POLVERE DI (5) STELLE

Appendino sulle barricate, sbraita contro Meloni & C. perché Conte intenda

Urla in Aula, agita sveglie, arringa operai e automobilisti, spara video a raffica. L’ex tota di Cit Turin torna Giovanna d'Arco per intestarsi il grillismo delle origini e blindarsi. Peccato però che sotto i sermoni social, più che gli applausi, fiocchino pernacchie e contumelie

Che cosa sta succedendo a Chiara Appendino? La domanda viene spontanea osservando la metamorfosi dell’ex tota di Cit Turin, quella che dieci anni fa conquistò Torino con il sorriso composto, i toni educati e l’aria della prima della classe, e che oggi pare essersi trasformata in una pétroleuse sulle barricate, un’amazzone assatanata dell’opposizione permanente.

Sbraita alla Camera, alza la voce, punta il dito, inscena proteste, trasforma gli interventi parlamentari in piccoli happening studiati per diventare clip. L’ultimo numero è stato la sveglia regalata simbolicamente al ministro Adolfo Urso, accusato di dormire mentre la produzione industriale cala: «Urso dorme da tre anni», recita il video rilanciato dalla stessa Appendino. Non un episodio isolato, ma un tassello di una comunicazione ormai costruita sull’iperbole e sulla teatralizzazione dello scontro.

Anche gli interventi a Montecitorio seguono sempre più spesso questo registro. Appendino incalza, scandisce, urla, cerca lo scontro frontale. A febbraio, dopo l’informativa di Matteo Piantedosi sugli scontri di Torino, l’affondo era direttamente contro Giorgia Meloni; a marzo un altro intervento in Aula è diventato immediatamente materiale da rilanciare sui canali. La parlamentare che fu sindaca sembra aver capito perfettamente una delle leggi della politica contemporanea: ormai l’Aula serve anche – talvolta esclusivamente – come studio televisivo per produrre i quaranta secondi da sparare sui social.

La Giovanna d’Arco è tornata

A ben vedere, più che una trasformazione assoluta è un ritorno alle origini. È ricomparsa la “Giovanna d’Arco della pubblica morale”, come la definì sprezzantemente Piero Fassino quando Appendino sedeva all’opposizione in Sala Rossa. Fassino pensava di liquidare una fastidiosa consigliera comunale; qualche anno dopo fu lei a liquidare lui. Solo che la Giovanna d’Arco del 2016 aveva un vantaggio formidabile: non aveva ancora governato.

Era giovane, nuova, di buona famiglia quanto bastava per tranquillizzare la borghesia torinese e grillina quanto serviva per intercettarne la rabbia. Rappresentava il cambiamento senza avere ancora un passato del quale rispondere. Oggi quel passato esiste e dura cinque anni: quelli trascorsi a Palazzo Civico.

Non ha lasciato un ricordo memorabile. Una città amministrata tra difficoltà, errori, incidenti politici e una progressiva perdita di quella spinta che l’aveva portata a travolgere Fassino. Se negli ultimi tempi una parte dei torinesi ha finito persino per rivalutarla, un contributo non secondario è arrivato dal successore Stefano Lo Russo, la cui proverbiale difficoltà a trasmettere empatia ha avuto talvolta l’effetto di rendere per contrasto più caloroso persino il ricordo della glaciale Appendino. Ma la memoria, soprattutto sui social, è una bestiaccia.

Il comizio e la sassaiola

Perché mentre Appendino ha moltiplicato i video, sotto i video si è aperto un altro spettacolo. Prendiamo quello sull’industria. L’ex sindaca attacca: «Da mesi giro l’Italia», racconta di fabbriche in crisi, cassa integrazione, aziende che chiudono, famiglie in difficoltà. Poi l’escalation: «Basta propaganda, basta favole», fino all’accusa al Governo di aver accompagnato l’industria italiana «al declino mentre si applaudivano da soli».

Sotto, però, anziché il popolo plaudente compare una imponente sassaiola virtuale. «Raccontaci del disastro quando voi eravate al governo», scrive un utente. Un altro concede qualcosa, ma è forse ancora più feroce: «Appendino la diagnosi è giusta, ma per la terapia non mi affiderei a te, non ne hai le competenze». C’è chi annuncia sarcasticamente «la nuova influencer social M5s» e chi saluta l’«agiteshion in concerto», ricordandole Torino.

