La Chiesa nel vuoto del sacro: secolarizzazione e Tradizione
Eusebio Episcopo 07:00 Domenica 09 Agosto 2026A Camaldoli il cardinale Repole indica nell'"apologia dell'umano" una risposta alla crisi della fede, richiamandosi a Ratzinger. Intanto il rito antico continua a dividere. Olivero chiude all'usus antiquior, Enzo Bianchi invoca invece pluralità e comunione
Com’è ormai opinione diffusa, dei tre munera episcopali – docendi, sanctificandi et regendi – quello che forse fa difetto all’arcivescovo di Torino Roberto Repole è probabilmente l’ultimo, mentre invece egli brilla – e lo diciamo senza alcuna ironia, anzi con ammirazione – per le sue invidiabili qualità di insegnante e conferenziere. Lo si è visto e udito in questi giorni a Camaldoli dove ha partecipato a un convegno del Sae (Segretariato attività ecumeniche) che aveva per tema la secolarizzazione e dove si è distinto con un intervento notevole per sintesi e riferimenti culturali e teologici, differenziandosi dal coro dei relatori. Per i quali la secolarizzazione e cioè le chiese vuote, i seminari deserti e l’apostasia silenziosa e di massa rappresentano per la Chiesa una bellissima opportunità e una benedizione del Cielo, in quanto rinnovano il vissuto spirituale superando la fede tradizionale e spingendo a credere per convinzione personale. Teorie queste che, peraltro, erano correnti più di mezzo secolo fa.
Il cardinale ha evidenziato alcune dinamiche di fondo dei processi di secolarizzazione che datano da tempo, ma che oggi vanno radicalizzandosi in una svolta libertaria che presenta, diversamente dal passato, aspetti di individualismo trasformante, deculturazione senza inculturazione e asocialità, generando impoverimento e anche limitazione di libertà, per cui non ci si sposta mai dagli orizzonti del consumo e «si vive nel finito».
Repole cita Ratzinger
Al bisogno di senso che permane nell’uomo secolarizzato, la Chiesa dovrebbe rispondere con una «nuova apologia dell’umano» la quale, partendo da Cristo, «l’uomo vero», sappia inquietare e, a proposito, ha citato Joseph Ratzinger per il quale «la fede allarga la razionalità perché non è nell’ordine del fare e del fattibile e inserisce nella riflessione le questioni fondamentali» aprendo così gli orizzonti di quella libertà e razionalità «che stanno nell’essere stesso di Dio». Repole invita quindi a non fermarsi all’oggettività della ricerca scientifica ma a porre la questione metafisica e le tematiche «che includono la libertà dell’essere umano, che è nell’ordine del desiderio e non del bisogno e coglie che ogni conoscenza è preceduta da un atto d’amore».
Qualche domanda sorge però spontanea perché «l’apologia dell’umano», che secondo il cardinale dovrebbe riempire il vuoto di chi non sente più la mancanza di niente, è in corso ormai nella teologia e nella pratica pastorale almeno dagli Anni Sessanta ma pare non abbia generato alcun ripensamento. Non sarà forse che per riempire il vuoto di una umanità «sazia e disperata» si debba invece fare invece l’apologia del Divino? Che è infine poi la missione della Chiesa.
Tradizione oltre i lefebvriani
È trascorso più di un mese dallo scisma lefebvriano e numerosi vescovi europei e degli Usa hanno messo in guardia i fedeli dall’aderirvi ma, nel contempo, hanno anche manifestato vicinanza e apertura a coloro che desiderano vivere la propria fede secondo i ritmi della liturgia tradizionale. In Italia invece regna il silenzio e la gran parte dei presuli ha evitato di trattare l’argomento, forse non avendo ben compreso – dopo un decennio di todos, todos, todos – quale sia l’oggetto del contendere o, più prosasticamente, negando la presenza nelle diocesi di fedeli legati all’antico rito per paura di rientrare in qualche fattispecie di reato, magari simile alla detenzione di armi illegali, che precluderebbe una eventuale carriera ecclesiastica.
L’unico accenno allo scisma lefebvriano parrebbe che il cardinale Roberto Repole lo abbia fatto nell’omelia pronunciata a Mompantero per la festa della Madonna del Rocciamelone in cui, partendo dalla tentazione di tornare indietro quando il presente appare troppo difficile, ha detto che, oltre a quelle personali, esistono anche le tentazioni ecclesiali, specie «di fronte alle nuove sfide e alle fatiche del presente». Perché una tradizione resti viva, essa «non deve perdere la ragione per cui è nata. Altrimenti i riti finiscono per smarrire il loro significato». Se è per questo, i ventimila giovani del pellegrinaggio Parigi-Chartres, che aumentano di anno in anno, dicono certamente di una Tradizione viva.
