Intramoenia, "sconto" da 12 milioni sul groppone della Città della Salute
Stefano Rizzi 11:51 Giovedì 27 Agosto 2026Per anni inapplicato o ridotto arbitrariamente dalle parcelle il Fondo di perequazione. I soldi non incassati sarebbero serviti per migliorare i servizi. Chiesto un parere pro veritate per definire giuridicamente il "buco". Le carte nell'inchiesta della Procura
Un fantasma con le sembianze di una dozzina di milioni di euro aleggia sulla Città della Salute di Torino, destinato a concretizzarsi ben presto nell’ennesima grana di corso Bramante e, forse, anche in un nuovo capitolo dell’inchiesta della magistratura.
Per molti anni, nella più grande azienda ospedaliera del Piemonte, sarebbe stata totalmente elusa una norma dello Stato e, in alcuni casi, applicata modificando arbitrariamente le percentuali fissate per legge. Ulteriori elementi, che filtrano a fatica da un muro di riservatezza, aggravano il quadro già emerso a tratti nei mesi scorsi sulla gestione del fondo di perequazione, negli anni sui quali si è concentrata l’indagine della Procura della Repubblica, approdata al processo in corso, e probabilmente anche andando più indietro nel tempo.
Il lavoro degli advisor sui bilanci passati ha fatto emergere una situazione che, a quanto risulta, non avrebbe precedenti in Italia o, almeno, non ne sarebbero stati scoperti altri come invece è accaduto a Torino: alle parcelle dei medici che operavano in libera professione, in molti casi, non sarebbe stato applicato il 5% aggiuntivo destinato proprio a quel fondo, che a sua volta deve servire a compensare i medici e il personale sanitario che non esercitano l’intramoenia. In altre circostanze, anziché rispettare la percentuale fissata per legge, questa sarebbe stata ridotta, violando la stessa norma.
In attesa del parere legale
Tutto questo avrebbe provocato un mancato introito nel fondo che deve ancora essere definito con matematica certezza, ma che sarebbe appunto attorno ai 12 milioni di euro – già più di quanto riportato la scorsa primavera dallo Spiffero, quando il lavoro dei consulenti era poco più che agli inizi – cifra sulla quale si è aperta una complicata questione amministrativa e contabile.
Tant’è che, per capire come considerare quel denaro non richiesto – o richiesto in misura inferiore al dovuto – ai pazienti e quindi mai entrato ad alimentare il fondo, ma anche, come si vedrà, sottratto alle risorse che l’azienda ospedaliera avrebbe potuto impiegare in vari modi, l’azienda diretta da Livio Tranchida ha chiesto un parere pro veritate a un importante studio legale della Capitale, atteso a giorni.
Da quel parere si capirà se e come inserire quell’ulteriore “buco” nel bilancio 2025, di fatto già chiuso, o, più probabilmente, in quello dell’anno in corso. Ma non è soltanto una questione di bilanci, per quanto l’aspetto contabile sia tutt’altro che secondario.
Un sistema consolidato
Per comprendere gli effetti che la pratica applicata per anni – a dir poco discutibile – possa aver prodotto anche sul funzionamento dell’azienda ospedaliera e, di conseguenza, sui pazienti, occorre ricordare un aspetto importante del fondo: il denaro derivante dal 5% applicato alle visite a pagamento deve essere redistribuito al personale sanitario che non esercita la libera professione, entro un limite fissato dagli accordi con i sindacati. Quanto avanza può essere utilizzato dall’azienda ospedaliera per acquistare attrezzature e finanziare altri interventi volti a migliorare il servizio per i pazienti. In corso Bramante, però, non è mai avanzato nulla, anche perché le trattenute o non venivano effettuate oppure erano ridotte rispetto a quanto stabilito dalla norma.
Resta da capire per quale ragione. Sulle visite e sulle altre prestazioni in intramoenia della Città della Salute – effettuate, nella stragrande maggioranza dei casi, in strutture private esterne – ai pazienti non veniva applicata la maggiorazione del 5% oppure veniva applicata in misura inferiore. Perché? E soprattutto, chi lo aveva deciso?
Una risposta certa non c’è, così come non c’è alla domanda su chi abbia deciso di adottare questa pratica in violazione delle regole. L’ipotesi di uno “sconto” per rendere più appetibile o meno gravoso il ricorso alle visite a pagamento – spesso, ormai da tempo, unica alternativa alle lunghe liste d’attesa – resta, al momento, soltanto un’ipotesi.
Certo è che praticare una riduzione del prezzo tagliando quella trattenuta, anziché intervenire sull’onorario del medico o sui costi della struttura privata, è facile intuire come possa essere stato considerato più conveniente. Non certo per le casse pubbliche e, in questo caso, per quelle della Città della Salute.
Tra le questioni da chiarire c’è anche quella di un’eventuale richiesta di recupero del mancato introito: a chi rivolgerla e, soprattutto, se sia ancora possibile avanzarla a fronte di una probabile prescrizione dei termini. Anche questo dipenderà dal parere pro veritate. Fin da ora, tuttavia, si può certamente escludere dalla platea di coloro che potrebbero essere chiamati a rispondere del mancato o parziale incasso della quota destinata al fondo chi ha pagato il conto senza sapere che cosa vi fosse – o non vi fosse – compreso: ovvero i pazienti.
Una platea vasta
Una pratica, dunque, “pesata” in maniera tale da alimentare il fondo quanto bastava per poter erogare le perequazioni a tutto il personale, spingendosi fino a quello amministrativo, senza però garantire all’azienda quel surplus che sarebbe stato più che utile – visti i bilanci in rosso che segnano da tempo immemore corso Bramante – magari per acquistare un’attrezzatura senza gravare ulteriormente sui conti.
Resta inoltre da appurare se, in qualche occasione, quel fondo alimentato in maniera così ridotta non sia risultato sufficiente a compensare una platea sempre più vasta e, dunque, se dalle casse dell’azienda sia uscito denaro che avrebbe dovuto arrivare da un’altra fonte.
Come avevamo già scritto mesi fa, dagli accertamenti sarebbe emerso che la perequazione non sarebbe andata soltanto ai medici che, per varie ragioni, non esercitavano la libera professione o riuscivano a farlo in misura ridotta. Le somme sarebbero state incassate anche da dirigenti di settori non strettamente sanitari: dall’Urp all’Economato, dall’amministrazione agli Affari legali, fino al recupero crediti.
Insomma, mentre si distribuiva denaro anche a chi forse non ne aveva diritto, si faceva lo sconto agli ignari pazienti a spese dell’azienda, privandola di una boccata d’ossigeno che, negli anni, è arrivata a valere una dozzina di milioni di euro. E forse anche di più.


