Capitani talmente coraggiosi da arrivare a Ilva ormai spenta
16:50 Lunedì 10 Agosto 2026Federacciai muove il primo passo verso una cordata nazionale, ma punta soltanto sull'area a freddo e chiede allo Stato di farsi carico di bonifiche e lavoratori. Arvedi, Duferco, Marcegaglia tra i possibili pretendenti. Novi Ligure e Racconigi sperano nello spezzatino
Lasciamo perdere l’appellativo di “capitani coraggiosi” che, se non altro, porta male. Forse i pretendenti italiani per l’ex Ilva ci sono davvero. Dopo essere rimasti per anni alla finestra, gli industriali siderurgici battono un colpo: il consiglio di presidenza di Federacciai, riunito oggi, lunedì 10 agosto, ha dato mandato al presidente Antonio Gozzi di verificare con il governo l’esistenza delle «condizioni abilitanti» necessarie per presentare, per conto di un gruppo di aziende italiane, una manifestazione di interesse per alcune attività di Acciaierie d’Italia.
Non è ancora una cordata, tantomeno un’offerta. Ma è qualcosa di più delle dichiarazioni di disponibilità circolate nei giorni scorsi. Tra i nomi che potrebbero farsi avanti ci sono Arvedi, Duferco, Marcegaglia e alcune acciaierie venete.
Anche il Piemonte, ovviamente, segue con il fiato sospeso, quel poco che è rimasto, l’evolversi di queste ore. Perché qualora l’ex Ilva venisse fatta a pezzi, separando gli stabilimenti settentrionali dal destino sempre più segnato di Taranto, Novi Ligure e Racconigi potrebbero trovare proprio nello “spezzatino” quella via di salvezza che fino a pochi mesi fa veniva considerata quasi un’eresia. E così l’ennesimo capitolo dell’interminabile agonia dell’ex Ilva si apre con un paradosso: gli industriali italiani arrivano. Ma arrivano quando gli altoforni sono ormai destinati a sparire.
L’Ilva senza altoforni
La possibile cordata, infatti, non sarebbe intenzionata a caricarsi sulle spalle l’intero complesso. L’interesse è concentrato sull’area a freddo, cioè sugli impianti che lavorano l’acciaio ma non lo producono. Il resto? Allo Stato. Nelle interlocuzioni che Gozzi avvierà con il governo è assai probabile che venga chiesto al pubblico di farsi carico della bonifica dell’area a caldo e anche del destino dei lavoratori impiegati in quella parte dello stabilimento, molti dei quali già in cassa integrazione. La socializzazione delle perdite, insomma, rischia di sopravvivere anche alla morte dell’Ilva.
Per sessant’anni politica, sindacati e industriali hanno spiegato agli italiani che Taranto era strategica proprio perché era l’unico grande stabilimento nazionale capace di produrre acciaio attraverso il ciclo integrale. La formula era diventata quasi un dogma: senza gli altoforni dell’Ilva sarebbe crollata l’Ilva e, dietro di lei, avrebbe rischiato di franare un pezzo dell’economia italiana. Nel frattempo, però, gli imprenditori italiani si sono tenuti prudentemente alla larga. A occuparsi del mostro di Taranto sono stati prima lo Stato, poi i Riva, quindi nuovamente lo Stato, ArcelorMittal e ancora lo Stato.
Adesso scopriamo che una parte dell’industria siderurgica nazionale potrebbe essere interessata all’Ilva. Ma senza altoforni. Curiosa coincidenza.
La ciccia spolpata
Per sessant’anni nessuno dei grandi gruppi italiani ha avuto particolare voglia di comprarsi Taranto. Ora che la Corte d’Appello di Milano ha imposto la chiusura dell’area a caldo in presenza dell’amianto e fino al ripristino delle condizioni di sicurezza, spunta l’interesse per la parte industrialmente più digeribile.
La domanda è brutale, ma inevitabile: bisognava aspettare i magistrati per scoprire che gli industriali italiani potevano interessarsi all’Ilva? E se davvero il ciclo integrale non serviva più, perché non dirlo prima? Prima dei miliardi spesi. Prima di lasciare per decenni i tarantini a respirare i veleni in nome della strategicità nazionale. Prima di trasformare ogni discussione sull’Ilva in un referendum tra diritto al lavoro e diritto alla salute. Perché Taranto venne dichiarata area a elevato rischio di crisi ambientale già nel 1990. E da allora la contrapposizione tra ambiente e occupazione ha prodotto soltanto sconfitti.
La triste parabola di Urso
In questa storia di responsabilità distribuite lungo decenni, il governo Meloni non ha creato il disastro. Ma Adolfo Urso ha avuto quattro anni per evitare di diventarne il liquidatore. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ora mancano 77 giorni allo spegnimento dell’Ilva. Un conto alla rovescia che ha qualcosa di surreale, perché a Taranto c’è ormai ben poco da spegnere: il siderurgico è sostanzialmente fermo da dicembre 2025, da quando i commissari straordinari hanno deciso di chiudere batterie e cokerie.
