"Vanchiglia come Belfast", l'inglese in gita nella Torino antagonista
16:00 Lunedì 24 Agosto 2026Cantonate storiche, luoghi comuni, violenze ridotte a "conflitto" e Askatasuna trasformata in un dopolavoro del mutuo soccorso. Spariscono vittime, responsabilità e quella "area grigia, colta e borghese" che la protegge. Un reportage surreale
Bisogna riconoscere a Tobias Jones almeno una qualità: per raccontare Torino senza conoscerla abbastanza occorre una certa dose di coraggio. Per trasformarla poi in una specie di Belfast subalpina, abitata da anarchici gentili, mamme arrabbiate, psicologi premurosi e poliziotti che fanno rombare provocatoriamente i motori davanti ai bambini, ne serve parecchio di più.
È questa la Torino che emerge dal lungo reportage pubblicato il 20 agosto su UnHerd, testata britannica generalmente classificata nell’area conservatrice, ma assai ecumenica nella scelta dei collaboratori. Jones, firma abituale del Guardian, dell’Observer e di Internazionale, è uno scrittore che da qualche anno abita in Italia (a Parma) e certamente non nasconde una sensibilità assai lontana dalla destra. Nulla di male. Il problema comincia quando la sensibilità prende il posto del giornalismo.
Il risultato è un racconto suggestivo, scritto bene e documentato male. O, meglio, documentato in maniera singolare: quasi tutte le voci che spiegano Askatasuna, i No Tav e le tensioni di piazza appartengono ad Askatasuna, ai No Tav o all’arcipelago politico e sociale che vi gravita attorno. L’avvocato degli attivisti, gli attivisti, le mamme degli attivisti, i comitati vicini agli attivisti, fino alla consigliera regionale di Avs Alice Ravinale, che davanti alle camionette della polizia liquida tutto come “uno show” e domanda: “Ogni giorno ci chiediamo di cosa abbiano paura”. Forse sarebbe bastato voltarsi dall’altra parte della strada.
Una Belfast formato cartolina
Il reportage si apre con Vanchiglia che avrebbe cominciato ad assomigliare “a Belfast al culmine dei Troubles”. Un paragone che più che audace è grottesco. I Troubles nordirlandesi furono un conflitto durato trent’anni nel quale morirono oltre 3.500 persone, tra civili, paramilitari e appartenenti alle forze di sicurezza. Bombe, attentati, omicidi settari, esercito nelle strade, organizzazioni armate strutturate. Il governo britannico quantifica in più di 3.500 le vittime di quella stagione.
A Vanchiglia ci sono camionette della polizia.
La sproporzione dovrebbe bastare a mettere in guardia il lettore su tutto ciò che segue. E infatti Jones riesce subito anche a trasformare Vanchiglia in una “periferia torinese”. Peccato che sia uno dei borghi storici della città, immediatamente a ridosso del centro, dal quale è separato in buona parte da corso San Maurizio. Non occorre aver studiato Carlo Promis: basta una cartina.
Sono dettagli? Non proprio. Perché servono a costruire lo scenario: la periferia marginale, abbandonata, militarizzata, dove lo Stato invade una comunità. Se invece si dice che Askatasuna occupava da quasi trent’anni un edificio comunale in corso Regina Margherita, a poche centinaia di metri dalla Mole, la fotografia cambia leggermente.
Gramsci professore
Poi arriva la storia. E anche qui Torino diventa un fondale sul quale sistemare liberamente ciò che serve alla narrazione. Jones scrive che è la città dove Antonio Gramsci “studiò e poi insegnò”. Studiò, certamente: arrivò nel 1911 e frequentò Lettere all’Università. Ma professore a Torino non fu. Semmai furono altri, come Umberto Cosmo, a insegnare a Gramsci.
Ancora più creativa è la genesi delle Case del Quartiere, che secondo UnHerd Torino possiederebbe “grazie alla massiccia immigrazione dal Sud durante il boom postbellico”. Fantasia sociologica allo stato puro. La rete torinese delle Case del Quartiere è un'esperienza contemporanea di rigenerazione urbana: le prime strutture dell’attuale sistema nascono dagli anni Duemila, Cascina Roccafranca viene inaugurata nel 2007 e il coordinamento cittadino prende forma dal 2012. Il Mezzogiorno e i napuli, questa volta, non c’entrano nulla.
