GIUSTIZIA

Fantini assolto dall'accusa di mafia, ma Cogefa paga ancora lo scotto

Nel processo Echidna l'ex ad di Sitalfa esce senza condanne, anche per i residui episodi di peculato. Le risultanze dell'inchiesta avevano però contribuito all'interdittiva antimafia che ha colpito l'azienda della famiglia, pur estranea al procedimento penale

L’ultima e più pesante accusa è caduta. Roberto Fantini, ex amministratore delegato di Sitalfa, è stato assolto dal Tribunale di Ivrea dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa nel processo nato dall’inchiesta Echidna sulle infiltrazioni della ’ndrangheta negli appalti autostradali piemontesi. L’assoluzione riguarda pure gli episodi di peculato ancora rimasti a suo carico, dopo che altre contestazioni erano già venute meno nel marzo 2025. Altri sette imputati sono stati invece condannati. La pena più alta (15 anni e 10 mesi) è stata inflitta a Giuseppe Pasqua, componente di una famiglia che secondo le indagini della Dda piemontese aveva impiantato a Brandizzo, località alle porte di Torino, una articolazione territoriale della 'ndrangheta. Le altre spaziano dai 14 anni e 6 mesi ai due anni e un mese di reclusione. 

Un verdetto, quello pronunciato dal giudice Stefania Cugge, che arriva oltre due anni dopo l’esplosione dell’inchiesta e che inevitabilmente riporta indietro le lancette a tutto ciò che nel frattempo quella vicenda ha prodotto. Non soltanto per Fantini, ma per l’impresa di famiglia con la quale peraltro non aveva più rapporti da anni: Cogefa, uno dei maggiori gruppi italiani delle costruzioni, finito nel vortice delle interdittive antimafia e ancora oggi sottoposto a controllo giudiziario.

Fantini, difeso dagli avvocati Roberto Capra e Maurizio Riverditi, era stato chiamato a rispondere della contestazione più grave formulata nei suoi confronti dalla Direzione distrettuale antimafia di Torino per il periodo in cui guidava Sitalfa, società controllata da Sitaf che si occupa della manutenzione dell’autostrada A32 Torino-Bardonecchia e del traforo del Frejus.

Il castello di accuse

Secondo l’impianto accusatorio, Fantini avrebbe fornito un contributo concreto al consolidamento del sodalizio riconducibile alla famiglia Pasqua di Brandizzo, considerata dagli inquirenti legata alla ’ndrangheta, favorendo imprese vicine a quel gruppo nell’assegnazione di lavori e subappalti sulla rete autostradale. Una continuità di commesse che, nella ricostruzione della Dda, avrebbe rappresentato un sostegno economico al clan.

La difesa aveva respinto fin dall’inizio questa ricostruzione, sostenendo che Fantini non fosse a conoscenza della matrice mafiosa attribuita ai suoi interlocutori e facendo osservare che le imprese alle quali venivano affidati i lavori risultavano regolarmente iscritte nelle white list delle Prefetture.

L’onda lunga di Echidna

Quando nel 2024 scatta l’inchiesta, Roberto Fantini è ormai da tempo fuori da Cogefa, l’impresa fondata dal padre Teresio Fantini e diventata negli anni uno dei principali gruppi italiani nel settore delle infrastrutture. Le accuse mosse a Roberto riguardano il suo successivo ruolo in Sitalfa, non la gestione di Cogefa.

La vicenda penale, tuttavia, non rimane confinata lì. Le risultanze investigative di Echidna entrano nell’istruttoria della Prefettura di Torino su Cogefa e diventano parte del materiale utilizzato per formulare il giudizio sul rischio di infiltrazione mafiosa. Il 15 ottobre 2024 arriva il provvedimento che rischia di mettere in ginocchio l’azienda: interdittiva antimafia ed esclusione dalla white list, condizione essenziale per lavorare con la pubblica amministrazione. Ed è difficile non cogliere oggi il cortocircuito: mentre Roberto Fantini si difendeva sostenendo che le imprese alle quali Sitalfa aveva affidato lavori fossero regolarmente ammesse nelle white list, l’onda lunga della stessa inchiesta avrebbe contribuito pochi mesi dopo a far espellere dalla white list Cogefa.

Per una società che vive di grandi infrastrutture e appalti pubblici è una misura potenzialmente devastante. Il gruppo è impegnato in opere strategiche, dal Tenda bis ai lavori collegati alla Torino-Lione, e attorno alle sue attività ruotano centinaia di dipendenti diretti e un indotto assai più vasto. Il rischio non riguarda più soltanto una famiglia imprenditoriale, ma cantieri, contratti e posti di lavoro.

Eppure Cogefa sottolinea fin dall’inizio un elemento destinato a diventare centrale nella propria battaglia giudiziaria: nessun azionista, amministratore o dipendente della società degli ultimi dieci anni risulta indagato nell’inchiesta dalla quale era scaturita l’interdittiva.

Il vortice giudiziario

Da quel momento comincia un groviglio giudiziario che lo Spiffero ha seguito passo dopo passo. Il 21 ottobre 2024 il presidente del Tar Piemonte sospende in via d’urgenza l’interdittiva, rilevando tra gli elementi da approfondire anche la lontananza nel tempo di parte dei fatti contestati. Ma appena un mese dopo il Tar, questa volta in sede collegiale, cambia rotta e respinge la richiesta cautelare dell’impresa.

