SACRO & PROFANO

Alessandria cambia vescovo, nuovo incarico per Gallese

Dopo la visita apostolica si tratta sull'uscita. Scartato il trasferimento a un'altra sede e l'approdo a San Pietro, per il presule si profila un ruolo al Collegamento Santuari. A Pinerolo se ne vanno anche i Cappuccini, ma mons. Olivero si consola con Guccini

Secondo voci non prive di qualche credito, dovrebbe trovare una soluzione a breve il problema del vescovo di Alessandria, monsignor Guido Gallese, il quale, in seguito all’esito della visita apostolica effettuata mesi fa dal cardinale Giuseppe Bertello, sarebbe rimosso e destinato a un nuovo incarico. Le trattative sono state condotte dal dinamico e autorevole nunzio apostolico in Italia, monsignor Edgar Peña Parra, già influente Sostituto della Segreteria di Stato, che ha prospettato al recalcitrante Gallese diverse vie d’uscita, scartando però subito l’ipotesi avanzata da quest’ultimo, che avrebbe desiderato essere traslato in un’altra diocesi.

Scartata la nomina a canonico di San Pietro, il cui capitolo è stato ridotto da papa Francesco a refugium peccatorum, non presa in considerazione neppure quella di vescovo ausiliare nella sua Genova – in tutti i sensi una deminutio –, sembra che l’accordo sia stato trovato sulla figura di assistente ecclesiastico del Collegamento Nazionale Santuari, ruolo piuttosto decorativo, ricoperto oggi da monsignor Domenico Sorrentino, già vescovo di Assisi, che darebbe le dimissioni.

Una domanda circola con insistenza ad Alessandria: chissà se si potranno mai conoscere le motivazioni in base alle quali monsignor Gallese viene giubilato? Qualcuno parla di odium cleri. Adesso, tolto l’incomodo, per i boariniani il campo è aperto... anche se qualche ben informato ritiene sia giunta l’occasione propizia per unire ad Alessandria la diocesi di Acqui Terme, dove il vescovo Luigi Testore tra un anno compirà 75 anni.

Come noto alle cronache, a Gallese vengono contestati alcuni aspetti legati sia alla gestione economica della diocesi sia al suo stile di vita personale: presunti passaggi di proprietà poco trasparenti riguardanti beni immobiliari della diocesi, irregolarità nella gestione dei fondi della Curia e spese ritenute poco consone al ruolo, dall’acquisto di un’auto elettrica Tesla a una moto di grossa cilindrata, fino alle trasferte per praticare il kitesurf.

Il precedente a Carpi

La vicenda di monsignor Gallese ricorda, per molti aspetti, quella di monsignor Francesco Cavina, vescovo di Carpi, il quale ebbe a gestire con coraggio il terremoto del 2012, ma che di fronte a quello mediatico del 2019 dovette capitolare. Vescovo coraggioso – ma, per un certo milieu ecclesiale, troppo ratzingeriano –, fu infatti l’unico tra i vescovi dell’Emilia-Romagna ad eccepire su Amoris Laetitia e l’unico a parlare a favore del Congresso Mondiale per le Famiglie di Verona.

Così, alla prima occasione, i progressisti decisero di fargliela pagare, coinvolgendolo in una vicenda di presunto voto di scambio in seguito a intercettazioni, vicenda che fu archiviata dal giudice ma che bastò – senza che nessuno dei suoi confratelli vescovi prendesse le sue difese – a metterlo alla gogna mediatica fino alle dimissioni che papa Francesco gli impose per sostituirlo con il bergogliano di sinistra monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena, diocesi alla quale fu unita Carpi.

Invano, l’ancora giovane monsignor Cavina (64 anni) chiese, essendo del tutto estraneo ai fatti e senza colpa, che gli fosse assegnata un’altra diocesi, ma non vi fu nulla da fare. Nelle dittature sinodali, così come in quelle giacobine, basta il sospetto... specialmente se non si fa parte del circolo progressista. Per gli appartenenti a quest’ultimo i dossier possono giacere in pace.