Aska, centro di assistenza idraulica
Ma le cantonate diventano secondarie quando comincia la manipolazione vera e propria del quadro politico. Askatasuna viene presentata anzitutto come “punto d'incontro per gli attivisti ambientalisti”. Poi come sportello sociale: arriva la signora con la perdita d’acqua e le trovano l’idraulico gratis; arriva lo sfrattato e gli procurano una sistemazione. Seguono laboratori educativi, bambini seduti in cerchio, mutuo soccorso, solidarietà, “cura”.
Tutto può essere vero. È proprio questo il trucco. Perché si può raccontare la mafia partendo dalle processioni, una curva ultrà dalle raccolte alimentari e qualsiasi organizzazione politica dalle attività sociali che svolge. La questione giornalistica non è stabilire se dentro Askatasuna qualcuno abbia mai trovato un idraulico. È raccontare che cosa Askatasuna sia stata anche, e soprattutto, nel conflitto politico torinese degli ultimi trent’anni. Su questo Jones diventa improvvisamente distratto.
Eppure una fonte tutt’altro che governativa era disponibile. La procuratrice generale Lucia Musti, all’inaugurazione dell’anno giudiziario del 2025, aveva parlato di un “monopolio” esercitato per trent’anni dal movimento antagonista torinese, indicando proprio Askatasuna come soggetto capace di costruire una struttura organizzativa, conquistare una posizione egemone nel circuito dell’autonomia, “intercettare le tensioni sociali”, assumere “la regia della mobilitazione violenta in Val di Susa” e attirare e istruire minorenni. Torino, disse, era diventata la “capitale dell'eversione di piazza”. Non la sede piemontese di Emergency con un cattivo rapporto con la Questura.
Violenza che diventa “conflitto”
Jones naturalmente non nasconde completamente gli scontri. Sarebbe impossibile. Ma li scioglie dentro una costruzione narrativa in cui le responsabilità diventano simmetriche. Al Primo Maggio vede “scudi e manganelli contro aste di bandiere e bottiglie di birra”. La polizia usa gli idranti. Gli attivisti parlano di repressione. Le madri spiegano che la repressione radicalizza. Un attivista chiarisce che per loro “conflitto” è una parola fondamentale perché sarebbe il “sistema” a esercitare quotidianamente violenza. Ed eccoci al capolavoro semantico: una bottiglia contro un agente e un manganello utilizzato da un agente diventano due manifestazioni equivalenti dello stesso “conflitto”.
Dopodiché persino l’assalto alla redazione della Stampa e l’aggressione a un poliziotto finiscono dentro la formula secondo cui sarebbe “la Destra” ad accusare i manifestanti di violenza. Come se quei fatti appartenessero alla polemica politica e non alla cronaca.
Il 31 gennaio scorso, durante la manifestazione di solidarietà per Aska, il bilancio fu di 108 appartenenti alle forze dell’ordine feriti. Negli atti parlamentari si ricorda inoltre la brutale aggressione a un agente e il fatto che gli organizzatori avessero evocato esplicitamente le tecniche di scontro sperimentate in Val di Susa. Non esattamente biscotti offerti ai bambini.
I No Tav e le “migliaia di arresti”
Anche sulla Tav il metodo resta lo stesso. Le valli intorno a Torino diventano “incontaminate”, il movimento è “veramente popolare”, raccoglie sindaci, cattolici e persone comuni. Tutto vero, almeno per una parte importante della sua lunga storia. Poi Jones aggiunge che gli scontri avrebbero provocato “migliaia di arresti”. Migliaia.