Cogefa ricorre al Consiglio di Stato e arriva un nuovo ribaltamento: interdittiva nuovamente sospesa. Nel gennaio 2025 Palazzo Spada conferma la decisione cautelare, consentendo la prosecuzione dei contratti già in essere, ma nelle motivazioni introduce un elemento importante: rileva l’evoluzione dell’assetto societario, il passaggio generazionale, l’allontanamento dalla gestione dei soggetti considerati maggiormente controindicati e il rafforzamento della governance e dei controlli interni.

Non basta. Il 13 maggio 2025 il Tar decide nel merito e conferma l’interdittiva prefettizia. Per Cogefa torna l’incubo: fuori dalla white list, appalti pubblici compromessi, cantieri da mettere in sicurezza e centinaia di posti di lavoro esposti alle conseguenze del provvedimento.

Quella “condanna” arrivata prima del processo

È proprio nella sentenza del Tar che compare uno dei passaggi più sorprendenti dell’intera vicenda. Nel ricostruire i rapporti tra i soggetti coinvolti, il provvedimento indicava Salvatore Gallo e Roberto Fantini come “condannati” per estorsione, peculato e corruzione elettorale. Peccato che, quando quelle parole venivano scritte, il processo fosse ancora in corso.

Un passaggio che Cogefa inserì nel lungo elenco di quelle che definiva “falsità e forzature logiche” della decisione amministrativa. Oggi quell’anticipazione assume un significato ancora più singolare: il processo che allora doveva ancora concludersi si è concluso e, per l’accusa di mafia contestata a Roberto Fantini, il risultato è un’assoluzione. La qualificazione di “condannato” utilizzata in quella sentenza amministrativa appare quindi, alla luce della successiva evoluzione processuale, ancora più stridente.

Cogefa a un passo dal baratro

Nel frattempo, però, l’impresa aveva già dovuto fare i conti con le conseguenze dell’interdittiva. Non era soltanto una questione reputazionale. Per un colosso che lavora sulle grandi infrastrutture, essere cancellato dalla white list significa rischiare di perdere il mercato sul quale ha costruito mezzo secolo di attività.

Dopo la sentenza del Tar del maggio 2025 la Prefettura convoca le stazioni appaltanti per valutare il destino dei contratti in essere. Cantieri strategici e centinaia di lavoratori finiscono appesi alle decisioni dei giudici. Ancora una volta interviene il Consiglio di Stato, consentendo all’azienda di continuare a lavorare in attesa degli ulteriori sviluppi. È l’ennesimo ribaltamento di una vicenda nella quale, nel giro di pochi mesi, l’interdittiva viene sospesa, ripristinata, nuovamente congelata, confermata nel merito e ancora neutralizzata nei suoi effetti. Poi arriva la strada che consente all’impresa di evitare il tracollo.

Sotto controllo per salvarsi

Nel luglio 2025 la Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Torino accoglie la richiesta di Cogefa di accedere al controllo giudiziario volontario previsto dall’articolo 34-bis del Codice antimafia, disponendolo per due anni. È la svolta. Cogefa può continuare a lavorare, ma sotto la vigilanza disposta dal tribunale. Il controllo giudiziario non cancella l’interdittiva e non equivale a una dichiarazione di estraneità dell’azienda. È uno strumento di prevenzione che consente a un’impresa ritenuta in grado di affrontare e recidere eventuali condizionamenti di continuare la propria attività sotto prescrizioni e controlli.

Ed è in questa condizione che Cogefa si trova ancora oggi, con il biennio di controllo destinato a protrarsi fino al 2027. Una sorta di amministrazione controllata che ha evitato il peggio, ma che rappresenta comunque l’eredità concreta di una vicenda che per mesi ha fatto vacillare una delle maggiori imprese piemontesi e italiane delle costruzioni.

Due anni dopo, l’accusa non regge

Ora arriva la sentenza di Ivrea. Roberto Fantini non era in Cogefa quando si verificarono i fatti contestati in Echidna. Era il numero uno di Sitalfa. Massimo Fantini non era neppure imputato nel processo. Eppure le loro posizioni, insieme a una rete di rapporti ricostruiti dagli investigatori, erano finite nel dossier che aveva contribuito a trascinare l’impresa di famiglia dentro il tunnel dell’antimafia.

Oggi il giudice penale stabilisce che Roberto Fantini deve essere assolto dal concorso esterno in associazione mafiosa. Questo non cancella automaticamente l’interdittiva di Cogefa né rende illegittime, per effetto della sola sentenza di Ivrea, le decisioni assunte dalla Prefettura e dai giudici amministrativi. Processo penale e prevenzione antimafia rispondono a regole, finalità e soprattutto soglie probatorie differenti.

Ma il verdetto pone una questione che difficilmente potrà essere ignorata quando verrà nuovamente valutata la posizione dell’azienda: quanto resta, dopo l’assoluzione, degli elementi provenienti da Echidna che avevano contribuito a sostenere il giudizio di pericolo attorno a Cogefa? Perché mentre la giustizia penale impiegava più di due anni per stabilire che Roberto Fantini non era responsabile del reato di mafia che gli veniva contestato, gli effetti di quell’inchiesta avevano già fatto il loro corso altrove. Prima l’interdittiva. Poi l’esclusione dalla white list. I cantieri messi a rischio. Il ping pong tra Tar e Consiglio di Stato. Infine il controllo giudiziario, al quale Cogefa è ancora sottoposta. Il processo è arrivato alla fine e Roberto Fantini è stato assolto. Cogefa, invece, è ancora dentro la storia cominciata con Echidna.

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