INCHIESTA

Cremazioni senza gara da 12 anni, al Comune appena 2.500 euro

Il monopolio di Socrem a Torino sopravvive alle amministrazioni e intanto incrementa il business. Lo Russo era assessore quando il Comune decise di mettervi fine, oggi è sindaco: nel frattempo è cambiata la sua poltrona, non il sistema. Come mai?

Da quasi dodici anni Torino ha deciso che così non può continuare. E da quasi dodici anni continua esattamente così. Socrem gestisce il servizio pubblico di cremazione in regime di esclusiva, la gara deliberata dal Consiglio comunale nel dicembre 2014 non è mai arrivata all’aggiudicazione e nelle casse di Palazzo Civico entra ancora un canone di appena 2.500 euro l’anno. Una cifra che già nel 2007 lo stesso Comune definiva, senza infingimenti, «simbolica».

Nel frattempo, la cremazione è diventata un’attività dalle dimensioni economiche tutt’altro che simboliche. Nel solo 2024 a Torino sono state effettuate 5.010 cremazioni di cadaveri e 1.260 di resti mortali, oltre a 129 parti anatomiche riconoscibili. Le tariffe indicate dalla ricognizione comunale sono rispettivamente di 599,23 e 479,38 euro più Iva. Numeri che danno la misura di un servizio che muove milioni di euro ogni anno.

Non significa, naturalmente, che quei milioni siano solo profitti: Socrem sostiene personale, energia, manutenzioni e investimenti e il Comune stesso giudica positivamente la qualità tecnica del servizio. Ma rende inevitabile una domanda: come può un canone nato quasi vent’anni fa come “simbolico” essere ancora di 2.500 euro mentre il servizio ha assunto queste dimensioni?

È soltanto il primo interrogativo di una vicenda nella quale, a mettere in fila delibere, contratti, sentenze e atti dello stesso Comune, le domande diventano molte.

La gara fantasma

Il punto non è la Socrem e neppure la qualità del servizio che presta. Il punto è Palazzo Civico. Perché è il Comune ad avere deciso di superare l’attuale assetto ed è sempre il Comune che, quasi dodici anni dopo, non è riuscito a sostituirlo.

La situazione attuale affonda le radici nel contratto del 2007, quando la prosecuzione del servizio viene affidata a Socrem per tre anni, fino alla fine del 2009. Ma alla scadenza non arriva un nuovo affidamento. Nel dicembre 2010 la Giunta proroga ancora il rapporto alle condizioni del precedente contratto e, come ricostruirà lo stesso Comune nell’atto del 2014, questa volta «senza fissazione di termine finale». Una formula che, riletta oggi, suona quasi profetica.

E non perché il problema sia stato scoperto ieri. Già nel 2014 il Comune aveva stabilito che quel regime di esclusiva doveva terminare. Dopo l’intervento dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, il 22 dicembre il Consiglio comunale approvò una deliberazione che prevedeva una procedura pubblica ventennale per individuare il nuovo gestore e la revoca delle concessioni Socrem dal momento del subentro dell’aggiudicatario. A quest’ultimo sarebbe spettato anche riconoscere a Socrem il valore dovuto per strutture e impianti. Socrem avrebbe continuato nel frattempo a garantire il servizio, per assicurarne la continuità fino all’arrivo del nuovo gestore. Il “frattempo” dura ancora oggi.

E ancora nella ricognizione comunale relativa al 2024 la scadenza dell’affidamento viene indicata con una formula che dice praticamente tutto: «sino a espletamento di procedure di nuovo affidamento del servizio».

Ed è qui che la vicenda smette di essere la storia di una gara complicata e diventa la storia di una decisione pubblica rimasta sospesa per quasi dodici anni: il Comune ha stabilito di superare il regime di esclusiva, ha previsto come farlo e ha consentito al vecchio gestore di proseguire soltanto fino al subentro del nuovo. Il nuovo non è mai arrivato. Il vecchio non se n’è mai andato.

Dal Comune critiche al suo stesso sistema

A rendere ancora più imbarazzante la vicenda sono le parole utilizzate allora dallo stesso Palazzo Civico. Negli atti preparatori del 2014 non si contestava l’efficienza della Socrem, anzi ne venivano riconosciute storia e capacità gestionale. Ma si metteva in discussione proprio il regime di esclusiva.

