BERLUSCONES

Zangrillo, retromarcia su Tajani. Meglio cooptati che votati

Dopo la sfuriata del segretario ("il mio capo") e i mugugni della Royal family, rientra nei ranghi: la sburocratizzazione un'ottima idea. Ma sulle preferenze non molla: non garantiscono parlamentari all'altezza. Resta la selezione dall’alto, quella che con lui funzionò benissimo

È durata meno di una settimana la stagione di Paolo Zangrillo anti-Tajani. Il tempo di un’intervista al Foglio, qualche titolo sui giornali, una discreta incazzatura del merluzzone ciociaro e qualche sopracciglio alzato dalle parti della Royal family, ed ecco che dal Meeting di Rimini il buon Zangrullo innesta la retromarcia.

Le parole pronunciate oggi hanno il sapore di una precipitosa ricomposizione. Quelle precedenti, spiega il ministro della Pubblica amministrazione, sarebbero state «interpretate in un certo modo». Capita. Soprattutto quando si dice che il segretario avrebbe dovuto coinvolgerti, che la comunicazione del partito è stata maldestra, che i congressi sono stati vissuti «con sofferenza» e che Forza Italia deve diventare più aperta perché altrimenti «non andremo lontano». Antonio Tajani, raccontavano le cronache, non aveva affatto gradito.

Contrordine, azzurri

Adesso, invece, «l’appello del segretario nazionale di Forza Italia, del mio capo, è un appello corretto». Del mio capo. Difficile trovare una formula più plastica per certificare il rientro nei ranghi. Anche la campagna sulla sburocratizzazione, quella che appena pochi giorni fa Zangrillo aveva definito una «sorpresa estiva», lamentando di non essere stato coinvolto nonostante sia proprio lui il ministro competente, improvvisamente diventa un’ottima idea: «Forza Italia ha deciso di spingere sull’acceleratore, io sono molto felice di questo».

Insomma, ciò che giovedì pareva una mezza dichiarazione di guerra martedì è diventato un equivoco interpretativo. Nel mezzo, oltre alla sfuriata attribuita a Tajani, non sarebbe stata particolarmente apprezzata neppure dalla famiglia Berlusconi l’idea che il ministro piemontese si accreditasse come portavoce di una sorta di fronda interna. Tanto più mentre il segretario continua a mantenere aperto il canale diretto con Marina Berlusconi.

E per Zangrillo, già alle prese in Piemonte con un congresso che da incoronazione potrebbe trasformarsi in una conta con Alberto Cirio, Gilberto Pichetto Fratin ed Enrico Costa schierati su un fronte comune, non era forse il momento migliore per aggiungere nemici a Roma e ad Arcore.

I migliori, purché scelgano lui

Se sulla sburocratizzazione Zangrillo ha rapidamente riposto la sciabola, sulle preferenze continua invece a impartire lezioni di qualità della classe dirigente. A settembre sarà disciplinatamente in Senato per votarle, se questa sarà la decisione della maggioranza. Ma continua a non crederci. «Non è detto che i campioni di preferenze siano persone poi adeguate a ricoprire il ruolo di parlamentari», sostiene. Anzi, conosce personalmente esponenti di Forza Italia bravissimi a raccogliere consenso sul territorio che lui «non vedrebbe mai in Parlamento».

E qui la domanda sorge spontanea: d’accordo, ma chi stabilisce chi è degno di sedere in Parlamento? Se non gli elettori attraverso le preferenze, resta il vecchio sistema delle liste bloccate: qualcuno, nelle segrete stanze del partito, decide chi possiede le «caratteristiche» necessarie e lo colloca in posizione utile. Una specie di concorso per titoli, solo che la commissione giudicatrice coincide con chi compila le liste.

La meritocrazia secondo Zangrillo

La teoria sarebbe già discutibile in bocca a chiunque. Pronunciata da Zangrillo assume però un sapore irresistibile. Il ministro può certamente vantare un curriculum manageriale importante: Magneti Marelli, Fiat Powertrain, Iveco, Acea. Nessuno glielo nega. Ma quando nel 2018 arrivò il momento di trasformare il manager in parlamentare di Forza Italia, non furono gli elettori azzurri a selezionarlo attraverso le preferenze. Fu scelto dal vertice del partito e collocato in lista.

E il suo ingresso nel giro berlusconiano non è precisamente avvolto nel mistero. È stato lo stesso Zangrillo a raccontare che fu il fratello Alberto, per decenni medico personale e uomo di assoluta fiducia di Silvio Berlusconi, a presentarlo al Cavaliere.

Dopodiché Zangrillo aveva alle spalle una carriera manageriale più che rispettabile. Ma se il principio dev’essere quello della selezione dei migliori, resta da capire quale algoritmo meritocratico stabilisca che essere presentati a Berlusconi dal fratello che ne è il medico personale sia un criterio più raffinato che conquistare migliaia di preferenze.

Quelli delle sagre

Il ragionamento diventa ancora più curioso ricordando la sua recente insofferenza per il “partito delle sagre di paese”. Il riferimento era a quella politica fatta di sindaci, consiglieri, amministratori, feste patronali, bocciofile e chilometri macinati sul territorio che a Zangrillo evidentemente pare un sistema poco adatto a selezionare le élite.

Peccato sia proprio quella Forza Italia ad avergli garantito negli anni seggi sicuri e sostegno politico. Nel 2022, quando fu candidato ad Alessandria, Zangrillo arrivò in un collegio costruito e presidiato da una struttura locale che non era certamente cresciuta attorno a lui. Da quelle parti c’era, tra gli altri, il venerabile cardinale azzurro Ugo Cavallera, uno che prima di essere liquidato tra i sacerdoti delle sagre aveva passato decenni a coltivare amministratori e consenso.

Il ministro-manager, insomma, diffida di chi prende troppi voti perché potrebbe non essere abbastanza bravo per il Parlamento. Meglio affidarsi alla saggezza di chi compila le liste e sa riconoscere il talento a distanza. Talvolta persino osservando l’albero genealogico.

La fronda può attendere

A Rimini, comunque, Zangrillo ha fatto capire che per il momento la rivoluzione può attendere. Tajani è tornato a essere «il mio capo», la sburocratizzazione è tornata una splendida intuizione e la disciplina di partito non è in discussione.

Probabilmente è anche la scelta più prudente. Perché Zangrillo ha già abbastanza grane nel suo Piemonte, dove il congresso regionale continua a essere sospeso e l’asse Cirio-Pichetto-Costa rende tutt’altro che automatica quella riconferma che fino a qualche mese fa sembrava una formalità.

Forse è per questo che, dopo essersi candidato per qualche giorno a capofila dei ribelli, ha riscoperto così rapidamente le virtù dell’obbedienza. Quanto alla selezione dei migliori, nessun problema: purché a scegliere i migliori non siano gli elettori.

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