LE REGOLE DEL GIOCO

Legge elettorale all'ultima curva, tra imboscate e mal di pancia

Mille emendamenti attendono il testo domani al Senato, mentre Lega e Forza Italia mugugnano su preferenze e collegi. Giorgis (Pd) denuncia la "camicia di forza" imposta da Meloni ai suoi alleati. Poi il ritorno alla Camera, dove si teme il fuoco amico

L’ultima curva si avvicina, con il rischio di cadere proprio sul più bello. La prossima settimana la legge elettorale, già approvata in prima lettura alla Camera, passa al Senato. Il calendario è blindato e il centrodestra vuole chiudere in fretta il dossier, in modo da potersi concentrare sull’ultima finanziaria prima delle elezioni. Ma le insidie non mancano e buona parte di esse proviene dall’interno della stessa coalizione.

Tra nodo preferenze e lodo La Russa, malpancismo dei leghisti, incognita ballottaggio e possibile intervento della Consulta, la premier Giorgia Meloni (che tra qualche giorno batterà il record di Silvio Berlusconi per longevità di governo) non può ancora dirsi tranquilla: inizia a intravedere il traguardo, ma la strada per raggiungerlo è tutt’altro che spianata.

Il calendario

Niente vacanze prolungate per i senatori. La fine di agosto impone il ritorno in fretta e furia a Palazzo Madama, dove l’iter della riforma elettorale si rimette in moto martedì 1° settembre. A mezzogiorno scadono i termini per la presentazione degli emendamenti e già qui si registra una prima anomalia, visto che gli stessi varranno sia per la Commissione sia per l’Aula: un modo per i promotori di circoscrivere il più possibile il perimetro della discussione ed evitare incidenti di percorso, ma che potrebbe rivelarsi un boomerang, non essendo più possibile intervenire in corso d’opera.

Alle 19 dello stesso giorno arriva la prima convocazione, introdotta dagli interventi della ministra per le Riforme Maria Elisabetta Casellati e del relatore Andrea De Priamo (FdI), presidente della commissione Affari costituzionali. Seguono tre giorni di sedute no stop: mercoledì, giovedì e venerdì convocazioni diurne, pomeridiane e notturne. La settimana si chiuderà con la seduta di sabato mattina, per poi riprendere, sempre a tappe forzate, lunedì 7 e martedì 8 settembre, con l’obiettivo di portare il testo in Aula già mercoledì 9. Il voto finale è previsto per il 15.

Le opposizioni si preparano alla battaglia con circa un migliaio di emendamenti e un pacchetto unitario che dovrebbe andare da Italia Viva ad Avs. Non soltanto quantità: tra le proposte ci saranno il superamento delle liste bloccate attraverso collegi o preferenze vere e la cancellazione dell’obbligo di indicare il candidato premier, considerato dal centrosinistra una forzatura della forma di governo parlamentare.

Giorgis e la camicia di forza

L’ostruzionismo ci sarà, ma non sarà necessariamente finalizzato a bloccare i lavori. L’obiettivo è piuttosto rallentarli quel tanto che basta per far richiamare il testo in Aula senza aver completato l’esame in Commissione. In questo modo gli emendamenti di merito, come quello sulle preferenze, non potrebbero essere riformulati e dovrebbero essere ripresentati ex novo dal governo.

Una manovra meramente tattica, che punta però a mettere in evidenza i nervi scoperti della maggioranza. Andrea Giorgis, senatore torinese del Pd, definisce la coincidenza dei termini per gli emendamenti in Commissione e in Aula una «camicia di forza» imposta dalla maggioranza ai suoi stessi alleati e sottolinea come una scelta del genere non abbia precedenti in questa legislatura. Il centrodestra vuole che tutti scoprano subito le proprie carte. Proprio perché teme che qualcuno possa cambiarle durante la partita.

Non solo preferenze

Non c’è infatti soltanto l’emendamento sulla reintroduzione delle preferenze – tre su un elenco di sei candidati, ma con i capilista comunque bloccati – a far storcere il naso a molti parlamentari dei partiti di centrodestra, Lega e Forza Italia in primis. L’intesa di massima era stata raggiunta prima della pausa estiva e questa volta, a differenza di quanto accaduto alla Camera, la proposta dovrebbe essere sottoscritta da tutte le forze della coalizione. Resta ancora da mettere a punto il meccanismo per garantire l’alternanza di genere.

Ma è l’impianto complessivo a non convincere affatto più di qualcuno. Sul tavolo c’è anche la possibile correzione della norma introdotta a Montecitorio che prevede, fatta eccezione per il miglior perdente della coalizione, di non conteggiare nella cifra elettorale nazionale i voti delle liste rimaste sotto il 3%. Anche su questo gli sherpa del centrodestra torneranno a confrontarsi alla vigilia della scadenza degli emendamenti.

All’interno del Carroccio sono poi ben consapevoli che l’eliminazione dei collegi uninominali rischia di trasformarsi in un’autentica catastrofe elettorale per un partito in piena emorragia di consensi – gli ultimi sondaggi lo danno sotto il 5% – e nel quale la leadership di Matteo Salvini è sempre più messa in discussione. Per la componente nordista significa soprattutto perdere quei collegi blindati al Nord dove il radicamento territoriale ha finora rappresentato una sorta di polizza sulla rielezione. La fronda potrebbe cogliere proprio questa occasione per lanciare l’ennesimo segnale di insofferenza nei confronti del segretario.

Il premio incerto

A questo si aggiunge il fatto che il premio di maggioranza, ribattezzato “premio di governabilità” – inizialmente previsto al 40%, poi alzato al 42% – non è più così scontato da conquistare. Era questo il patto implicito di Meloni con i suoi alleati: lo Stabilicum forse vi svantaggia, ma se torniamo a votare con il Rosatellum si perde di sicuro.

