, giochi, incontri con attivisti stranieri e un’assemblea, sempre sotto l’occhio della Digos e del reparto mobile.

L’appello per “rompere l’assedio”

Ieri sera il movimento aveva alzato i toni. Attraverso i social aveva convocato un appuntamento alle 10 di questa mattina per “uscire insieme dal presidio di Venaus”, invitando attivisti e militanti a raggiungere la valle oppure a esporre bandiere No Tav dalle proprie abitazioni. Nel lungo comunicato gli attivisti parlavano di “attacco mediatico, politico e militare”, promettevano di “rompere l’assedio” e invitavano tutti a presentarsi con “bandiere, striscioni, trombe, casse e buon umore”.

L’attesa, anche da parte delle forze dell’ordine, era dunque rivolta a una possibile iniziativa nei pressi dei cantieri. La mattina, però, il colpo d'occhio era ben diverso dalle aspettative. Nel presidio erano presenti appena trenta-quaranta persone, impegnate soprattutto a smontare il “non campeggio”: zaini, sacchi a pelo e amache sono stati caricati sulle auto e sui furgoni, mentre l'’rea rimaneva sorvegliata.

Tra i pochi partecipanti c’era anche Stefano Gatti, ventinovenne della provincia di Torino, che ha preso pubblicamente le distanze dalle violenze del 25 luglio. “Le condanno – ha detto ai cronisti – io ho sempre partecipato a manifestazioni pacifiche”. Pur ribadendo la propria contrarietà all’opera, ha spiegato di essere arrivato a Venaus per manifestare “senza scudi, senza il viso coperto”.

La carovana fermata

Poco dopo le 10 i manifestanti hanno lasciato il presidio in modo organizzato. Tra clacson, slogan e bandiere, una trentina di auto e furgoni – con a bordo circa un centinaio di persone secondo gli organizzatori, molte meno secondo quanto osservabile sul posto – si è mossa lungo la provinciale 210 in direzione di Susa.

La marcia, però, è durata poche centinaia di metri. All’altezza del bivio per Mompantero e successivamente sotto il cavalcavia dell’autostrada, il corteo è stato fermato da due schieramenti del reparto mobile della polizia e dalla Digos, che hanno disposto l’identificazione dei partecipanti veicolo per veicolo. Dopo oltre un’ora e mezza di attesa sono iniziate le operazioni di identificazione. La polizia ha fatto defluire i veicoli uno alla volta lungo la provinciale 210, riprendendo con telecamere e smartphone volti e documenti degli occupanti. A filmare la scena, curiosamente, sono stati anche gli stessi attivisti con i loro telefoni. Prima dell’avvio dei controlli dalle auto in coda sono risuonati a lungo i clacson, mentre alcuni militanti hanno insultato una troupe televisiva dopo aver intimato ai giornalisti di non effettuare riprese senza il loro consenso.

Identificazioni, balli e insulti ai cronisti

L'attesa si è protratta in un clima rimasto complessivamente tranquillo. Mentre gli agenti procedevano con le identificazioni, alcuni militanti sono scesi dalle auto formando piccoli gruppi ai margini della strada. Da una potente cassa acustica sono partiti musica e annunci al microfono, seguiti da balli improvvisati tra bandiere, clacson e risate.

Non sono mancati momenti di tensione verbale con la stampa. Già durante lo smontaggio del presidio alcuni attivisti avevano intimato a fotografi e operatori video di smettere di riprendere sostenendo che “non c’è consenso”. Al momento della partenza, in alcuni casi, le proteste si sono trasformate in insulti rivolti ai giornalisti presenti.

La strategia della prevenzione

Al termine di quattro giorni, il bilancio appare molto diverso da quello che gli stessi No Tav avevano prospettato. Il “non campeggio”, nato per aggirare il divieto imposto dalla Prefettura, si è concluso senza la “serata di lotta” inizialmente annunciata e senza nuovi tentativi di raggiungere i cantieri. La mobilitazione finale, presentata come il momento in cui “rompere l’assedio”, si è tradotta in una breve carovana di veicoli immediatamente fermata per le identificazioni.

La strategia preventiva messa in campo dopo gli scontri del 25 luglio, con ordinanze, controlli e una presenza costante delle forze dell’ordine sul territorio, ha di fatto impedito che la quattro giorni di Venaus producesse nuove situazioni di tensione.

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