Cresce la fronda contro Salvini, ma la Lega in Piemonte bogia nen
07:00 Mercoledì 12 Agosto 2026Duri attacchi al segretario nel direttivo lombardo. Dal Nord Est sale la pressione verso il leader per un passo di lato. Pronto un triumvirato. Il Capitano non cede. Molinari "accusato" di eccessiva morbidezza, con un partito sempre a rimorchio (e col freno tirato)
“Alla fine, ma proprio alla fine, anche Riccardo sarà con noi”. Riccardo è Molinari, capogruppo della Lega a Montecitorio, qui però soprattutto nella veste di segretario del partito in Piemonte. E loro – quelli che ne pronosticano la scelta in zona Cesarini – sono dirigenti ed eletti che, nella regione più cauta, quasi catatonica rispetto ai sommovimenti del Lombardo-Veneto, si preparano all’atteso cambio al vertice, con Matteo Salvini costretto a un passo indietro, o almeno di lato, e le redini di una Lega ormai bolsa affidate a quel triumvirato di transizione che molti immaginano formato da Massimiliano Fedriga, Attilio Fontana e Luca Zaia.
Il problema, per chi aspetta il Piemonte sulla linea del fuoco, è che da queste parti nessuno sembra avere fretta di sparare il primo colpo.
Molinari non fa barricate
Nella previsione sull’atteggiamento di Molinari pesa innanzitutto il carattere politico dell’ex giovane padano piemontese dal brillante cursus honorum nella forza cui aderì con i calzoni corti, arrivando ben prima dei quarant’anni a posizioni di vertice e mostrando capacità politiche riconosciute anche dagli avversari, merce sempre più rara in Parlamento.
Molinari barricadero non lo è mai stato e mai – è l’opinione di chi lo conosce bene – prenderà di petto una situazione, vieppiù se contro il leader di cui fu a lungo braccio destro. Questo non significa, tuttavia, che condivida la deriva imboccata dal partito negli ultimi anni.
Al contrario, è stato tra i più freddi, per usare un eufemismo, davanti all’operazione Roberto Vannacci: dall’ingresso del generale fino alla sua promozione a vicesegretario. E non è un dettaglio. Molinari ha continuato a insistere sulla necessità di riportare la Lega al Nord, alle partite Iva, alle piccole imprese, a quel tessuto produttivo che era stato la ragione sociale del Carroccio bossiano e poi maroniano. Una distanza politica netta da una destra estrema e postfascista che non gli appartiene affatto. Ma una cosa è dissentire dalla linea. Un’altra è rompere con chi quella linea l’ha imposta.
Un colpo al cerchio e uno alla botte
È proprio qui che nasce il problema. Molinari chiede da tempo un cambio di rotta, ma evita accuratamente di trasformarlo in un cambio di comandante. Così finisce per essere guardato con sospetto da entrambe le parti: troppo autonomo per i salviniani, troppo prudente per i nordisti. La vecchia accusa del colpo al cerchio e uno alla botte torna puntuale.
Eppure, in buona parte del notabilato leghista piemontese resta la convinzione che, sia pure “proprio alla fine”, Molinari sarà parte dell’atteso nuovo corso. Anche perché il filo con chi prepara il dopo non si è mai spezzato. Al direttivo regionale di Capriata d’Orba, raccontano, lo stesso segretario piemontese ha spiegato di essere in contatto costante con Zaia e Fedriga. Dell’ex governatore veneto avrebbe anche riferito di non aver colto, almeno finora, una reale disponibilità a candidarsi alla guida del partito. Non è poco. Ma per chi vuole accelerare non è ancora abbastanza.
Il partito con il nome del capo
C’è poi una ragione meno psicologica e molto più concreta dietro tanta prudenza. Molinari conosce perfettamente la macchina della Lega e sa che, oggi, rovesciare Salvini dall’interno è quasi impossibile. Lo Statuto blinda il segretario, il Consiglio federale è largamente popolato da uomini a lui fedeli e perfino il nome del partito – Lega per Salvini Premier – racconta meglio di qualsiasi articolo statutario quanto sia complicato separare il contenitore dal suo capo.
A Capriata, Molinari avrebbe gelato le aspettative di chi immaginava un ribaltone: non ci sono i numeri, né gli strumenti per sfiduciare Salvini. Detto brutalmente, si può mugugnare, si può dissentire, si può sperare. Ma espugnare il fortino è un’altra faccenda. E forse è anche per questo che il Piemonte aspetta.