Il Comune rilevava come le tariffe si fossero mantenute attorno ai massimi consentiti e osservava che le economie rese possibili dalla gestione monopolistica non erano state utilizzate né per ridurre i prezzi a carico dei cittadini né per incrementare il canone versato all’amministrazione. Un canone giudicato già allora poco più che simbolico. Non sono accuse formulate oggi da qualche oppositore della Socrem. Sono le ragioni con le quali, oltre un decennio fa, Torino motivava la necessità di cambiare sistema. Eppure il sistema è ancora quello.

Lo Russo c’era già

Per capire come si sia arrivati fin qui bisogna tornare a quella battaglia politica del 2014. A portare formalmente in Sala Rossa la vicenda fu Michele Curto, allora consigliere di Sel. Aveva messo nel mirino l’esclusiva Socrem e ipotizzato anche un coinvolgimento diretto di AFC, la società interamente controllata dal Comune che già gestiva i servizi cimiteriali.

L’assessore competente era Stefano Lo Russo, oggi sindaco. Palazzo Civico interpellò l’Antitrust e il responso fu inequivocabile sul punto fondamentale: la cremazione è un servizio pubblico locale di rilevanza economica e il suo affidamento doveva essere ricondotto alle modalità previste dalla normativa. Le strade possibili erano diverse: gara, società mista con socio privato individuato attraverso una procedura competitiva oppure affidamento in house. Torino scelse la gara.

Anche il problema più delicato, quello della proprietà degli impianti realizzati da Socrem, non venne considerato dall’Antitrust un ostacolo insuperabile: l’eventuale valore non ancora ammortizzato avrebbe potuto essere riconosciuto al gestore uscente e posto a carico del subentrante. Insomma, il problema era noto, la soluzione era stata individuata e il Consiglio aveva deliberato. Poi comincia la grande attesa.

Appendino promette poi aspetta

Quella sera in Consiglio comunale c’era anche Chiara Appendino. Dai banchi del Movimento 5 Stelle annunciò il voto favorevole invitando l’aula ad avere «un po’ di coraggio» su una questione troppo a lungo elusa. Due anni dopo sarebbe diventata sindaca. E il problema sarebbe finito sulla sua scrivania.

Durante l’amministrazione grillina qualcosa effettivamente si muove. Nel 2020 la Giunta torna formalmente sulla decisione del 2014. Non la considera superata, anzi: ribadisce la scelta della gara e la collega alla necessità di garantire maggiore concorrenza e tariffe più accessibili. C’è però un ostacolo da sciogliere: bisogna determinare quanto valgano immobili e impianti, quali investimenti siano stati ammortizzati e quanto spetterebbe eventualmente a Socrem nel momento del subentro.

Il Comune decide così di ricorrere a un advisor indipendente. Nel 2021 l’incarico viene affidato a Patrigest Spa, società del gruppo Gabetti. Il mandato (successivamente prorogato fino al 31 dicembre 2022) è preciso: valutare immobili e impianti utilizzati per il servizio, determinarne il valore patrimoniale e industriale, quantificare il rimborso che il futuro gestore avrebbe dovuto riconoscere a Socrem e supportare Palazzo Civico nella predisposizione del piano economico-finanziario necessario al nuovo affidamento.

Un passaggio tutt’altro che formale, dunque, perché doveva servire proprio a sciogliere uno dei nodi che fino a quel momento avevano frenato la gara: stabilire quanto valessero gli impianti e quanto dovesse essere riconosciuto a Socrem al momento del subentro.

Ed è qui che si apre un altro buco nella vicenda. Che cosa ha prodotto concretamente quell’incarico? A quanto sono stati valutati gli impianti? Quale indennizzo è stato determinato? È stato predisposto il piano economico-finanziario? E, soprattutto, perché quel lavoro commissionato proprio per preparare il nuovo affidamento non ha ancora portato al nuovo affidamento?

Il Comune vince. Ma non cambia nulla

A complicare il percorso c'è il lungo contenzioso aperto da Socrem contro la decisione del Comune. È un elemento che non può essere ignorato. Ma neppure può diventare la spiegazione buona per qualunque ritardo.

Nel gennaio 2023 il Tar respinge il ricorso contro la delibera del 2014 e dichiara inammissibili altri due ricorsi di Socrem. Nell’aprile 2024 arriva il Consiglio di Stato, che conferma la sostanza della decisione comunale. Per Palazzo Civico è una vittoria importante: i giudici riconoscono la natura di servizio pubblico locale della cremazione e la legittimità del percorso avviato per ricondurne l’affidamento alle regole concorrenziali. Anzi, Palazzo Spada osserva che la revoca decisa nel 2014 «non poteva avere un contenuto diverso», proprio perché necessaria per procedere all’affidamento del servizio mediante gara. Socrem tenta ancora la strada della revocazione. Nel gennaio 2025 anche quel ricorso viene dichiarato inammissibile.

