Toto-vescovo, Busca perde quota: per Novara spunta Falabretti
Eusebio Episcopo 07:00 Domenica 30 Agosto 2026Il direttore della Pastorale giovanile Cei entra nella rosa per la successione a Brambilla, mentre tra il clero cresce l'insofferenza per la lunga attesa. Intanto a Bra, nel santuario che fu di don Boarino, si raduna il cucuzzaro dei suoi eredi, Repole compreso
Don Michele Falabretti, classe 1968, del clero di Bergamo, è il direttore del Servizio Nazionale per la Pastorale Giovanile della Cei e il suo è l’ultimo nome che circola come nuovo vescovo di Novara, adesso che, secondo alcuni, sarebbe tramontata l’ipotesi della traslazione sulla cattedra di San Gaudenzio del vescovo di Mantova, monsignor Marco Busca, candidato dell’asse Zuppi-Repole-Pompili, che ha l’obiettivo di portare l’arcivescovo di Torino, Roberto Repole, alla presidenza della Conferenza episcopale italiana.
A Novara il clero vive un’attesa fatta di insofferenza e stanchezza per lo stagnante finale dell’episcopato di Giulio Franco Brambilla, che ha deluso molti e si è rivelato, alla fine, al di sotto delle promesse e delle aspettative di quando arrivò, nel 2012. Il suo è un tramonto assai triste e non è un mistero che sia stato più obbedito che amato dai preti, i quali adesso attendono la successione – qualunque essa sia – come una liberazione.
Festa nel segno di don Boarino
Dopo Nichelino, Savigliano e il Lingotto, l’ultimo incarico ricoperto da don Sergio Boarino (1942-2018) fu quello di rettore della Madonna dei Fiori a Bra, sua città natale, dove si era ritirato e dove si spense. Il santuario era diventato la meta dei frequenti e regolari pellegrinaggi delle sue creature, che si recavano dal loro ex rettore per trarne conforto e consiglio. Il santuario, che dal 2017 ha la facciata e il pronao decorati dai mosaici dell’ex gesuita Marco Ivan Rupnik, era diventato la meta dei frequenti e regolari pellegrinaggi delle creature di don Sergio, che si recavano dal loro ex rettore per trarne conforto e consiglio. Sono gli stessi mosaici che decorano anche il santuario di Lourdes e che, per ordine diretto di Leone XIV, sono stati rimossi.
Ben prima di San Lorenzo, la città del Roero è quindi da sempre una roccaforte boariniana, alla quale presiedono i fratelli Gilberto e Giorgio Garrone (quest’ultimo, dal 2023, ascoltatissimo e influentissimo rettore del seminario) e dove pare funzionasse persino un seminario in miniatura. Diciamo che, se la Grugliasco di don Paolo Resegotti ne è il prototipo metropolitano, le parrocchie di Bra dei fratelli Garrone rappresentano per l’alleanza psico-affettiva il modello provinciale, avendo anche il compito di custodire la memoria di don Sergio.
Quest’anno la tradizionale novena in preparazione alla festa della Madonna dei Fiori avrà un’impronta tutta sociologica (e boariniana) perché, come ormai è costume anche in altri santuari, non si tratterà soltanto di Messe, preghiere e rosari – che pure ci sono –, ma di veri e propri dibattiti che tenteranno di dare una risposta al più arduo dei quesiti: «Chiesa, dove vai?». Domanda intorno alla quale si cimenterà nientemeno che il vescovo di Cuneo, monsignor Piero Delbosco, che potrà così illustrare – quasi in corpore vili – la splendida opportunità che egli ha offerto alla sua diocesi con il drastico ridimensionamento delle parrocchie. Gli eminenti boariniani don Paolo Tomatis e don Gigi Coello tratteranno, rispettivamente, della necessità di non difendere la Chiesa e della fraternità, mentre padre Gianfranco Testa parlerà dell’abbandono della cristianità a favore del Vangelo.
Non poteva poi mancare – dulcis in fundo – la parola di Elisa Cagnazzo, figlia della virgo plus quam potens, madre Anna Bissi, e che oggi collabora in scriptis con il vescovo di Asti, monsignor Marco Prastaro. Il più illustre dei figli di don Sergio, il cardinale Repole, chiuderà i festeggiamenti e presiederà la processione, lasciando però il compito di ricordare la figura del mitico don Sergio (del quale manca ancora un’agiografia, che però speriamo sia prossima) a monsignor Derio Olivero. Con i boariniani lui c’entra perché i seminaristi di Bra venivano mandati a studiare nell’Istituto teologico della sua Fossano.