A Bellerio è finita la ricreazione
Altrove, però, qualcosa è già successo. Venerdì scorso, nella storica sede di via Bellerio, non una sparuta minoranza ma una parte consistente dei dirigenti lombardi ha chiesto a Salvini di farsi da parte, imputandogli il crollo dei consensi e l’aumento degli abbandoni proprio in quelle terre – da Bergamo a Brescia, fino a Varese – dove per anni, decenni, la Lega non ha temuto rivali.
Questa volta i mugugni hanno avuto nomi e cognomi. Su 31 interventi, soltanto una manciata sarebbe stata apertamente a sostegno del segretario. E soprattutto Attilio Fontana non si è limitato a mandare avanti gli altri. Il governatore lombardo avrebbe sostenuto la necessità di allargare la leadership e di un passo di lato del segretario, ricordando che la Lega non può vivere soltanto di grandi opere, ministeri e percentuali ma deve tornare a essere “di lotta e di governo”. Più che un avvertimento, quasi una sentenza.
Romeo alza il volume
Anche Massimiliano Romeo, omologo di Molinari, capogruppo al Senato e segretario lombardo del Carroccio, ormai non nasconde il malessere. “Se andasse tutto bene nella Lega, forse non avremmo fatto un direttivo regionale il 7 agosto”, ha detto con quella misura che, nel lessico leghista, vale già come una cannonata. Non è più soltanto il malcontento della base. Il problema ha raggiunto governatori, capigruppo, segretari regionali e provinciali.
A sostenere Salvini, durante quella lunga riunione, sono rimasti soprattutto alcuni esponenti del gruppo dirigente più vicino al leader, tra cui Alessandra Locatelli, Luca Toccalini, Paolo Formentini e altri fedelissimi. Troppo pochi, comunque, per nascondere una frattura che ormai nessuno riesce più a derubricare a fisiologico confronto interno.
Salvini ha ascoltato e preso appunti. Poi ha ribadito di voler restare in sella, promettendo ancora una volta di riportare la Lega in doppia cifra e definendo “disgustosi” alcuni interventi.
La collegialità del giorno dopo
La risposta del segretario rischia adesso di essere la stessa già sperimentata in passato: una nuova gestione collegiale. C’è già stata una cabina di regia con Zaia, Fedriga, Fontana, Maurizio Fugatti, Roberto Calderoli, Giancarlo Giorgetti e altri “senatori”. Si è riunita pochissimo ed è stata letta da molti come un contentino con cui placare la rivolta senza cedere davvero potere.
Prima ancora era circolata una bozza di revisione statutaria, affidata alle cure di Calderoli, che avrebbe dovuto rafforzare territori e governatori. Poi sarebbe finita nel cassetto. In ultimo addirittura lo statuto di un nuovo partito, il Plfi, Partito liberale federalista italiano. Adesso Salvini potrebbe riproporre lo stesso schema: allargare la squadra senza lasciare il comando. Ma questa volta i governatori sembrano assai meno disponibili a prestare la faccia all’operazione.
Zaia il volto, Fedriga il tessitore
Nel fronte nordista, peraltro, i ruoli cominciano a definirsi. Zaia resta il capitale elettorale, il nome capace di parlare a un mondo ben più largo della militanza leghista. Il federatore naturale, più che il costruttore. Chi lo conosce sa però quanto sia restio a mettersi alla testa di un’operazione di apparato e di paziente tessitura.
Quel lavoro, sottotraccia, lo starebbe facendo Fedriga. Il governatore del Friuli-Venezia Giulia è descritto sempre più come l’uomo delle relazioni, delle telefonate, degli incontri con amministratori, dirigenti, sindaci e pezzi del mondo del Nord che vogliono capire che cosa succederà quando il ciclo salviniano finirà davvero. Zaia dovrebbe mettere il volto. Fedriga sta preparando la stanza. E Fontana, dopo il direttivo lombardo, sembra ormai aver smesso di aspettare sulla porta.
Capriata, processo senza imputato
In Piemonte la scena continua invece ad avere qualcosa di surreale. A Capriata d’Orba, poche settimane fa, il direttivo regionale si era trasformato in un autentico cahier de doléances. Ad aprire il fuoco era stato Massimo Giordano, segretario provinciale di Novara; poi Enrico Montani, ex senatore e numero uno del partito nel Verbano-Cusio-Ossola, aveva riportato il malessere raccolto tra gli iscritti. Da Cuneo a Torino, dal Vco ai territori più piccoli, il bersaglio era sempre lo stesso: Salvini.
