WELFARE

Pensioni a 70 anni e pure povere. Laus mette il dito nella piaga

Dopo l'alert del presidente dell'Inps il deputato torinese del Pd chiede a Calderone numeri e risposte sul futuro del sistema. Ma per chi aspira a governare non basta convocare i ministri in Aula: servono proposte credibili, conti alla mano e qualche scelta impopolare

L’allarme arriva dall’Inps e Mauro Laus non ci gira attorno. Se i ventenni e i trentenni di oggi rischiano di vedere la pensione dopo i settant’anni, e per di più con assegni tutt’altro che generosi, il problema non è tanto quale sarà l’età fissata dalla legge per lasciare il lavoro. Queste sono manfrine della propaganda di Matteo Salvini. È, molto più brutalmente, quanto e come si lavorerà nei prossimi decenni.

Il deputato torinese del Pd, imprenditore e componente della commissione Lavoro della Camera, coglie infatti il punto forse più importante delle parole pronunciate dal presidente dell’Inps Gabriele Fava al Meeting di Rimini: prima di discutere all’infinito di finestre, quote, scaloni e flessibilità in uscita, bisogna chiedersi chi verserà i contributi e su quali stipendi.

«Giovani che rischiano di andare in pensione dopo i 70 anni, carriere discontinue, salari inadeguati e, di conseguenza, pensioni future sempre più povere», riassume Laus. Una fotografia che dovrebbe bastare a spostare il dibattito previdenziale dalle promesse sulle uscite anticipate alla tenuta complessiva del sistema.

Laus: “Prima il lavoro”

Il parlamentare dem riconosce a Fava il merito di aver posto «con chiarezza un problema che riguarda il futuro del Paese», ma contemporaneamente punta il dito contro il Governo e, in particolare, contro la ministra del Lavoro Marina Calderone.

«Trovo singolare che a farlo sia il presidente dell’Inps, mentre chi ha la responsabilità politica di affrontare questi temi continui a non rispondere», attacca Laus. Da tempo, ricorda, chiede alla ministra di presentarsi alla Camera con numeri e proiezioni sul rapporto tra lavoratori e pensionati nei prossimi dieci, quindici e vent’anni e, soprattutto, di spiegare «quali misure il Governo intenda adottare per garantire la sostenibilità del sistema e pensioni dignitose alle nuove generazioni».

Una richiesta tutt’altro che peregrina. Anzi, forse sarebbe utile che il Parlamento dedicasse al futuro della previdenza almeno una parte del tempo che normalmente consuma nell’ennesima disputa sulla prossima deroga alla legge Fornero. Per Laus «il punto è esattamente quello indicato da Fava: prima il lavoro». E non un lavoro qualsiasi: «Lavoro stabile, salari adeguati e carriere contributive» capaci di consentire non soltanto a chi oggi ha venti o trent’anni, ma anche «a chi a quaranta o cinquant’anni vive ancora di precarietà e discontinuità», di costruirsi una pensione decente.

Il salvadanaio di Fava

Fava, però, a Rimini non si è limitato alla diagnosi. Ha provato ad abbozzare anche qualche terapia. La più interessante riguarda proprio i giovani: una sorta di “salvadanaio previdenziale” da affiancare alla pensione pubblica e alla previdenza complementare tradizionale.

L’idea è quella di un terzo pilastro gestito dall’Inps e costruito molto prima della pensione, eventualmente con un contributo iniziale dello Stato e successivi versamenti della persona e della famiglia. «Si potrebbe mettere un quid su questo libretto di risparmio che l’Inps può e dovrebbe gestire a capitalizzazione», spiega il presidente dell’Istituto.

In sostanza, una riserva destinata a crescere nel tempo attraverso gli investimenti e ad aggiungersi, al momento del pensionamento, all’assegno maturato con i contributi obbligatori. Non è una riforma già confezionata: servirebbe una legge e restano da decidere platea, entità dell’intervento pubblico, regole di gestione e modalità di partecipazione delle famiglie. Ma Calderone, secondo quanto riferito dallo stesso Fava, avrebbe già accolto favorevolmente la proposta.

L’altra idea riguarda chi dall’Italia se n’è già andato. Per favorire il rientro dei giovani che lavorano all’estero, Fava propone una «defiscalizzazione di vantaggio a termine e a scalare», accompagnata da interventi sulla casa. Non soltanto, dunque, un tentativo di riportare competenze nel Paese, ma anche di allargare quella base contributiva senza la quale ogni discussione sulla sostenibilità delle pensioni rischia di diventare esercizio contabile.

Il problema è chi paga

Il ragionamento del presidente dell’Inps è piuttosto lineare. Il sistema previdenziale si difende aumentando l’occupazione stabile, riducendo il sommerso e le carriere discontinue, facendo crescere la partecipazione al lavoro di giovani e donne e legando salari e produttività.

Perché il sistema contributivo ha una caratteristica piuttosto antipatica ma difficilmente aggirabile: restituisce, attraverso la pensione, ciò che durante la vita lavorativa si è riusciti ad accumulare. Entrare tardi nel mercato del lavoro, alternare contratti precari e periodi di disoccupazione e percepire stipendi bassi significa versare meno. E versare meno significa avere domani pensioni più basse, a meno di caricare la differenza sulla fiscalità generale. Cioè, ancora una volta, su chi lavora e paga le tasse.

È qui che la questione posta da Laus diventa politica. «Su questi numeri si gioca una parte decisiva del futuro del Paese. Il Governo venga in Parlamento, presenti i dati e dica cosa intende fare. I giovani hanno diritto di conoscere quale futuro li aspetta». Giusto. E sarebbe persino auspicabile che, per una volta, dietro alla richiesta di una relazione parlamentare seguisse una discussione fondata sui numeri anziché sulle convenienze elettorali.

E il Pd cosa propone?

Resta però l’altra metà del problema. Perché chiedere alla ministra di riferire in Parlamento è sacrosanto, ma sta diventando una sorta di riflesso condizionato dell’opposizione: praticamente non c’è questione sulla quale il Pd non chieda alla premier o a un ministro di «venire in Aula a riferire». Prima o poi, però, oltre a domandare al Governo che cosa intenda fare, tocca anche dire che cosa si farebbe al suo posto.

Ed è qui che, almeno sulla previdenza, la proposta dei democratici appare ancora lacunosa. Dire lavoro stabile, salari più alti, lotta alla precarietà, occupazione femminile e giovanile è condivisibile. Ma sono obiettivi, non ancora una politica del lavoro, né tantomeno previdenziale. Manca soprattutto quel bagno di realismo che dovrebbe distinguere una forza con ambizioni di governo da un movimento di opposizione.

Se diminuiscono i lavoratori rispetto ai pensionati, se le carriere contributive diventano più corte e discontinue e se la longevità continua ad allungare il periodo nel quale viene percepito l’assegno, le strade possibili non sono infinite: aumentare l’occupazione e i salari, allargare la platea di chi versa contributi, destinare più fiscalità generale alla previdenza, rafforzare la previdenza complementare oppure intervenire sull’età effettiva di uscita. Nella realtà, probabilmente, servirà un impasto di queste soluzioni.

Proprio per questo la sortita di Laus ha un merito. Riporta la discussione nel posto giusto: non sull’ennesima promessa di mandare qualcuno in pensione qualche mese prima, ma su come pagare le pensioni di chi oggi ha trent’anni. Adesso, però, il passo successivo spetta anche al suo partito. Chiedere i numeri al Governo è doveroso. Presentare i propri, insieme alle scelte inevitabilmente difficili che ne conseguono, sarebbe ancora più utile.

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