POLVERE DI (5) STELLE

Rebus Appendino per Conte.
L'ex sindaca non molla

Con l'avvicinarsi delle Politiche il leader del M5s dovrà sciogliere le riserve sulle deroghe. I rapporti tra i due sono pessimi, ma la realpolitik potrebbe prevalere. Lo spettro di Di Battista, l'incognita della legge elettorale e le primarie sullo sfondo

Chiara Appendino non ha alcuna intenzione di lasciare la politica. Il problema è che, in vista delle Politiche del 2027, non spetta a lei decidere se restare in Parlamento, o quantomeno tra le fila del Movimento 5 Stelle.

Sulla carta, infatti, l’ex sindaca di Torino sarebbe già fuori dai giochi. Da un lato pesa la condanna definitiva per i fatti di Piazza San Carlo; dall’altro il limite dei mandati previsto dalle regole interne del Movimento. Due elementi che sembrerebbero chiudere ogni prospettiva. Se non fosse che il presidente del M5s, Giuseppe Conte, non ha mai escluso la possibilità di concedere deroghe in casi particolari. Proprio questo è stato uno dei principali terreni di scontro che ha portato alla rottura definitiva con il fondatore Beppe Grillo, tornato proprio negli ultimi giorni ad attaccare l’ex premier. Appendino era tra i nomi che quella riforma dello statuto avrebbe potuto salvare. Il problema è che da allora la sua posizione dentro il Movimento è cambiata parecchio.

Regole da scrivere

Il vero nodo, però, è un altro: nessuno conosce ancora i criteri con cui Conte deciderà chi potrà beneficiare di eventuali eccezioni. Né tantomeno è chiaro se Appendino rientrerà tra questi. Nel Movimento la convinzione diffusa è che il leader pentastellato manterrà il massimo riserbo fino all’ultimo momento utile.

Una strategia che gli consentirebbe di tenere il gruppo dirigente in una posizione di costante attesa, inducendo molti dirigenti a evitare scontri frontali nel tentativo di guadagnarsi la fiducia del presidente. Atteggiamento che, tuttavia, non sembra essere nelle corde dell’ex sindaca.

Da vicepresidente a oppositrice

Fino a meno di un anno fa Appendino era vicepresidente nazionale del M5s ed era considerata molto vicina a Conte. Poi, il 18 ottobre 2025, al termine di un Consiglio nazionale del partito durato sette ore, ha rassegnato le dimissioni dalla carica. Il casus belli erano i risultati delle regionali in Toscana, Umbria e Marche, giudicati insoddisfacenti, e, più nel merito, il sostegno pentastellato al dem Eugenio Giani in Toscana: per Appendino il Movimento rischiava di «schiacciarsi sul Pd», perdendo la capacità di attrarre l’astensione, da sempre bacino di riferimento dei pentastellati.

Da allora non ha smesso di segnare la distanza. A Torino ha posto il veto a un appoggio del M5s alla ricandidatura del sindaco dem Stefano Lo Russo, veto che Conte, pur aprendo al dialogo con il Pd locale, non ha rimosso. Più di recente, a inizio luglio, la pattuglia piemontese guidata da Appendino ha rilanciato la contrarietà storica alla Tav, chiedendo al campo largo una «posizione chiara» e segnando un’altra cesura nei rapporti con i democratici. Un profilo scomodo per l’ex premier, non tanto per il merito delle posizioni quanto perché arrivano da un’ex vicepresidente con un radicamento reale sul territorio, proprio in quel Nord che rappresenta storicamente l’area dove il M5s fatica di più.

Il calcolo di Conte

Per questo sarà tutto da vedere che cosa farà «l’avvocato del popolo», ammesso che una deroga possa ancora dirsi tale, visto che il meccanismo, sulla carta, è già in vigore. Da qui in avanti la partita si gioca su un piano più politico che regolamentare: chi tra i possibili beneficiari verrà effettivamente proposto al Consiglio nazionale per la ratifica e sulla base di quali criteri. Criteri che Conte non ha mai reso pubblici, alimentando tra i pentastellati la sensazione che li terrà riservati fino all’ultimo momento utile, così da mantenere tutti in una posizione di attesa.

Sul piano personale, i rapporti tra i due non sono idilliaci: chi ha assistito agli incontri tra Appendino e Conte negli ultimi mesi – come quello a Torino, a marzo, per un’iniziativa sul referendum sulla giustizia – descrive un saluto cordiale davanti alle telecamere, ma distanze politiche rimaste immutate nella sostanza. La realpolitik, però, potrebbe pesare più del sentimento.

Escluderla dalle liste significherebbe consegnarle totale libertà di parola, con tribune mediatiche che i giornali – mai teneri con Conte – le offrirebbero volentieri. E significherebbe anche spingerla verso alternative che lei stessa, fino a oggi, ha sempre pubblicamente escluso: l’eventuale partito di Alessandro Di Battista, atteso al debutto in autunno, oppure Alleanza Verdi-Sinistra, le cui posizioni – su Tav e riarmo comprese – non sono affatto lontane dalle sue. Appendino ha più volte chiarito che la sua attività politica proseguirebbe solo nel M5s e che la stima per “Dibba” non implica alcun progetto comune. Ma un partito capace di sottrarre voti al Movimento è uno scenario che Conte difficilmente può permettersi di ignorare.

La variabile legge elettorale

C’è poi la partita, ancora aperta, della riforma elettorale. Il 15 luglio 2026 l’Aula della Camera ha bocciato per un voto l’emendamento sulle preferenze fortemente voluto dalla premier Giorgia Meloni, complice una spaccatura nel centrodestra. Il testo è ora in commissione Affari costituzionali al Senato, dove il presidente Ignazio La Russa lavora a una mediazione – ribattezzata “lodo Ignazio” – che potrebbe reintrodurre le preferenze in una formulazione più blanda, salvo poi tornare alla Camera per l’approvazione definitiva.

Se il meccanismo dovesse effettivamente passare, per Conte liberarsi di una delle figure più riconoscibili del Movimento sarebbe una scelta potenzialmente molto costosa: il voto di preferenza premia infatti i candidati con un consenso personale consolidato, e quello di Appendino, per quanto scomodo, resterebbe comunque un voto al M5s.

Le primarie, il terzo fattore

Sullo sfondo, infine, restano le primarie del campo largo, tornate d’attualità nelle ultime ore con nuove uscite pubbliche di Conte, che ha escluso l’ipotesi di un “garante” esterno per la scelta del candidato premier e ha sostenuto che il programma dovrà essere definito solo dopo l’indicazione del candidato da parte degli elettori del centrosinistra. I sondaggi restituiscono un quadro tutt’altro che scontato: alcune rilevazioni assegnano a Conte un vantaggio ampio sulla segretaria del Pd Elly Schlein nel confronto diretto, altre lo danno in leggero svantaggio.

L’esito di quella sfida, se e quando si terrà, non è indifferente al destino di Appendino: un Conte uscito rafforzato dalle primarie avrebbe meno bisogno di blindare i consensi interni con figure appartenenti ad aree diverse dalla propria. Un Conte ridimensionato, al contrario, potrebbe trovare proprio in una interlocutrice scomoda ma radicata come Appendino una sponda utile a tenere insieme un Movimento sempre più diviso tra spinta governista e nostalgia identitaria. Chi prevarrà tra convenienza politica e insofferenza personale è ancora impossibile dirlo. Ma è una decisione che Conte, prima o poi, dovrà prendere.

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