Dopo Ghigo anche Pella cade dalla bici. Ciclismo di nuovo commissariato
Davide Depascale 12:15 Giovedì 06 Agosto 2026Il deputato di Forza Italia e vicepresidente Anci è stato costretto a lasciare la guida della Lega a causa delle frizioni con il presidente Dagnoni, che già erano costate care al suo predecessore. Uno dei tanti casi di commistione tra politici e istituzioni sportive
Certe salite, nel ciclismo italiano, sembrano non finire mai. A distanza di pochi anni dalla parabola di Enzo Ghigo, anche Roberto Pella è costretto a scendere di sella. La Federciclismo guidata da Cordiano Dagnoni ha infatti commissariato la Lega Ciclismo Professionistico, ponendo fine – almeno per ora – all’esperienza del deputato di Forza Italia, sindaco di Valdengo e vicepresidente dell’Anci.
Un epilogo che ricalca quasi alla perfezione quello già vissuto dall’ex governatore del Piemonte e che racconta, più delle vicende personali, la crisi ormai cronica dei rapporti tra Federazione e Lega che da anni paralizza il ciclismo professionistico italiano.
Déjà vu
L’ex presidente della Regione Piemonte, anche lui esponente di Forza Italia e grande appassionato di ciclismo, aveva guidato la Lega Ciclismo Professionistico dal 2015 al 2022. Già nel 2020 aveva presentato le dimissioni, poi ritirate, ma il rapporto con Dagnoni era ormai compromesso. Due anni dopo lasciò definitivamente l’incarico, denunciando l’impossibilità di proseguire in un clima di costante conflittualità con la Federazione. Seguì un biennio di commissariamento, quindi l’elezione di Pella e oggi un nuovo commissario. Un’alternanza che fotografa la crisi di governance di uno sport che, per decenni, è stato insieme al calcio il grande patrimonio popolare dell’Italia.
Il commissariamento arriva in un momento particolarmente delicato per il ciclismo nazionale. La gestione di Dagnoni, imprenditore lombardo eletto presidente della Federciclismo nel 2021 e riconfermato nel 2025 dopo aver sconfitto per due volte l’ex campione olimpico Silvio Martinello, continua infatti a essere accompagnata da forti polemiche.
Il commissariamento
Le consultazioni federali sono state segnate da contestazioni sul sistema elettorale che, a differenza di quanto accade in altre federazioni sportive, non consente alle oltre tremila società ciclistiche di base di votare direttamente, affidando invece la scelta a rappresentanti provinciali e regionali. Un meccanismo che molti considerano poco rappresentativo e che ha alimentato uno scontro permanente tra maggioranza e opposizione.
Il conflitto con la Lega Professionistica rappresenta soltanto l’ultimo capitolo. Dopo mesi di botta e risposta affidati a comunicati stampa e prese di posizione pubbliche, la Federciclismo ha deciso di commissariare la Lega con un provvedimento che, secondo i vertici della stessa Lcp, presenta profili di dubbia legittimità e potrebbe essere impugnato nelle sedi competenti.
Bici in panne
Le tensioni si inseriscono in un quadro più ampio di difficoltà organizzative. Per la prima volta nella sua storia, nel 2026 la Federciclismo non è riuscita nemmeno a organizzare i Campionati italiani a cronometro femminili professionistici e quelli delle categorie giovanili, rinviati a data da destinarsi. Un episodio simbolico delle difficoltà attraversate dalla Federazione.
A Dagnoni vengono contestati anche risultati sportivi e gestionali ritenuti insufficienti. L’Italia resta l’unico grande Paese europeo privo di un velodromo coperto, infrastruttura considerata indispensabile per la preparazione dell’attività su pista. Sul fronte economico hanno inoltre fatto discutere le indennità riconosciute agli organi federali: il presidente percepisce un compenso da manager, mentre ai consiglieri federali sono stati attribuiti gettoni mensili di 600 euro, saliti a mille euro per i vicepresidenti. Una scelta che ha fatto lievitare la voce di bilancio relativa alle indennità degli organi di gestione da 36 mila a circa 300 mila euro annui, con un incremento del 733%.
A braccetto
Il commissariamento della Lega riporta anche sotto i riflettori lo storico intreccio tra politica e sport. Nel ciclismo, prima ancora di Ghigo e Pella, a guidare la Lega Professionistica era stato per ben venticinque anni Vincenzo Scotti, storico dirigente della Democrazia Cristiana, già ministro dell’Interno, presidente dal 1990 al 2015.
Una sorta di staffetta politica che ha attraversato oltre tre decenni di ciclismo professionistico. Prima Scotti, poi Ghigo, quindi Pella: tre figure accomunate da una lunga esperienza nelle istituzioni, quasi si fossero passati idealmente la borraccia, come facevano Fausto Coppi e Gino Bartali.
Folta schiera
Ma il rapporto tra politica e federazioni sportive è tutt’altro che un’eccezione. Alla guida della Federazione italiana nuoto c’è dal 2000 Paolo Barelli, ex azzurro e deputato di Forza Italia, consuocero di Antonio Tajani, confermato nel 2024 per il settimo mandato consecutivo. Nella Federtennis la vicepresidente è l’ex sindaca M5s di Torino Chiara Appendino, scelta nel 2020 dal presidente Angelo Binaghi anche per il ruolo svolto nell’assegnazione delle Atp Finals al capoluogo piemontese. Un altro forzista, il deputato monregalese Enrico Costa, capogruppo degli azzurri alla Camera, è dal 2005 presidente della Federazione italiana Pallapugno (Fipap), antico sport sferistico di squadra, tradizionalmente radicato in Langa e nel Monferrato: un ruolo che gli ha fruttato anche la presidenza del Coordinamento nazionale delle Discipline Sportive Associate al Coni.
Tra le nomine più recenti figura quella del sottosegretario leghista Claudio Durigon alla presidenza della Lega Pallavolo Serie A, mentre l’ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando guida la Federazione italiana Football americano. Il senatore di Fratelli d’Italia Claudio Barbaro è invece presidente dell’Asi, uno dei principali enti di promozione sportiva.
Politica e sport, dunque, continuano spesso a correre nella stessa direzione. Nel ciclismo, però, la convivenza tra istituzioni federali e Lega Professionistica si è trasformata in una corsa a ostacoli. Il nuovo commissariamento segna l’ennesima frenata di un sistema incapace di trovare una governance condivisa. E, questa volta, a interrompersi bruscamente è stata anche la scalata di Pella, il "ciclista" della politica che sembrava destinato a riportare stabilità in un movimento sempre più diviso.