Nel corso di tre decenni l’universo No Tav ha certamente prodotto un numero enorme di identificazioni, denunce, procedimenti giudiziari, misure cautelari e anche arresti. Ma “migliaia di arresti” è un’affermazione enorme che nel reportage non viene sostenuta da una fonte né da un dato verificabile. È la trasformazione, assai comoda, di migliaia di vicende giudiziarie e denunce in migliaia di persone finite in manette. Curiosamente, quando occorre descrivere la repressione i numeri diventano giganteschi. Quando bisogna raccontare la violenza antagonista, tornano piccoli e sfumati.
La repressione come passe-partout
Il cosiddetto “Pacchetto Sicurezza” è forse il punto in cui l’operazione narrativa di Jones si scopre maggiormente. E sia chiaro: alcune delle misure introdotte dal Governo – dal fermo preventivo alle cosiddette “zone rosse” – destano più di una perplessità anche a noi che continuiamo ostinatamente a considerarci libertari. Si può discutere, e molto, dell’equilibrio tra prevenzione, libertà individuali e poteri attribuiti alle autorità di pubblica sicurezza. Altra cosa è però stravolgerne il significato fino a trasformare misure di ordine pubblico, giuste o sbagliate che siano, in strumenti di repressione del dissenso politico.
La normativa non punisce chi manifesta contro il Governo, chi sostiene i No Tav, chi espone una bandiera palestinese o chi considera Meloni la peggiore sciagura capitata alla Repubblica: interviene su comportamenti e situazioni che il legislatore riconduce a un concreto pericolo per la sicurezza, prevedendo tra l’altro il fermo preventivo fino a dodici ore in determinate circostanze e l’allontanamento dalle zone a vigilanza rafforzata di soggetti che rispondano a precisi requisiti e tengano comportamenti violenti, minacciosi o insistentemente molesti.
Chiamare tutto questo “criminalizzazione della protesta” significa confondere deliberatamente il diritto di dissentire con la pretesa di poter violare la legge in nome del dissenso. Ed è precisamente questa sovrapposizione che percorre l’intero reportage: se lo Stato interviene dopo una violenza, non reprime la violenza ma la protesta; se identifica qualcuno, criminalizza il movimento; se presidia una zona teatro di scontri, la “militarizza”. A forza di chiamare repressione qualunque risposta dello Stato, alla fine l’unica violenza che scompare dal racconto è quella che ha reso necessaria quella risposta.
La fonte che manca
La cosa più sorprendente è chi nel reportage non compare. Non compare, appunto, Lucia Musti. Eppure sarebbe stata una voce difficilmente liquidabile come propaganda meloniana. Nel gennaio scorso, un anno dopo aver parlato della “capitale dell'eversione di piazza”, la procuratrice generale è tornata sull'argomento con parole ancora più nette. Ha descritto un meccanismo nel quale “in ogni corteo si stacca una frangia” composta anche dalle stesse persone, con vecchi capi che orientano e nuovi capi che agiscono sul campo. Ha parlato di presidi davanti alle scuole, reclutamento di ragazzi e campeggi nei quali giovani, molti dei quali minorenni, verrebbero indirizzati “all’agire illegale”.
Soprattutto ha pronunciato parole che sembrano scritte per descrivere non soltanto un problema torinese, ma anche un certo modo di raccontarlo. Musti ha denunciato una “benevola tolleranza” e una “lettura compiacente” delle violenze da parte di esponenti della upper class che, attraverso “il loro scrivere”, contribuiscono alla normalizzazione di condotte che restano gravi reati. È quella che ha chiamato “area grigia, di matrice colta e borghese”.
Jones avrebbe potuto intervistarla. Avrebbe potuto intervistare commercianti costretti ad abbassare le serrande, poliziotti feriti, studenti e docenti che hanno assistito alle incursioni a Palazzo Nuovo, dirigenti scolastici interessati dal reclutamento denunciato dalla magistratura, cittadini rimasti prigionieri di cortei trasformati in guerriglia. Invece incontra Riccardo, Martina, Karim, Ortensia, Nicoletta, Rosa, Giulia, l’avvocato degli antagonisti, Pietro Perotti e i suoi babaci di gommapiuma e Alice Ravinale.
Non è vietato. Ma a quel punto non chiamiamolo viaggio dentro la Torino dello scontro. È un viaggio dentro una delle due parti dello scontro, con l’altra osservata attraverso gli occhi della prima.