A quel punto la domanda diventa ancora più difficile da scansare. Se per anni il contenzioso poteva essere addotto come una delle ragioni della prudenza amministrativa, che cosa impedisce al Comune di procedere dopo avere vinto davanti al Tar, al Consiglio di Stato e anche sulla revocazione?

Dieci anni dopo, al punto di partenza

Ma è un atto dello stesso Comune a rendere ancora più difficile spiegare che cosa sia accaduto in questi anni. È la ricognizione comunale del servizio relativa al 2024. A dieci anni dalla decisione di procedere con una gara, il Comune scrive di stare ancora “valutando possibili modalità di affidamento del servizio”, contemplando anche l’opzione di affidarlo in house ad AFC.

Non siamo dunque alla conclusione della procedura decisa nel 2014. Siamo tornati a discutere quale procedura scegliere. Ed è probabilmente questo il corto circuito amministrativo più difficile da giustificare: nel 2014 il Consiglio comunale sceglie la gara; nel 2020 la Giunta incarica un advisor per prepararla; nel 2024, dopo aver vinto il contenzioso, la Città sta nuovamente valutando se fare la gara oppure ricorrere all’in house. Nel frattempo Socrem continua a fare ciò che il Comune le consente di fare.

Quel canone “simbolico” che non cresce

E continua a farlo versando 2.500 euro l’anno. La cifra risale almeno al contratto del 2007. Nel comunicato con cui Palazzo Civico annunciò allora il rinnovo veniva definita esplicitamente un “canone annuale simbolico”. Passano gli anni, cambiano i sindaci, aumenta enormemente il ricorso alla cremazione, crescono dimensioni e valore economico del servizio. Ma nella ricognizione comunale 2024, alla voce relativa ai ricavi dell’ente concedente, ricompaiono esattamente quei 2.500 euro annui.

Il confronto va fatto senza trucchi. Socrem paga dipendenti, manutenzioni, utenze, adeguamenti e investimenti e non si possono confondere ricavi con utili. Ma proprio per questo al Comune andrebbe posta una domanda elementare: quale valutazione economica dimostra che nel 2026 sia ancora congruo un canone che la stessa amministrazione definiva simbolico nel 2007?

Il precedente storico rende la questione ancora più singolare. Nel 2002 Palazzo Civico arrivò a chiedere a Socrem oltre 1,1 milioni di euro come corrispettivo concessorio. La pretesa fu impugnata e il Tar ne sospese cautelarmente la riscossione. Resta però una questione da chiarire: attraverso quali atti e valutazioni si arrivò, cinque anni più tardi, ai 2.500 euro “simbolici”?

Un’esclusiva lunga quanto la cremazione

Del resto Socrem e Torino sono legate da molto prima che esistessero Antitrust, gare europee e società in house. L’associazione nasce nel 1883, nel clima positivista e anticlericale della Torino ottocentesca. Medici, intellettuali e ambienti laici – con una significativa presenza della cultura massonica – sostengono la cremazione come battaglia scientifica e di libertà individuale in un’epoca in cui la Chiesa cattolica la combatte apertamente. Nel 1886 arriva la prima convenzione con il Comune. Poi aree cimiteriali, impianti, convenzioni e un rapporto destinato ad attraversare monarchia, fascismo, Repubblica e Seconda Repubblica.

Oggi, però, attorno a Socrem si è sviluppata una struttura economica ben più articolata dell’antica associazione cremazionista. Dalla documentazione societaria emergono partecipazioni e controllate, società attive nei servizi di cremazione e nel settore funerario, investimenti e intrecci negli organi amministrativi: Servizi per la Cremazione, Coincre, Acacia. Tutto ciò, va sottolineato, non dimostra alcuna irregolarità. Un’Aps (associazione di promozione sociale) può detenere partecipazioni e svolgere attività economiche compatibili con la propria natura.

