ECONOMIA DOMESTICA

Ex Ilva, ricorso contro il tempo:
tirare a campare o tirare le cuoia?

Le 82 pagine depositate in Cassazione non fermano la scadenza del 28 ottobre: per tenere accesi gli altiforni serve una sospensiva. Intanto la cordata affidata a Gozzi guarda agli impianti a freddo. Novi Ligure può così separare il proprio destino dall'area a caldo

Il calendario corre più veloce degli avvocati dell’Ilva. Il 28 ottobre è sempre lì: entro quella data l’area a caldo di Taranto dovrà fermarsi, e le 82 pagine depositate alla vigilia di Ferragosto in Cassazione non spostano di un giorno la scadenza fissata dalla Corte d’Appello di Milano. Per riuscirci serve una sospensiva che è pressoché impossibile possa arrivare. Nel frattempo, però, fuori dalle aule giudiziarie la siderurgia italiana ha già cominciato a prepararsi a uno scenario che fino a poche settimane fa sembrava impronunciabile: Taranto senza altiforni e gli impianti a freddo, Novi Ligure in testa, affidati a un’altra storia industriale.

È dentro questo scenario, più ancora che nella lunga battaglia giudiziaria, che va letto il ricorso presentato il 14 agosto da Ilva in amministrazione straordinaria, proprietaria degli impianti che Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria gestisce. Si chiede alla Suprema Corte di cassare il decreto 425/2026 del 9 luglio con cui i giudici milanesi hanno imposto la fermata entro novanta giorni di altiforni e acciaierie, ritenendo non sufficientemente tutelata la salute della popolazione rispetto alle emissioni di polveri sottili e alla presenza di amianto.

La differenza tra impugnare e fermare gli effetti del provvedimento, però, è decisiva. Il ricorso in Cassazione non sospende l’esecutività del decreto. Per questo Ilva annuncia, sostanzialmente in contemporanea, un’istanza alla stessa Corte d’Appello di Milano affinché congeli gli effetti della propria decisione nell’attesa che si pronunci la Suprema Corte. Insomma, le 82 pagine servono soprattutto ad aprire la porta alla richiesta che davvero conta nell’immediato: fermare il cronometro.

Quattordici motivi contro Milano

La battaglia viene combattuta innanzitutto sul terreno della giurisdizione. I motivi del ricorso sono quattordici e già i primi due chiariscono la linea scelta dai legali Giuseppe Lombardi, Marco Annoni, Lazare-David Vittone Tassinari, Raffaele Cassano e Alberto Villa.

Secondo Ilva, la Corte d’Appello avrebbe deciso su una controversia riservata al giudice amministrativo e sarebbe andata persino oltre, invadendo attribuzioni proprie della Pubblica amministrazione. Invece di rimettere agli organismi competenti le decisioni sul perimetro dell’Autorizzazione integrata ambientale del 2025 e sulle prescrizioni necessarie a ridurre l’impatto dello stabilimento, i giudici avrebbero finito, sostiene il ricorso, per stabilire essi stessi quale contenuto dovesse avere l’autorizzazione.

Ilva contesta inoltre la disapplicazione dell’Aia 2025 e quella del decreto 278/2023 del Ministero dell’Ambiente, insieme al precedente parere dell’Ispra. Il cuore della tesi difensiva riguarda proprio la natura dell’autorizzazione ambientale. Per i legali dell’amministrazione straordinaria, l’Aia non è un provvedimento che deve prevedere una volta per tutte ogni intervento futuro, bensì uno strumento destinato ad adeguarsi progressivamente “all’evoluzione delle conoscenze tecniche, delle prestazioni dell’impianto e delle migliori tecniche disponibili”.

Gli studi di fattibilità ancora da effettuare, dunque, non dimostrerebbero che allo stabilimento manchino oggi le condizioni per funzionare nel rispetto delle norme. Il quadro autorizzativo del 2025, sostiene Ilva, sarebbe già pienamente efficace e imporrebbe valori limite e prescrizioni immediatamente vincolanti; gli approfondimenti successivi servirebbero semmai a verificare la possibilità di migliorarlo ulteriormente.

Una causa arrivata in Europa

Il decreto contro cui Ilva ricorre è però l’ultimo atto di una vicenda che ha già attraversato diversi gradi e persino i confini della giustizia italiana. Tutto nasce dall’azione promossa da un gruppo di cittadini tarantini davanti al Tribunale di Milano, poi approdata alla Corte di Giustizia dell’Unione europea, che si è pronunciata nel giugno 2024, e infine alla Corte d’Appello. Ed è proprio quest’ultima ad avere fissato il termine che adesso incombe su tutta la vicenda industriale: novanta giorni per fermare l’area a caldo.

Contro quei cittadini Ilva presenta oggi il ricorso, chiamando in causa anche Regione Puglia, Gruppo d’intervento giuridico e Codacons e, nei confronti, Acciaierie d’Italia spa e Acciaierie d’Italia Holding, entrambe in amministrazione straordinaria, oltre alla Procura della Repubblica presso la Corte d’Appello di Milano e alla Procura generale presso la Cassazione. Una macchina giudiziaria imponente. Con un calendario industriale, però, assai più corto.

