L'afa dell'indifferenza
Juri Bossuto 06:30 Giovedì 06 Agosto 2026
Trattare nel mese di agosto i temi solitamente ospitati in questa rubrica non è cosa facile. La ricerca di argomenti leggeri ha costretto chi scrive a navigare tra i canali televisivi, affrontando anche programmi improponibili. L’idea iniziale era quella di riportare le poco spontanee vicende sentimentali di alcune coppie (tutte simili, tutte in puro materiale acrilico) approdate a Temptation Island per risolvere la propria crisi di coppia. Purtroppo, però, l'impresa è risultata impossibile: un'esperienza superiore alle forze di qualsiasi cosciente osservatore delle dinamiche sociali e politiche.
Il caldo perenne di Torino, inoltre, è complice di riflessioni spontanee che mi distolgono dalle vite private altrui. I pensieri tendono a concentrarsi infatti su un’anomalia climatica che persiste da quasi due mesi: troppo lunga per essere ancora definita “anomalia”. I torinesi sono abituati a sopportare alcune giornate torride nell’arco dell’estate, tipiche soprattutto dei mesi di giugno e di agosto, ma con la consapevolezza che queste si alternano ad altri giorni dalle temperature sopportabili, seppur segnati dall’afa. Quest’anno, invece, l’eccezione è diventata regola: dopo una primavera decisamente più fresca della media stagionale, la colonnina di mercurio si è fissata tra i 35 e i 40 gradi, senza arretrare mai.
La rassegnazione quotidiana di coloro che non possono allontanarsi dalle metropoli, per problemi di reddito o per impegni lavorativi, si trasforma sovente nella rimozione della ricerca delle cause da cui nascono i disagi e le sofferenze. Si patisce cercando semplicemente di arrivare al calar del sole, senza porsi troppi perché e tirando letteralmente a campare. Neppure le immagini di guerra, offerte in dosi omeopatiche dai telegiornali e solo dopo accurate selezioni, inducono a una profonda riflessione sullo stato di salute di questo nostro martoriato pianeta.
Alcuni studi recenti individuavano nell’anno 2050 il punto di non ritorno, ossia la data in cui i danni ambientali causati dall’essere umano diventeranno irreversibili. Questa terribile scadenza è stata però anticipata di almeno un quinquennio in seguito ai numerosi incendi estivi, spesso di origine dolosa, e alle esplosioni di ordigni bellici in varie aree del mondo (le guerre in atto sono circa una cinquantina). L’illusione collettiva è che tutto rimanga immutabile nel tempo e nei luoghi, convinti che i cataclismi siano sempre abbastanza lontani da non poter influire nella nostra esistenza. È il rifiuto istintivo del famoso “effetto farfalla”, l’assioma secondo il quale il battito d’ali di una farfalla in Cina può provocare un uragano dall’altra parte della Terra.
La devastazione di interi ettari di foresta ha effetti devastanti sia per l’enorme quantità di gas tossici immessi nell’aria, sia per i danni inflitti all’ecosistema generale: alberi distrutti e innumerevoli animali bruciati vivi insieme alla vegetazione. Uno scenario drammatico le cui conseguenze sono globali, esattamente come lo sono i bombardamenti aerei, i lanci di missili, l’uso di proiettili all’uranio impoverito e il ridurre alla fame intere popolazioni in folli guerre di dominio etnico.
Stupisce l’interventismo bellico in cui è caduta buona parte della cosiddetta sinistra ambientalista e semi-progressista, ormai posizionatasi a fianco delle frange integraliste liberal-democratiche, con dinamiche simili a quelle che divisero l’Italia nel 1914 con il successivo, tragico, epilogo della Grande Guerra. Un’adesione incauta che sembra non tener conto di due dati di fatto: la guerra inquina in modo massiccio e i costi in tributo di sangue ricadono sempre e solo sulle classi meno agiate della nazione.
Il riarmo, la cui spesa impressionante è sostenuta da fondi sistematicamente sottratti al welfare e alla sanità pubblica, conduce inevitabilmente allo scoppio di un conflitto. Lo Stato “nemico” contro cui viene giustificato l’acquisto abnorme di ordigni ha due sole possibilità: attendere che l’avversario si armi all’inverosimile per poi subire lo scontro, oppure intervenire prima che questo avvenga, sperando di avere la meglio oppure, quantomeno, di non soccombere.
Una classe politica piccola sembra voler sottostare alle logiche perverse delle lobby, anziché aver cura del benessere dei cittadini che dovrebbe invece governare. I risultati ottenuti da questa miriade di anti-statisti sono oramai sotto gli occhi di tutti: basta distogliere lo sguardo dallo schermo della televisione e riflettere anche solo per una manciata di secondi.