Il segretario, però, non c’era. È arrivato dopo, quando il processo era finito, per la tradizionale Festa della Padania. E lì il copione è cambiato: applausi, selfie, volontari osannati, sicurezza, immigrazione, Tav, Terzo Valico, Ponte sullo Stretto, 23 miliardi di cantieri aperti in Piemonte. Non una parola sulla crisi del partito. Contumace sul banco dell’imputato durante il direttivo, Salvini è salito poche ore dopo sul palco tra gli applausi di molti di coloro che avevano appena contribuito al capo d’accusa.
Il Piemonte aspetta che passi la nottata
È forse questo il tratto più piemontese della crisi. Il dissenso c’è, è vasto, talvolta feroce. Manca però la volontà di trasformarlo in iniziativa politica. “Speriamo che succeda qualcosa”, è il sentimento che da tempo circola in più ambienti del Carroccio subalpino. Una versione padana, ma non troppo, dell’adda passà ’a nuttata.
Il Piemonte aspetta che rompano gli altri. Aspetta il Veneto, aspetta il Friuli, adesso guarda alla Lombardia. Aspetta soprattutto che la rottura diventi irreversibile, in modo da poterla seguire senza assumersi l’onere di averla provocata. In questo, Molinari è insieme il simbolo e il garante di quella prudenza.
C’è però una variabile che rende la partita molto più seria di una semplice successione. Nel fronte nordista c’è chi ha ormai maturato la convinzione che, se la Lega non può essere contendibile, allora potrebbe essere più semplice costruire altro. Non una riedizione nostalgica del vecchio Carroccio, ma un nuovo soggetto capace di federare amministratori, liste civiche, pezzi del Nord produttivo e ciò che resta della tradizione autonomista.
Per ora è un piano B. Ma è proprio l’ostinazione di Salvini a blindare il partito che rischia di trasformarlo nel piano A. Ed è qui che la posizione di Molinari diventa decisiva. Perché una cosa è chiedergli di schierarsi contro Salvini dentro una Lega che Salvini controlla. Un’altra sarebbe chiedergli di scegliere tra un partito ridotto attorno al suo segretario e una larga ricomposizione del Nord. In quel caso, la frase “alla fine anche Riccardo sarà con noi” assumerebbe tutt’altro significato.
Prima Roma, poi Pontida
Le prossime settimane diranno quanto il fronte dei contestatori sia disposto a spingersi avanti. Prima di Pontida, fissata per il 20 settembre, c’è l’appuntamento romano dell’8 e 9 settembre alle Officine Farneto, già ribattezzato la pre-Pontida. È lì che Salvini potrebbe tentare l’ennesima mediazione, offrendo una squadra più larga, una gestione collegiale, qualche spazio in più ai territori.
Ma il punto ormai non è più soltanto quanto potere sia disposto a concedere. È capire se dall’altra parte ci sia ancora qualcuno disposto ad accontentarsi.
Riccardo (non) Cuor di Leone
Pretendere, come immagina qualcuno – senza peraltro aver mostrato finora il petto del coraggio e della sfida sul modello di altri dirigenti del Nord –, che Riccardo diventi improvvisamente Cuor di Leone è forse l’ennesima anomalia della Lega piemontese. Molinari non guiderà probabilmente l’assalto al bunker. Zaia difficilmente sarà il primo a rompere. Fedriga continuerà a tessere. Fontana ha già fatto capire da che parte guarda.
Paradossalmente, potrebbe essere proprio Salvini a decidere il destino di tutti. Più blinderà il partito, più respingerà ogni riequilibrio e più considererà ogni critica un tradimento, più renderà plausibile ciò che fino a poco tempo fa pareva impensabile: che il dopo-Salvini nasca non conquistando la Lega, ma lasciandola.
E a quel punto la domanda non sarà più quando Molinari deciderà di mollare Salvini. Sarà se, quando gli altri avranno già rotto, avrà davvero ancora una ragione per restargli accanto. Nell’attesa rimane quella consolatoria certezza che circola nel Carroccio piemontese: “Anche Riccardo, alla fine, ma proprio alla fine, sarà con noi”. Prima, però, qualcuno dovrà avere il coraggio di cominciare.