AdI prepara il bis

Anche Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria dovrebbe muoversi entro la fine del mese. I suoi avvocati stanno lavorando a un secondo ricorso alla Cassazione e alla relativa richiesta di sospensiva, anche se non è escluso che alla fine il gestore degli impianti scelga di aggregarsi agli atti depositati da Ilva. In altri passaggi giudiziari le due amministrazioni straordinarie hanno già marciato insieme.

Nel frattempo sono iniziate le primissime manovre preparatorie necessarie nell’eventualità che l’ordine debba essere eseguito. E mentre una parte dello Stato cerca nelle aule di giustizia il modo per prolungare la vita dell’area a caldo, un’altra partita si sta aprendo nelle stanze dell’industria siderurgica.

Gli acciaieri preparano il dopo

È qui che il ricorso di Ferragosto incrocia direttamente la trattativa industriale delle ultime settimane. Il mandato affidato da Federacciai ad Antonio Gozzi serve a verificare la possibilità di costruire una cordata di produttori italiani interessata alle attività di Acciaierie d’Italia. Ma con un confine che cambia completamente la prospettiva: l’interesse riguarda gli impianti non investiti dal blocco dell’area a caldo, dunque essenzialmente la parte a valle e a freddo del gruppo.

Non è il progetto di una nuova Ilva costruita attorno agli altiforni di Taranto. È, al contrario, il tentativo di capire quanto dell’Ilva possa sopravvivere senza quegli altiforni. Ed è una differenza enorme soprattutto per il Nord. Perché dentro questa partita ci sono Genova Cornigliano e Novi Ligure, gli stabilimenti che lavorano il prodotto proveniente dal ciclo a caldo e che proprio dalla crisi produttiva di Taranto sono stati trascinati negli ultimi anni in una spirale di fermate, cassa integrazione e incertezza.

Per Novi la questione è brutale nella sua semplicità: senza coil non si lavora, ma i coil non devono necessariamente arrivare da Taranto. Possono essere acquistati sul mercato, importati o garantiti attraverso accordi con altri produttori. È attorno a questa possibilità che acquista consistenza l’ipotesi di separare definitivamente il destino degli stabilimenti settentrionali da quello del siderurgico pugliese. Una prospettiva che fino a poco tempo fa veniva evocata soprattutto dai territori e che adesso, dopo il decreto milanese, è entrata nel novero delle soluzioni industriali concrete.

Novi davanti al bivio

Per lo stabilimento alessandrino significa cambiare completamente domanda. Non più soltanto quando Taranto tornerà a produrre abbastanza per alimentare Novi, ma se Novi possa avere un futuro industriale senza dipendere da Taranto. La cordata degli acciaieri italiani nasce esattamente dentro questo nuovo scenario. E spiega perché la battaglia giudiziaria per tenere accesa l’area a caldo rischi di procedere su un binario sempre più distante da quello sul quale si sta muovendo l’industria.

Formalmente resta sul tavolo anche l’interesse di Jindal per un'operazione più ampia. Ma la decisione di affidare a Gozzi il compito di verificare la disponibilità dei produttori nazionali verso gli asset non interessati dal blocco mostra che ormai viene studiato apertamente anche un piano alternativo allo storico ciclo integrato.

“Un tirar a campare”

È precisamente per questo che Maurizio Rizzo Striano, l’avvocato che insieme ad Ascanio Amenduni ha assistito i cittadini tarantini davanti al Tribunale di Milano, alla Corte di Giustizia europea e alla Corte d’Appello, considera l’iniziativa di Ilva destinata a non cambiare l’esito della vicenda. Secondo il legale, il ricorso “non ha alcuna speranza di un suo accoglimento”. Ma soprattutto c’è un dato che precede persino il merito: “Il ricorso in Cassazione non sospende l’esecutività del decreto della Corte di Appello e la decisione della Corte Suprema arriverà ben oltre la scadenza del termine del 28 ottobre”.

Da qui, secondo Rizzo Striano, il vero obiettivo dell’operazione: utilizzare l’impugnazione per chiedere alla Corte d’Appello la sospensione dell’efficacia della propria decisione fino al pronunciamento della Cassazione. Anche qualora la sospensiva arrivasse, sostiene però l’avvocato, si otterrebbe soltanto di “aggravare ancora di più la situazione sia dei lavoratori, sia finanziaria, sia per il futuro che attende Taranto”. Un “tirar a campare”, magari con l’obiettivo di rinviare il problema oltre le elezioni politiche, destinato a produrre altri danni, “ad iniziare da quelli inflitti alla salute”. Per Rizzo Striano, dunque, “l’epoca delle cause è finita. La parola passa ai cittadini ed ai lavoratori”.

Ma c’è un altro soggetto al quale la parola, nel frattempo, è già passata: l’industria. E mentre Ilva cerca nelle 82 pagine depositate in Cassazione il modo per tenere in vita il vecchio schema, gli acciaieri italiani stanno facendo i conti con quello nuovo.

print_icon