Fondazioni più ricche e potenti, ora va ripensata la governance
07:00 Lunedì 03 Agosto 2026Il risiko bancario porterà nelle casse degli enti piemontesi risorse ingenti: la Compagnia potrà superare i 600 milioni di dividendi l'anno, la Crt sfiorare i 300. Inevitabile rivedere i criteri di nomina dei vertici e i meccanismi con cui vengono assunte le decisioni
Il grande risiko bancario non sta cambiando soltanto gli equilibri del credito italiano. Sta riscrivendo anche il ruolo delle fondazioni piemontesi. Se le operazioni oggi sul tavolo arriveranno a compimento, avranno a disposizione somme impensabili fino a pochi anni fa, ottenute pur a fronte di una progressiva riduzione del peso azionario nelle rispettive banche. Con quello che ciò comporta in termini di indirizzo e di controllo verso le rispettive banche conferitarie.
È qui che la questione smette di essere soltanto finanziaria. Perché quando enti privati amministrano risorse di questa portata, in grado di orientare welfare, cultura, ricerca, università e sviluppo dei territori, cresce inevitabilmente anche la loro responsabilità. E diventa difficile sostenere che possano continuare a essere governati con regole pensate per un’altra stagione. Così come sarebbe riduttivo pensare di “difendere” la presenza piemontese con un paio di nomine – quando va bene – già oggi “caldeggiate” se non addirittura scelte dagli amministratori delegati.
Banche giganti, imprese lasciate sole
La crescita delle cedole non risolve, anzitutto, il problema del rapporto tra credito e territorio. Le grandi concentrazioni producono economie di scala, riducono i costi, aumentano la capacità di investimento tecnologico e rafforzano i coefficienti patrimoniali. Non è affatto scontato che producano anche maggiore attenzione verso una bottega artigiana, una piccola industria familiare o un’impresa che chiede poche centinaia di migliaia di euro per crescere.
Basta parlare con artigiani e piccoli imprenditori piemontesi per raccogliere lamentele su processi decisionali sempre più lontani, algoritmi che sostituiscono la conoscenza diretta del cliente, filiali che chiudono e responsabili del credito che cambiano in continuazione.
Il nuovo Intesa-Mps avrà 20 milioni di clienti italiani e quasi 3 mila sportelli. UniCredit-Commerzbank sarà uno dei maggiori operatori continentali. Proprio per questo il rischio è che una piccola azienda di Cuneo, Asti o Biella ma anche di Torino diventi una riga statisticamente irrilevante dentro un’enorme piattaforma europea.
Le fondazioni, se davvero intendono continuare a definirsi espressione dei territori, dovrebbero usare il loro ruolo di azionisti per porre anche questa questione. Non basta incassare la cedola di Messina o di Orcel. Bisogna capire quale credito resta a disposizione dell’economia reale che quella ricchezza ha contribuito a generare.
Forzieri senza elettori
C’è poi un problema di potere. E di governance. Con flussi annui che per la Compagnia di San Paolo possono superare il mezzo miliardo, per Crt avvicinarsi ai 300 milioni e superare gli 80 per la Cr Cuneo, le fondazioni non sono più soltanto grandi dispensatrici di beneficenza e filantropia.
Possono decidere se un evento culturale sopravvive, se un teatro apre la stagione, se un’università finanzia un centro di ricerca, se un Comune riesce a mantenere un servizio sociale, se un ospedale acquista una tecnologia, se un progetto di rigenerazione urbana parte oppure resta sulla carta. Possono orientare gli investimenti, stabilire le priorità del welfare e condizionare indirettamente le amministrazioni pubbliche.
I loro presidenti amministrano patrimoni e flussi superiori a quelli a disposizione di molti sindaci e, per alcuni capitoli, persino della Regione Piemonte. Con una differenza sostanziale: sindaci e presidente della Regione vengono eletti, affrontano un’opposizione e rispondono delle proprie scelte ai cittadini. I vertici delle fondazioni sono scelti attraverso procedure interne, spesso opache agli occhi dell’opinione pubblica, da organi che in larga misura si riproducono da soli. Autoreferenzialità che sfocia in vera e propria autocrazia.
Le grandi concentrazioni bancarie stanno inoltre trasformando le fondazioni da azionisti di riferimento in soci minoritari di gruppi dominati dal mercato e dagli investitori internazionali. Il rischio è un cortocircuito: enti nati per controllare e indirizzare la banca conferitaria finiscono per dipendere totalmente dai dividendi e dalle strategie stabilite dai suoi amministratori delegati. Sulla carta dovrebbero vigilare su Messina e Orcel. Nella realtà aspettano le loro cedole e sono proni ai voleri di Carlo Magno e CR7 che con i loro profitti si sono guadagnati il consenso.
Più ricche, dunque più controllabili
Il risiko consegna al Piemonte una straordinaria opportunità. Centinaia di milioni aggiuntivi possono sostenere innovazione, cultura, università, sanità, non autosufficienza e contrasto alla povertà. Possono compensare almeno in parte la ritirata della spesa pubblica e dare continuità a interventi che Comuni e Regione non riescono più a finanziare da soli. Ma proprio per questo non possono essere gestiti come una faccenda riservata a ristrette oligarchie locali.
Servono criteri pubblici per la scelta dei vertici, requisiti professionali verificabili, audizioni aperte, dichiarazioni sui conflitti d’interesse, motivazioni trasparenti delle grandi erogazioni e una rendicontazione comprensibile non soltanto agli specialisti. Senza trasformare enti privati in uffici della politica, occorre impedire che diventino poteri autocratici capaci, attraverso il denaro, di indirizzare la politica senza risponderne.
Il risiko sta dimostrando che si può diventare più ricchi diventando più piccoli. Ora le fondazioni dovranno dimostrare di saper diventare anche più trasparenti mentre diventano più potenti.
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