La crescita di Roberto Vannacci e del suo partito Futuro Nazionale ha cambiato sensibilmente lo scenario. Se nessuna coalizione raggiungesse il 42%, infatti, il premio non scatterebbe e si procederebbe alla ripartizione proporzionale dei seggi. Un’eventualità diventata assai meno teorica rispetto a qualche mese fa e che ha riaperto, almeno nella discussione interna al centrodestra, il dossier ballottaggio.

Il secondo turno era previsto nella prima versione della riforma, salvo poi essere cancellato dal “Bignami 2”. A rilanciarlo è stato Marcello Pera, senatore di Fratelli d’Italia ed ex presidente di Palazzo Madama, secondo il quale senza un correttivo «si rischia la palude». La sua proposta prevede un secondo turno qualora nessuno superi il 48% e almeno due coalizioni raggiungano il 38%, senza possibilità di apparentamenti diversi da quelli del primo turno. Per ora FdI esclude di ripristinare il ballottaggio, ma il semplice fatto che se ne torni a discutere dà la misura di quanto siano cambiati i calcoli rispetto a prima dell’estate.

Ed è proprio su queste inquietudini che contano le opposizioni. Al Nazareno si guarda soprattutto a due possibili sponde. La prima è la componente nordista della Lega, la seconda è quella parte di Forza Italia meno incline ad accettare diktat centralizzati e una linea percepita come troppo schiacciata su Palazzo Chigi, più sensibile alla difesa dell’autonomia del partito e degli equilibri parlamentari. La speranza dei dem, in sostanza, è che le crepe nelle leadership di Salvini e Antonio Tajani finiscano per presentare il conto a Meloni.

Scherzetto a Montecitorio

Il momento più delicato non sarà però necessariamente al Senato, bensì alla Camera, quando il testo modificato dovrà tornare per l’approvazione definitiva. Arriverà con l’obiettivo politico di non toccare più nulla e, per evitare intoppi, il governo potrebbe ricorrere alla fiducia, ben consapevole che nessuno ha intenzione di far cadere la legislatura in una fase così delicata. Quindi Meloni e i suoi possono stare tranquilli? Non proprio.

A Montecitorio, infatti, il voto sulla fiducia non esaurisce quello sul provvedimento. Resta così in piedi l’ipotesi che il governo incassi la prima, ma che la legge venga poi impallinata nel voto finale. A quel punto il provvedimento sarebbe bocciato e diventerebbe assai improbabile che nel 2027 si voti con un sistema diverso dal vecchio Rosatellum.

Le probabilità che questo accada restano basse: non costituirebbe formalmente una sfiducia al governo, ma rappresenterebbe un segnale politico devastante, tale da rendere difficilmente immaginabile che la premier possa far finta di nulla. Ma improbabile, specie in politica e soprattutto in quella italiana, non significa affatto impossibile.

Il fronte della Consulta

C’è poi un ulteriore elemento a frapporsi tra lo Stabilicum e la sua concreta applicazione, questa volta fuori dal Parlamento. Non è vero, come talvolta si tende a semplificare, che una volta promulgata la nuova legge elettorale questa debba automaticamente passare al vaglio preventivo della Corte costituzionale. Un controllo di questo genere nel nostro ordinamento non esiste.

Ciò non significa, però, che la Consulta sia fuori dalla partita. Proprio i precedenti delle leggi elettorali hanno aperto una strada particolare: un cittadino può agire davanti a un giudice per chiedere l’accertamento della pienezza costituzionale del proprio diritto di voto e, qualora il giudice ritenga la questione rilevante e non manifestamente infondata, rimetterla alla Corte costituzionale. È già accaduto con l’Italicum e la stessa Consulta ha riconosciuto che, per una legge elettorale politica, non è indispensabile attendere che sia stata materialmente utilizzata alle urne perché possa sorgere una questione di legittimità costituzionale.

È dunque tutt’altro che peregrino immaginare che, una volta entrato in vigore lo Stabilicum, qualcuno percorra rapidamente la stessa strada, mettendo nel mirino soprattutto i punti costituzionalmente più sensibili della riforma. Non ci sarebbe alcun automatismo e neppure la certezza che un ricorso arrivi in tempo davanti alla Consulta. Ma l’eventuale apertura di un giudizio a ridosso delle elezioni aggiungerebbe un’incognita politica e istituzionale non trascurabile.

A quel punto il problema diventerebbe soprattutto quello dei tempi. Con una legge nuova ancora sottoposta a contestazioni di costituzionalità, l’ipotesi di sciogliere anticipatamente le Camere per votare già in primavera diventerebbe politicamente assai più complicata. Non perché il presidente della Repubblica sia giuridicamente obbligato ad attendere una sentenza della Consulta, ma perché mandare il Paese alle urne con un sistema elettorale sul quale pende una questione di legittimità costituzionale aprirebbe uno scenario estremamente delicato.

La fretta di Meloni

Ed è anche per ridurre al minimo questo rischio che Meloni ha interesse a chiudere la partita il prima possibile. Più tardi entrerà in vigore la nuova legge, più stretta diventerà la finestra per un eventuale voto anticipato in primavera. E più concreta tornerà l’alternativa che Salvini continua a preferire: arrivare alla scadenza naturale della legislatura e votare a settembre-ottobre.

In teoria, dunque, manca poco all’approvazione della nuova legge elettorale. In pratica, tra preferenze, malumori nella maggioranza, incognita del 42%, tentazioni di ballottaggio, terza lettura alla Camera e possibile fronte giudiziario, prima di vedere lo Stabilicum stampato sulle schede elettorali resta ancora più di un ostacolo da superare.

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