Dalle Langhe al Saluzzese, case contro il caporalato
Stefano Rizzi 11:49 Venerdì 21 Agosto 2026Il Governo proroga il commissario e mette risorse per combattere il fenomeno. In Piemonte, dopo arresti e condanne, permane l'allarme in vista della vendemmia. Capacchione (Cisl): "Agire sugli alloggi per togliere messi agli sfruttatori". Un giro da decine di milioni
I lavoratori irregolari in agricoltura – secondo le stime più aggiornate – non sono meno di 200mila e l’utilizzo di questa manodopera illegale e a basso costo, quasi sempre ingaggiata attraverso il caporalato, è in aumento.
Sfatata l’immagine di un’Italia in cui è il Sud a detenere questo triste primato, il fenomeno è ormai diffuso in eguale misura in tutto il Paese e non mancano al Nord – precisamente in Piemonte – fatti non troppo lontani nel tempo a confermarlo.
Il caso delle Langhe
Appena due anni fa, a Neive, nelle Langhe, le indagini della Squadra Mobile di Cuneo portarono alla luce un articolato sistema criminale basato sullo sfruttamento dei lavoratori immigrati, sulle violenze a colpi di bastoni e spranghe, su paghe da 6 euro all’ora per turni fino a 14 ore al giorno nei vigneti e su contratti formalmente regolari utilizzati per coprire tutto. Finirono alla sbarra e poi furono condannati i caporali – immigrati come le vittime – e alcuni imprenditori agricoli che si erano affidati a loro.
Per contrastare questo fenomeno, legato a doppio filo con l’immigrazione irregolare, il Governo ha prorogato la struttura commissariale affidata al generale Giovanni Maria Macioce, la cui scadenza era prevista a fine anno, e ha messo in campo risorse per oltre 66 milioni da qui al 2030, attinte dal Fondo per lo sviluppo e la coesione. Soldi che, nelle intenzioni dell’esecutivo, dovrebbero essere impiegati in gran parte per ristrutturare edifici pubblici o strutture agricole abbandonate e trasformarli in alloggi per i lavoratori stagionali. Una delle leve del caporalato – insieme al trasporto sui luoghi di lavoro – è infatti proprio la sistemazione di chi lavora nei campi e nei vigneti, che diventa un’ulteriore arma di ricatto.
Il modello delle mondine
“L’aspetto abitativo è fondamentale per contrastare l’utilizzo di lavoratori in nero”, spiega allo Spiffero Emilio Capacchione, segretario regionale della Fai-Cisl, che cita la lontana esperienza legata alla coltivazione del riso nel Vercellese, dove “per le mondine c’erano delle aree delle cascine che venivano messe a disposizione delle lavoratrici e dei lavoratori per tutta la stagione”. Sottrarre l’alloggio alle logiche dello sfruttamento e aumentare le possibilità di controllo sono solo due degli aspetti di un piano che, secondo il sindacato, dovrebbe essere perseguito con decisione in Piemonte.
E proprio guardando al territorio regionale, resta la consapevolezza che – nonostante dopo quel caso eclatante delle Langhe non si siano ripetute, almeno fino a oggi, situazioni analoghe – il fenomeno del caporalato, quasi sempre gestito da immigrati, anche se spesso non della stessa etnia dei lavoratori sfruttati, meriti molta attenzione. “I protocolli siglati con alcune amministrazioni locali, le prefetture, oltre alle organizzazioni sindacali e datoriali, dimostrano la loro efficacia e bisogna proseguire su questa strada”, sostiene l’assessore regionale all’Agricoltura Paolo Bongioanni, esponente di Fratelli d’Italia, lo stesso partito del ministro Francesco Lollobrigida, che proprio su questo argomento si è scontrato di recente con il segretario della Cgil Maurizio Landini.
Landini contro Lollobrigida
A scatenare il duello è stata l’iniziativa della Regione Toscana, presieduta dal piddino Eugenio Giani, che con una proposta di legge introduce gli indici di coerenza in agricoltura: per ogni coltura sarà individuato il numero minimo di ore di lavoro necessario, che dovrà risultare coerente con il numero di lavoratori impiegati. Landini accusa il Governo di non fare abbastanza, chiedendo di applicare quel modello a tutto il Paese, e Lollobrigida risponde: “Contro il caporalato siamo in prima linea”.
Una battaglia non facile, così come non è semplice avere un quadro il più possibile preciso di quanto pesi il lavoro nero nei campi, nella raccolta della frutta e della verdura e tra i filari che nelle prossime settimane si popoleranno di lavoratori stagionali. È lo stesso sindacalista della Cisl a ricordare che “il nostro territorio, con i suoi frutteti del Saluzzese, i vigneti delle Langhe, le campagne del Cuneese e dell’Astigiano, attira ogni anno decine di migliaia di lavoratori stagionali, in grande maggioranza migranti. E dove c’è vulnerabilità e c’è domanda di manodopera flessibile, il rischio di sfruttamento si fa concreto”.
Protocollo Saluzzo
Il giro di denaro attorno a questa piaga del lavoro agricolo si aggira sui 40 milioni in due anni nella sola zona di Saluzzo. E non a caso si chiama “Protocollo Saluzzo” uno dei primi strumenti di contrasto allo sfruttamento varati nella regione: “È riuscito a mettere attorno allo stesso tavolo – spiega Capacchione – Prefettura, Comuni, Regione, associazioni e sindacati e ha creato un sistema pubblico di accoglienza. Offre posti letto, servizi di orientamento, mediazione interculturale, assistenza sanitaria, lettura dei contratti”.
È ancora lunga la strada verso l’eliminazione del caporalato, un fenomeno che si alimenta di necessità e interessi e che spesso prospera protetto da una certa omertà. Il sindacalista ricorda come “stenti ancora a decollare il sistema della Rete del lavoro agricolo di qualità, alla quale tante aziende agricole in Piemonte non si sono ancora iscritte. L’adesione comporta una certificazione da parte dell’Inps sull’utilizzo dei lavoratori, la giusta paga e gli orari previsti. Un altro passo avanti che però si sta compiendo ancora troppo lentamente”.
Proposta del Pd
E sulla strada per sconfiggere il caporalato c’è anche la proposta di legge della parlamentare piemontese del Pd Chiara Gribaudo, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro. Un assegno mensile per due anni e il riconoscimento del permesso di soggiorno per i lavoratori che denunciano, ma anche incentivi alle imprese che assumono le vittime dei caporali: sono, in estrema sintesi, i punti salienti della proposta, che prevede un fondo da 50 milioni di euro all’anno.