Gli assiomi di Olivero
L’unico come sempre ad esprimersi con chiarezza, e gliene diamo atto, è stato monsignor Derio Olivero. Il vescovo di Pinerolo l’ha fatto rispondendo su L’Eco del Chisone a un lettore che gli chiedeva come avrebbe accolto quei fedeli che, aderendo al Concilio Vaticano II e alla riforma liturgica, gli avessero chiesto di poter celebrare con il messale del 1962, «perché dalla sua risposta stanno o cadono tanti discorsi sulla comunione, la sinodalità, l’inclusione, l’accoglienza, l’ermeneutica conciliare». Egli ha però ha eluso del tutto il problema che non riguarda la Messa in latino secondo il rito di Paolo VI – sempre permessa – ma l’usus antiquior che per chi la pratica, secondo lui, significherebbe non accettare la riforma liturgica e infine il Concilio. Tutto ciò non è affatto vero così come è falso l’assioma per cui – come mostra la pluralità dei riti della Chiesa – solo la liturgia rinnovata esprimerebbe la lex credendi.
Non risulta poi che Olivero sia stato zelante nell’applicare Summorum Pontificum – anzi! – mentre adesso lo è con Traditionis Custodes, ma è molto facile essere decisi nel limitare quello che non si è mai concesso nei tempi in cui era legittimo, se non doveroso. È facile, infatti, essere sostenitori della Tradizione quando i papi sostengono ciò che a noi fa comodo, è molto più difficile invece quando non sono d’accordo con noi. Insomma, dove l’ideologia prevale niente accoglienza, nemmeno il ghetto o la riserva indiana e pertanto non stupisce che le file degli scismatici vadano ingrossandosi.
Ben diversa l’intelligenza evangelica di Enzo Bianchi quando scrive che la Chiesa, rispetto a quei fedeli che accettano il Vaticano II e la riforma liturgica, deve saper «mostrare il suo grande cuore e allargarlo in una comunione che non tema la pluralità nella comunione». Altrimenti inclusione e sinodalità sono soltanto parole prive di senso e poi perché, come lo stesso fondatore di Bose ha scritto: «cattolicità significa accettazione di pluralità di forme di vita cristiana, di liturgia, di intelligenza della fede e, dunque, di liturgia».
Nella risposta di monsignor Derio emerge però ben altro e cioè che il nuovo rito, che rimane l’unica forma delle celebrazioni eucaristiche, «deve essere costruito da ogni comunità». Quindi parrocchia che vai, liturgia che trovi con il prete come self-made. Siamo perciò ben oltre il Messale inteso come canovaccio ma, scusandoci del paragone, in questa affermazione sta la radice dell’attuale decadenza liturgica – e quindi della Chiesa – per cui la liturgia non è più, come affermano il Concilio, il Magistero e la Tradizione, Opus Dei, ma una costruzione della comunità che decide da sola le regole anziché riceverle dalla Chiesa celebrando sé stessa.
Su questa deriva Benedetto XVI scrisse pagine memorabili. Sembrano questioni marginali ma non lo sono perché lex orandi lex credendi. Emerge allora un profondo dissenso circa la natura della liturgia, ma anche della fede, che non è più nemmeno dovuta alla differenza fra vecchi e nuovi libri. I concetti dominanti della nuova visione si possono riassumere nelle parole chiave «creatività», «libertà», «festa», «comunità».
Da tale punto di vista, rito, obbligo, “interiorità”, “ordinamento della Chiesa universale” appaiono come concetti negativi, che descrivono una situazione da superare della “vecchia” liturgia. Forse occorrerebbe ricordare, contro ogni interpretazione antropocentrica, che «se la liturgia appare innanzitutto come laboratorio del nostro agire, si dimentica l’essenziale: Dio»; e anche: «Ogni qualvolta nei nostri pensieri siamo preoccupati di come rendere la liturgia attraente, interessante e bella, la battaglia è già perduta». Aveva sicuramente torto ed esagerava don Gianni Baget Bozzo (1925-2009) quando diceva che il Novus Ordo era la «secolarizzazione portata al popolo» ma, come in tutti i paradossi, vi si coglie qualche verità.