Un tempo, nella tradizione cattolica, Maria Santissima era il baluardo contro le eresie – cunctas haereses sola interemisti –, ma recentemente ci sono stati vescovi che hanno invitato i cristiani a «sognare eresie» e a metterle in pratica. A Bra non si arriverà a tanto, ma la Madonna può ancora essere oggi efficacemente invocata affinché preservi la Chiesa, di cui è Madre, dall’ideologia che, per certi versi, è molto peggio dell’eresia.
Abusi e tolleranza
Mercoledì scorso, nell’ultima catechesi dedicata alla liturgia, papa Leone XIV ha richiamato vescovi e sacerdoti alla responsabilità di custodire celebrazioni fedeli alle norme e ha stigmatizzato gli abusi che «purtroppo talora ancor oggi si verificano». Non possiamo che essere compiaciuti della constatazione e – quali modesti osservatori di cose liturgiche – non possiamo fare a meno di segnalare un abuso verificatosi nel tardo pomeriggio di sabato 22 agosto durante la Messa celebrata al porto di Rimini proprio dallo stesso pontefice, in occasione della sua visita pastorale nella Repubblica di San Marino.
Nonostante la presenza di qualche centinaio di sacerdoti e diaconi – nonché di qualche cardinale e vescovo –, una donna, che si spera fosse almeno ministro straordinario (ma poteva essere anche un uomo), vestita con il camicione, ha distribuito la Santa Comunione a un ragazzino a torso nudo, prelevando a piene mani le Ostie consacrate da una bacinella da cucina. Quanto è avvenuto è palesemente contro l’Istruzione Redemptionis Sacramentum del 2004 (n. 157), che vieta la distribuzione della Comunione da parte dei laici in presenza di sacerdoti.
Mentre oggi i vescovi fanno rispettare in modo stringente il motu proprio Traditionis Custodes, che proibisce la Messa antica, Redemptionis Sacramentum fu un documento non solo disapplicato, ma completamente e volutamente ignorato. E infatti nessuno mai lo menziona. A Torino, poi, tamquam non esset, tanto che, come si disse, l’allora vescovo ausiliare ne proibì la pubblicazione e il commento sul settimanale diocesano. Erano i tempi di san Giovanni Paolo II e del cardinale Joseph Ratzinger e ogni pronunciamento romano veniva sistematicamente boicottato, perché vigeva a tutti i livelli un magistero parallelo promosso da vescovi e teologi.
Tutti sanno benissimo che nei seminari e nelle facoltà teologiche si insegna la creatività, che è poi l’anticamera dell’abuso. In uno dei manuali più in uso si legge, a proposito delle norme liturgiche, che esse «non possiedono carattere giuridico» perché contengono una teologia adattabile e interpretabile e quindi «si deve essere aperti a celebrazioni creative, vive, trasformanti». Con questi principi, ogni abuso non solo è tollerato, ma incentivato e promosso. Per questo il giusto richiamo del Santo Padre rimarrà inascoltato e le sue parole faranno la fine di Redemptionis Sacramentum, che infatti non viene mai citata, mentre coloro che lo fanno vengono accusati di tradizionalismo.
Liturgia creativa
Ma quello successo a Rimini è ancora nulla. Nel monastero di Suesa, in Cantabria, diocesi di Santander, la comunità delle monache trinitarie circonda l’altare con le mani tese durante la preghiera eucaristica, nel gesto epicletico riservato al sacerdote, mentre il celebrante altera le parole della consacrazione e cambia il comando di Cristo – «Fate questo in memoria di me» – con la formula: «Fate questo per ricordare che io sono in mezzo a voi come colui che serve», spostando il memoriale sacrificale dell’Eucaristia verso una lettura puramente diaconale e comunitaria.
Non è un dettaglio, perché il comando della commemorazione è precisamente il fondamento del sacerdozio ministeriale del sacrificio. Da anni la stessa comunità teorizza e pratica tale tipo di celebrazione, con l’avallo del vescovo che, invece di vigilare come sarebbe suo dovere, tace. Se qualcuno pensa sia un’eccezione o un caso isolato, si sbaglia, perché da anni l’Istituto di Teologia Pastorale di Bilbao offre corsi in cui l’obiettivo dichiarato è che le comunità possano «essere creative ed esplorare i limiti del canone liturgico» e nei quali si formano «circonferenze aperte senza spazi gerarchizzati con l’uso di un linguaggio inclusivo», invitando «ad osare altri gesti e altri simboli come la danza contemplativa».
Siamo al Mistero di Cristo degradato a uno spettacolo allestito dal basso. A fronte di questa deriva, l’accorato richiamo del Santo Padre ha, con tutto il rispetto e salva reverentia, il sapore ironico di quel Vaste programme! che il generale Charles de Gaulle diede come risposta al contestatore che, durante un comizio, lo interruppe gridando: Mort aux cons! (“Morte agli imbecilli!”).