Quando il governo decise di estromettere ArcelorMittal e riportare Acciaierie d’Italia sotto amministrazione straordinaria, Urso annunciò una nuova era. Per mesi, poi anni, ha ripetuto che Taranto sarebbe diventata «il più grande siderurgico green d’Europa». Oggi siamo al conto alla rovescia per la fine del ciclo integrale. Più che una transizione sembra un salto nel vuoto.
Il piano di Acciaierie d’Italia precedente al commissariamento prevedeva lo spegnimento dei vecchi altoforni e il revamping di Afo 5, il più grande d’Europa, privo di amianto e dotabile di nuove tecnologie. Da solo avrebbe potuto garantire circa quattro milioni di tonnellate di acciaio integrale, creando nel frattempo le economie necessarie per affiancargli nuovi forni elettrici. I commissari hanno scelto un’altra strada. E la promessa della grande Ilva verde si è progressivamente accompagnata a meno produzione, più debiti e più cassa integrazione.
Ventidue altoforni europei
Nel 2012 Taranto era arrivata a produrre circa dieci milioni di tonnellate. Oggi non arriva neppure a un milione. Lo stesso Urso ha ricordato alla Camera che in Europa sono tuttora attivi 22 altoforni. Difficile, allora, attribuire soltanto alla magistratura italiana la scomparsa del ciclo integrale a Taranto. La decisione della Corte d’Appello di Milano è arrivata alla fine di una storia. Non all’inizio. Quando i giudici hanno imposto lo stop dell’area a caldo in presenza dell’amianto, il cuore produttivo dello stabilimento era già compromesso. Batterie e cokerie erano state fermate dai commissari nel dicembre scorso.
Il punto, quindi, non è stabilire chi abbia premuto l’ultimo interruttore. È capire chi abbia lasciato che per anni si arrivasse davanti a quell’interruttore senza avere un’alternativa industriale pronta. Ed è qui che la responsabilità travalica Urso e il governo Meloni. L’Ilva è stata il capolavoro bipartisan dell’incapacità italiana di decidere. Governi di centrodestra e centrosinistra, ministri, amministratori locali, sindacati e associazioni industriali hanno oscillato per anni tra riconversioni ambientali, nazionalizzazione, privatizzazione, decarbonizzazione, commissariamento e vendita. Ogni soluzione doveva essere quella definitiva. Nessuna lo è stata. Nel frattempo pagava lo Stato. Cioè i contribuenti.
La gara che non finisce mai
Adesso bisogna persino capire che cosa si stia vendendo. Il sottosegretario Alfredo Mantovano, nell’incontro con i metalmeccanici della scorsa settimana, aveva prospettato dopo la sentenza una nuova gara limitata all’area a freddo. Urso ha successivamente corretto il tiro: i tempi sarebbero troppo lunghi e il prestito ponte è ormai scaduto. Più probabile un aggiornamento della procedura già aperta. Una gara che si trascina da due anni senza trovare una conclusione.
Provate a osservarla con gli occhi di un investitore internazionale: lo Stato italiano mette sul mercato il più importante impianto siderurgico del Paese, modifica continuamente scenario industriale e condizioni, vede cambiare lo stato degli impianti mentre la procedura è in corso, litiga con i precedenti soci, guarda con diffidenza alcuni pretendenti stranieri e alla fine aspetta che arrivino gli imprenditori nazionali. Non esattamente il miglior biglietto da visita per attrarre capitali.
Jindal continua a dichiararsi interessata. In precedenza era pronta a un accordo sull’area a freddo; oggi sostiene di poter rilevare l’intero complesso, non ritenendosi responsabile delle criticità degli impianti fermati dalla magistratura. Nel governo, tuttavia, l’opzione indiana continua a suscitare perplessità, emerse anche negli interventi di esponenti di Fratelli d’Italia. Ed ecco quindi tornare la carta italiana.
Il conto lo paga sempre lo Stato
Gli imprenditori hanno difeso la strategicità dell’impianto senza assumersene il rischio; la politica ha continuato a versare denaro pubblico senza risolverne i problemi strutturali; una parte del sindacato ha troppo spesso accettato che salute e lavoro venissero messi uno contro l’altro. Alla fine hanno perso tutti.
Hanno perso i lavoratori, oggi appesi alla cassa integrazione. Ha perso Taranto, che si ritrova le ferite ambientali senza più neppure la certezza della fabbrica. Ha perso lo Stato, dopo miliardi spesi. E rischiano di perdere anche territori lontani centinaia di chilometri dagli altoforni pugliesi, come Novi Ligure e Racconigi.
Gli unici che sembrano pronti a trovare una soluzione sono quelli che arrivano quando il rischio maggiore può essere scaricato sulla collettività. La possibile cordata italiana può essere utile per salvare ciò che è ancora salvabile. Ben venga, se porterà investimenti veri, produzione e occupazione. Per il Piemonte potrebbe persino rappresentare l'occasione per separare Novi e Racconigi dal naufragio di Taranto. Ma chiamarla salvataggio dell’Ilva sarebbe troppo. Più che salvare l’Ilva, si tratta ormai di spartirsi ciò che può ancora funzionare.


