Covid, Conte scarica sul Piemonte. Icardi: "Dovevamo solo obbedire"
Stefano Rizzi 17:03 Giovedì 06 Agosto 2026L'ex premier davanti alla commissione di inchiesta si difende e attacca. "Indagine monca, il centrodestra vuole difendere le sue Regioni". L'ex assessore leghista ribatte: "I nostri poteri accentrati dal Governo. Aspettavamo disposizioni da Speranza"
«Potete scavare quanto volete, non troverete mai nulla di illecito che mi riguardi, perché comportamenti illeciti non ce ne sono mai stati». Giuseppe Conte si presenta davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid con il guanto di sfida, ma ben presto passa all’attacco.
Nel mirino dell’ex presidente del Consiglio, oggi leader del Movimento 5 Stelle, non c’è soltanto la maggioranza, accusata di aver «escluso irresponsabilmente dal perimetro dell’indagine le Regioni», ma anche le stesse amministrazioni regionali.
Mascherine e non solo
Il fulcro dell’indagine parlamentare è l’enorme business delle mascherine – introvabili e vendute a prezzi folli nelle prime fasi della pandemia – e il ruolo dell’allora commissario straordinario Domenico Arcuri, sostituito il 1° marzo 2021 dal premier Mario Draghi con il generale Francesco Paolo Figliuolo. Ma il lavoro della Commissione, presieduta da Marco Lisei di Fratelli d’Italia, si estende anche ad altri aspetti della lunga emergenza sanitaria e della sua gestione, mai del tutto chiariti.
È proprio a questo proposito che, durante l’audizione, Conte cita esplicitamente il Piemonte, sostenendo che la relazione della Commissione «è monca, perché è viziata fin dall’impostazione: per rappresentare quello che è successo – ha detto l’ex premier – avrei dovuto coinvolgere la gestione sanitaria territoriale, quindi le Regioni». Conte prosegue ricordando che «le Regioni hanno la responsabilità giuridica, sostanziale, economica e sociale della gestione della sanità».
Le accuse dell’ex premier
«Potremmo trovarci qui cento volte – è sempre la tesi del leader pentastellato – ma non mi permetterete di entrare nell’aspetto sostanziale della pandemia». Per l’ex presidente del Consiglio, che non nasconde l’obiettivo di tornare a Palazzo Chigi alla guida del campo largo, tutto questo ha una precisa spiegazione politica: il centrodestra avrebbe voluto «proteggere i propri amministratori, perché le Regioni più duramente e più rapidamente colpite sono state il Piemonte e il Veneto».
Aspettando Speranza
Dal Piemonte la replica a Conte, tutt’altro che morbida, non si fa attendere. «Tanto per cominciare, le Regioni sono state coinvolte nell’attività della Commissione, tant’è che io sono stato audito due volte», dice allo Spiffero l’allora assessore regionale alla Sanità, il leghista Luigi Icardi.
Entrato nella giunta di Alberto Cirio meno di un anno prima dello scoppio della pandemia, Icardi respinge anche le altre affermazioni dell’ex presidente del Consiglio, negando che il centrodestra abbia voluto proteggere le Regioni amministrate dai propri governatori.
«La sanità è una competenza concorrente tra Stato e Regioni. Poi, durante l’emergenza, con la gestione commissariale noi dovevamo obbedire – scandisce l’ex assessore – a ogni decisione che arrivava da Roma. In Commissione Salute della Conferenza delle Regioni aspettavamo anche fino all’una di notte che uscissero Conte o il ministro Roberto Speranza per sapere che cosa dovevamo fare. Altro che piena responsabilità delle Regioni».
“Decideva tutto Roma”
Oggi Icardi presiede la Commissione Sanità del Consiglio regionale, ma di quei giorni e di quei mesi conserva un ricordo nitido e respinge la ricostruzione offerta dall’ex premier, giunto davanti alla Commissione parlamentare dopo un tira e molla durato settimane e accompagnato da continue polemiche.
«Le decisioni, i Dpcm, tutte le disposizioni arrivavano da Roma, dal Governo e dalla gestione commissariale. All’inizio, prima dell’arrivo di Draghi a Palazzo Chigi e di Figliuolo al posto di Arcuri, un giorno dicevano “mascherine sì”, il giorno dopo “mascherine no”. Che Conte adesso voglia scaricare la responsabilità sulle Regioni, anche no».
Mentre a Roma si infiamma la polemica sulle dichiarazioni del leader pentastellato, dal Piemonte chi allora aveva la guida della sanità ricorda anche un altro episodio: «Ci sono voluti quattro mesi perché ci autorizzassero a utilizzare i tamponi antigenici, perché il Comitato tecnico-scientifico e Speranza non li volevano. Lo ripeto: le Regioni dovevano obbedire».


