Il Monopoli degli ospedali:
Acqui finisce sull'Imprevisto
Stefano Rizzi 11:41 Mercoledì 26 Agosto 2026
Mentre Galliate passa dall'Aso all'Asl, per il nosocomio della città termale si fa l'inverso. Ma sull'Irccs pesano conti, tempi e parecchie incognite. I sindacati chiedono "informazioni e trasparenza". E dagli atti del ministero sparisce Casale Monferrato
Difficile trovare qualcosa di più incerto e mobile del calendario della sanità piemontese. Così non stupisce se il prossimo 31 dicembre – data indicata per il trasferimento dell’ospedale di Acqui Terme dall’Asl di Alessandria all’azienda ospedaliera della stessa città, da poco diventata Irccs – passerà senza che avvenga quanto annunciato.
Quello dei tempi, tuttavia, appare come il problema minore di una questione che, per alcuni versi, sembra calcare le orme dello scorporo dell’ospedale Regina Margherita dalla Città della Salute di Torino e della successiva unione con l’ostetrico-ginecologico Sant’Anna. Insomma, non proprio quello che si possa definire il viatico migliore.
Nel Piano socio-sanitario
Già l’inizio della vicenda, quando l’idea di staccare l’ospedale della città termale dall’azienda sanitaria per portarlo sotto quella ospedaliera, a una trentina di chilometri di distanza, spuntò come un fungo, suscitò reazioni diverse e trasversali alla politica: c’era chi la vedeva come la salvezza per un nosocomio con sempre meno medici e incamminato verso il declino e chi, invece, nutriva più di un dubbio su un’operazione irta di variabili.
A non avere dubbi è sempre stato l’assessore Federico Riboldi, fautore del progetto che finirà nero su bianco nel nuovo Piano socio-sanitario, ma che oggi segna il passo rispetto alla tabella di marcia, lascia trasparire più di un’incognita e alimenta altrettante preoccupazioni.
In questi giorni dai sindacati si susseguono richieste di chiarimenti indirizzate ai vertici delle due aziende coinvolte – Valter Alpe per l’Irccs e Francesco Marchitelli per l’Asl – non senza chiamare direttamente in causa la Regione. La Cgil chiede “massima informazione e trasparenza dell’operazione”, così come la Fials che, pur non dicendosi contraria a priori al cambio di azienda per il nosocomio acquese, pone una lunga serie di domande su aspetti specifici, ricordando che “una trasformazione di questa rilevanza richiede, però, informazioni chiare, tempestive e verificabili, nonché il corretto svolgimento delle relazioni sindacali”.
Politica e sindacati
Lo scorso anno anche le sigle di rappresentanza dei medici – Cimo e Anaao – avevano avanzato richieste di maggiore informazione e, nel corso di un incontro, Riboldi aveva ribadito: “Saranno cambiamenti positivi che faranno crescere il nostro sistema sanitario sotto ogni punto di vista”. In una sorta di sostegno bipartisan all’iniziativa, il vicepresidente del Consiglio regionale Domenico Ravetti, del Pd, aveva sottolineato la validità del passaggio dell’ospedale acquese sotto il cappello dell’azienda ospedaliera che, di lì a qualche mese, avrebbe ottenuto il riconoscimento di Irccs.
Non da un fronte politico avverso, dunque, potrebbero presentarsi gli ostacoli, bensì proprio dalla tenuta della stessa operazione e dalla sua compatibilità con l’Irccs, ma anche con il concetto stesso di medicina del territorio e con la sua traduzione nella pratica.
Tant’è che il lavoro di ricognizione in atto da parte delle due aziende sull’ospedale acquese deve tenere conto proprio della trasformazione dell’azienda ospedaliera in Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico. E lo stesso inserimento dell’operazione nel Piano socio-sanitario potrebbe richiedere ulteriori valutazioni. Chi si occupa della questione fa notare come anche la parte riguardante la ricerca – determinante per le valutazioni ministeriali – non possa fare eccezione per il presidio acquese. Ma questa è soltanto una delle tante variabili sotto esame.
Prestazioni e deficit
Un’altra riguarda il sistema di remunerazione: oggi le cure prestate ad Acqui Terme, così come in tutte le strutture in capo alle Asl, vengono finanziate attraverso il fondo ripartito per quota capitaria, ovvero in base al numero di abitanti, mentre le aziende ospedaliere ricevono il pagamento in base alle prestazioni effettuate.
Il non detto, ma che pesa, riguarda proprio la capacità dell’ospedale acquese di fornire un numero di prestazioni tale da non gravare sul bilancio dell’Irccs, che a quel punto avrebbe nella città termale una potenziale e rischiosa zavorra, considerando l’attuale deficit del presidio acquese, che si aggirerebbe attorno ai 10 milioni. L’Asl, dal canto suo, vedrebbe ovviamente ridursi la propria quota, non percependo più quella relativa all’ospedale intitolato a Monsignor Galliano.
Poi c’è sempre quella distanza che renderebbe l’ospedale della città termale una sorta di enclave dell’Irccs nel territorio dell’Asl, dove oggi svolge la sua funzione, appunto, territoriale insieme ai presidi di Novi Ligure, Ovada e Tortona. Peraltro, sempre in Piemonte c’è un ospedale – quello di Galliate – che da molto tempo fa parte dell’azienda ospedaliera Maggiore della Carità e che sta per passare all’Asl di Novara, proprio in ossequio a una logica di sanità territoriale. Una scelta e un passaggio esattamente opposti a quelli di cui è al centro la città della Bollente.
Irccs senza Casale
Ma il ridisegno, talvolta con tratti che appaiono un po’ arditi, della geografia sanitaria piemontese non si ferma qui. Sempre legata all’Irccs c’è una questione foriera di qualche imbarazzo al grattacielo del Lingotto e che riguarda Casale Monferrato, incidentalmente la città di cui è stato sindaco l’attuale assessore alla Sanità.
In tutti i suoi interventi, così come nei comunicati della Regione e financo nelle dichiarazioni del governatore Alberto Cirio, l’Irccs è sempre stato indicato come Alessandria e Casale Monferrato, spesso anche invertendo l’ordine. Ma negli atti ufficiali del ministero la città di Riboldi non compare: viene citato soltanto il capoluogo, ovvero la sede della struttura ospedaliera che ha ricevuto il riconoscimento.
La stessa origine del lungo percorso verso l’Irccs – ovvero la cura e la ricerca sul mesotelioma, che tante vittime ha provocato e continua ancora a mietere nell’area di Casale Monferrato, dove ha operato l’Eternit – non è citata nel decreto che riconosce la qualificazione per cardiologia e pneumologia. Una questione forse riconducibile ai cambiamenti normativi che hanno riguardato le patologie ambientali.
Resta il fatto che Casale Monferrato compare soltanto nelle dichiarazioni e nei comunicati della Regione e questo, a fronte dell’assenza negli atti ufficiali, è appunto motivo di imbarazzo. E non solo: l’ospedale casalese non può essere compreso nell’Irccs, essendo inserito nell’Asl di Alessandria, proprio come quello di Acqui Terme. Almeno per ora.