Naturalmente ci sono anche i sostenitori, alcuni molto combattivi, che interpretano proprio la quantità degli attacchi come la prova che Appendino stia colpendo nel segno. Ma basta scorrere il materiale per accorgersi di quanto spesso il messaggio che l’ex sindaca vuole imporre venga soppiantato dalla contestazione. Il capolavoro involontario arriva sotto quel «Da mesi giro l’Italia». Un commentatore replica: «Gira gira l’Italia e noi paghiamo». Più che engagement, talvolta pare autoflagellazione.

Più grillina di Conte

Sarebbe però un errore liquidare tutto come una semplice deriva social. Perché dietro questa Appendino con l’elmetto sembra esserci una strategia politica assai più razionale di quanto suggeriscano le urla.

Guardiamo i temi scelti nelle ultime settimane. Fabbriche e cassa integrazione. Salario minimo e lavoro povero. Extraprofitti di banche, petrolieri e colossi energetici. Accise e caro benzina. Attacco al riarmo contrapposto alla spesa per sanità, scuola e sicurezza.

Sempre la stessa costruzione: il popolo contro i potenti, gli italiani contro le élite economiche, i lavoratori contro chi li sfrutta, i bisogni sociali contro le armi. E sempre lo stesso linguaggio: «Basta propaganda», «prima gli italiani», «presa in giro», il Governo «ha scelto da che parte stare», i giovani sfruttati, i colossi protetti. Non è semplicemente opposizione alla Meloni. È un tentativo abbastanza evidente di occupare il territorio del grillismo delle origini, quello che Giuseppe Conte ha progressivamente addomesticato nella costruzione del campo largo. Ed è proprio in tale luce che va letto il tormentato rapporto tra i due.

Il rebus di Giuseppi

Appendino si è dimessa da vicepresidente del Movimento dopo aver contestato apertamente la subalternità al Pd. Presunta, visto che secondo molti sta avvenendo proprio il contrario. A Torino non ha mai nascosto l’ostilità verso un’alleanza organica con i dem. Sulla Tav dopo aver annacquato la protesta negli anni in cui sedeva a Palazzo civico ha ripreso l’antico vessillo del treno crociato.

C’è poi un elemento che cambia completamente la partita rispetto a qualche mese fa. Il limite dei due mandati non esiste più, dopo la modifica delle regole interne. E la condanna definitiva di Appendino per piazza San Carlo riguarda reati colposi: non costituisce l’automatismo che potrebbe consentire di risolvere burocraticamente la questione della sua candidatura.

Insomma, non c’è più una regola dietro la quale nascondersi. Se Conte volesse tenerla fuori dalle prossime liste – come i beninformati assicurano voglia fare – dovrebbe assumersi una decisione politica. Ed è precisamente questa decisione che Appendino sembra rendere ogni giorno più difficile. Perché cacciare una parlamentare silenziosa è semplice. Far fuori quella che nel frattempo si è accreditata davanti all’elettorato come la più grillina dei grillini, quella delle fabbriche, degli extraprofitti, della benzina, dei salari, contro le armi e contro l’abbraccio mortale con il Pd, sarebbe tutt’altra faccenda.

Diventerebbe immediatamente la martire. L’epurata. La vittima della purga contiana contro il dissenso interno. E potrebbe sostenere che proprio mentre lei cercava di riportare il Movimento alle origini, Conte l’ha eliminata per completarne la normalizzazione.

Accendere il rogo

È questa la chiave della nuova Appendino. Più alza la voce contro Meloni, più parla anche a Conte. Più radicalizza la propria comunicazione, più aumenta il costo politico di una sua eventuale esclusione. E soprattutto evita accuratamente l’errore di dichiarare guerra al capo. Non deve farlo. Le basta presentarsi come l’interprete più pura della causa. Se poi qualcuno decidesse di farla fuori, sarebbe lui a dover spiegare perché.

Così, dieci anni dopo, Giovanna d’Arco ha rimesso l’armatura. La tota di Cit Turin si è fatta amazzone, la rassicurante bocconiana prestata alla politica è diventata una pasionaria da cancello della fabbrica, una giacobina da reel, sveglia in mano e indice puntato.

Nel 2016 Fassino la prese in giro e sappiamo come finì. Conte, che certamente fiuto politico da vendere e da pendere, ha un problema diverso: se la lascia fare, Appendino cresce come coscienza inquieta del Movimento; se prova a spegnerla, rischia di essere proprio lui ad accendere il rogo. E sui social, nel frattempo, la legna non manca.

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