Cappuccini e brioche di Derio

Dopo oltre settant’anni, i frati Cappuccini lasciano Pinerolo, dove erano arrivati due volte, la prima nel 1575 e la seconda nel 1952. Il loro addio segue di pochi mesi quello delle monache della Visitazione, che erano presenti in città dal 1634 e dove occupavano uno degli edifici più grandiosi e simbolici della città. Prima ancora, nel 2018-2019, era terminata la presenza dei Salesiani a Monte Oliveto e per fortuna che la diocesi è tenuta in vita dal Cammino neocatecumenale.

Ad accompagnare questa desolazione si sarebbe dovuto intonare il De Profundis o, molto più opportunamente, il Miserere. Invece il vescovo Derio Olivero ha scelto la poetica di Francesco Guccini, il cantore agnostico e laico del “forse” e del “ma”, del dubbio ragionato e della compassione, dedicandogli, nel giardino dell’episcopio, una serata di cui è stato l’applaudito mattatore. Il parterre, peraltro numeroso, era composto – e non poteva essere diversamente – da ex giovani, in maggioranza boomers visibilmente commossi, e ha avuto un sapore tutto nostalgico.

Cantautori come Fabrizio De André e Guccini, da veri sessantottini, sentivano ancora il bisogno di confrontarsi con il messaggio del Vangelo e di interrogarsi su come porsi rispetto a esso. Del primo, imprescindibile, era La Buona Novella (1970), ispirata ai vangeli gnostici e così coinvolgente che la canzone Ave Maria venne inserita tra i canti liturgici ed eseguita quasi a ogni Messa. Di Guccini era uscito nel 1973 l’album Opera buffa (ispirata al Mistero buffo di Dario Fo), con il brano famoso La Genesi, che ebbe un successo clamoroso.

In questi autori prevaleva il rispetto critico e caustico per il tema religioso e la Chiesa, all’epoca, era ferocemente contestata e se ne parlava come di una «pietra d’inciampo», impossibile da evitare. Ora essa viene semplicemente ignorata perché alla cultura giovanile attuale (non solo musicale) di Gesù e del Vangelo non interessa nulla. Il nichilismo, come avrebbe detto Martin Heidegger, ha svolto bene in questi decenni il suo lavoro, tanto che adesso perfino la Chiesa ne celebra la vittoria.

Vedendo monsignor Derio nelle vesti di esegeta di Guccini, vengono in mente le parole profetiche di Jacques Maritain, il quale, ne Le Paysan de la Garonne, affermava che la Chiesa era caduta «in ginocchio di fronte al mondo». Eppure anche questo c’era già nel Vangelo: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che a essere gettato via e calpestato dagli uomini» (Mt 5,13).

Il Sinodo è nudo

Come il bambino della favola che, indicando con il dito, esclamava che “il re è nudo”, affermando ciò che tutti vedevano ma che nessuno, nemmeno tra i prelati più conservatori, aveva avuto il coraggio di dire, il vescovo olandese monsignor Robert Mutsaerts ha scritto a papa Leone XIV, rivolgendosi a lui pubblicamente per porre alcune semplici domande sul tema della “sinodalità permanente”, che da anni produce riunioni infinite e un profluvio di documenti e che sta per imporsi come la “forma della Chiesa”.

Due soli passaggi: «Ma la fede si è rafforzata? Cristo è stato annunciato in modo più chiaro? L’identità cattolica si è approfondita? Più persone si sono convertite? La partecipazione alla Messa domenicale è aumentata? Ci sono più vocazioni sacerdotali? La catechesi è diventata più incisiva? È sorto un maggiore rispetto per l’Eucaristia? La dottrina morale della Chiesa è diventata più chiara? Il coraggio missionario è aumentato? Bene, quando ci si pone domande del genere, è impossibile considerare il Sinodo un successo».

Qualcuno ha fatto l’esempio di un congresso medico mondiale permanente che produce in continuazione protocolli e linee guida diagnostiche o terapeutiche a ritmo sostenuto, fino a quando un primario fa una domanda: “Ma la vita di quante persone ha salvato questo congresso mondiale permanente?”. Naturalmente gli irriducibili sanitari scuoteranno il capo e diranno: “E che c’entra con noi la salvezza del malato?”. Che è stata proprio la risposta di un teologo progressista al vescovo olandese, sostenendo che i frutti per la Chiesa – da convertire alla sinodalità – non si misurano dalla salvezza delle anime, ma da «comunità più aperte, maggiore partecipazione dei fedeli, spazio dove prima non c’era voce e ora inizia ad esserci». Più Ong di così...

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