Gli anni di piombo ridotti a operetta
C’è poi un punto in cui la disinvoltura diventa qualcosa di peggio. Jones attraversa gli anni di piombo quasi fossero un fondale teatrale della Torino ribelle: operai che battono sulle latte d’olio, fischietti, graffiti, Agnelli con i pantaloni abbassati, Perotti che scopre la sovversione attraverso l’allegria. Poi, quasi incidentalmente, l’atmosfera “si fece più cupa”, alcuni operai idealisti furono attratti da attentati ed esecuzioni e cinque compagni della sua cellula finirono nelle Brigate Rosse. Tutto vero, forse. Ma raccontato così sembra quasi un musical che a un certo punto prende una brutta piega.
Peccato che Torino abbia pagato a quella stagione uno dei tributi di sangue più pesanti d’Italia: solo tra il 1977 e il 1982 si contarono in città 19 morti e 130 feriti per terrorismo. Da Giuseppe Ciotta, brigadiere di Pubblica sicurezza assassinato sotto casa, a Fulvio Croce, presidente dell’Ordine degli avvocati; da Carlo Casalegno, vicedirettore della Stampa al maresciallo Rosario Berardi e all’agente di custodia Lorenzo Cotugno. E ancora Roberto Crescenzio, appena ventiduenne, morto nel rogo dell’Angelo Azzurro provocato dal lancio di molotov durante una manifestazione. Altro che pittoresca stagione di radicalismo operaio finita male.
Non erano comparse nello scontro tra “radicali” e potere industriale. Erano poliziotti, magistrati, avvocati, giornalisti, uomini dello Stato, scelti e ammazzati perché rappresentavano quella democrazia che i gruppi armati volevano abbattere. Questa non è pedanteria storica. È essenziale per capire Torino. Perché la città non fu soltanto laboratorio della contestazione, come piace raccontarla a Jones: fu anche il luogo in cui il terrorismo cercò sistematicamente di intimidire magistratura, avvocatura, informazione e forze dell’ordine. E fu la città operaia, sindacale e democratica a contribuire a isolarlo.
Per questo liquidare quella stagione con qualche riga sugli “idealistic workers” sedotti dalla violenza e sui servizi segreti che si aggiravano sinistramente sullo sfondo non è soltanto una semplificazione. È un rovesciamento della memoria torinese: gli assassini diventano il prodotto tragico di una rabbia politica, mentre le loro vittime quasi scompaiono. Esattamente lo stesso dispositivo narrativo che, mezzo secolo dopo, consente di raccontare la violenza antagonista partendo sempre dalle sue ragioni e quasi mai da chi la subisce.
L’ultima inversione
Il finale poi è quasi perfetto. La compagna Ravinale indica le camionette e domanda di che cosa abbiano paura gli uomini in divisa. Jones risponde che forse hanno paura “di chi si rifiuta di riconoscere la necessità della loro presenza”.
Dopo centinaia di agenti feriti negli scontri degli ultimi anni, molotov contro i cantieri, assalti, devastazioni e un poliziotto preso a calci e martellate il 31 gennaio, il problema diventano dunque le paure della polizia.
È l'inversione conclusiva su cui poggia l'intero articolo. Gli antagonisti non esercitano violenza: reagiscono alla repressione. Gli occupanti non violano la legge: praticano solidarietà. Le forze dell'ordine non presidiano un luogo dopo anni di scontri: militarizzano un quartiere. La magistratura non persegue reati: perseguita un movimento. Chi lancia bottiglie esprime rabbia. Chi impugna uno scudo rappresenta l’autorità. E Torino, naturalmente, è Belfast.
Il problema non è se Tobias Jones simpatizzi o meno per Askatasuna. Il problema è quando la simpatia diventa una lente talmente spessa da deformare i fatti. In fondo Lucia Musti aveva già trovato le parole migliori: “lettura compiacente”, “normalizzazione”, “area grigia”. Non sappiamo se avesse mai letto UnHerd. Dopo questo reportage, non ce n’è quasi bisogno.