Ma per Palazzo Civico apre un altro interrogativo. Quali verifiche sono state svolte sull’evoluzione patrimoniale e societaria del soggetto che continua a gestire il crematorio? Perché mentre il Comune non riusciva a portare a compimento il nuovo affidamento, il soggetto titolare dell’esclusiva continuava naturalmente a operare, accumulare patrimonio e sviluppare attività. Non si può certo chiedere al gestore che continua a beneficiare dell’attuale assetto di accelerarne la fine. Era Palazzo Civico, dopo aver deciso di superare il regime di esclusiva, a dover trasformare quella decisione in una gara e in un nuovo affidamento.

La vicepresidente Socrem in una partecipata

C’è poi un altro elemento che rende ancora più delicato il rapporto tra Socrem e Palazzo Civico. Alice Merletti, oggi vicepresidente dell’associazione che continua a gestire in esclusiva il servizio di cremazione, dal 2022 siede anche nel consiglio di amministrazione di Trm, la società partecipata che gestisce il termovalorizzatore torinese.

Non si tratta di un rapporto recente con Socrem. Merletti dichiara nel proprio curriculum di essere entrata nel consiglio di amministrazione dell’associazione già nel 2013 e oggi ne è vicepresidente. Nel 2025 è stata confermata nel Cda di Trm per tre esercizi sempre con decreto firmato dal sindaco Lo Russo.

Gli atti danno conto dell’acquisizione della dichiarazione sull’insussistenza di cause di inconferibilità. Non emerge dunque dai documenti esaminati alcuna incompatibilità accertata. Ma resta una questione politica di opportunità che Palazzo Civico dovrebbe spiegare. Mentre il Comune continua da anni a non portare a compimento il nuovo affidamento del servizio di cremazione, la vicepresidente del soggetto che di quell’esclusiva continua a beneficiare viene nominata nel consiglio di amministrazione di un’altra società partecipata pubblica.

Quali valutazioni sono state compiute sull’opportunità di questa sovrapposizione? E soprattutto: possibile che un rapporto tanto delicato e irrisolto tra Torino e Socrem non abbia pesato neppure nella valutazione di una nomina in una partecipata?

Da Fassino ad Appendino, e ancora Lo Russo

Ed è qui che la vicenda diventa inevitabilmente politica. La prima fase si svolge sotto Piero Fassino. Curto porta il caso in Consiglio, Lo Russo è assessore competente, arriva il parere dell’Antitrust e nel dicembre 2014 viene decisa la svolta. Poi arriva Appendino, che quella svolta l’aveva votata e invocata dai banchi dell’opposizione. Durante i suoi cinque anni la gara non arriva, anche se nel 2020 la sua Giunta compie un passo incaricando l’advisor.

Infine torna Lo Russo, questa volta da sindaco. È uno dei pochi protagonisti che conosce il dossier fin dall’inizio. E proprio durante il suo mandato il Comune ottiene le vittorie giudiziarie che rafforzano la scelta di superare il vecchio assetto. Ma neppure in questi cinque anni arriva il nuovo affidamento. Questa storia, dunque, attraversa tre amministrazioni, maggioranze politiche differenti e dodici anni di vita della città. Troppi per attribuirla a una distrazione.

Palazzo Civico adesso risponda

A questo punto la questione non è più amministrativa, ma politica. E ha un nome e un cognome: Stefano Lo Russo. Non perché sia l’unico responsabile ma perché oggi è il sindaco e soprattutto perché di questa storia conosce ogni passaggio fin dall’origine.

Dopo quasi dodici anni di atti rimasti senza conseguenze, Palazzo Civico non può continuare a comportarsi come se il tempo fosse una variabile indipendente dalle decisioni della politica. Anche non decidere è una decisione. E lasciare immutato per anni un assetto che si era stabilito di superare produce effetti economici molto concreti.

È su questi che Lo Russo deve rispondere. Non con un’altra ricognizione, un nuovo approfondimento tecnico o l’ennesima ipotesi da valutare, ma spiegando chi ha fermato il percorso, perché lo ha fermato e per quale ragione la sua amministrazione non lo abbia ancora rimesso in moto. Perché ormai il punto più imbarazzante non è neppure che la gara non sia stata fatta. È che, dopo tutto questo tempo, Torino non abbia ancora deciso come uscire da una situazione che essa stessa, dodici anni fa, aveva giudicato non più sostenibile.

E qui le lungaggini del passato non possono diventare l’alibi del presente. Appendino risponde dei suoi cinque anni, Fassino degli anni precedenti. Lo Russo, invece, ha una responsabilità politica che attraversa due stagioni: era l’assessore competente quando il problema esplose ed è il sindaco sotto il quale, dodici anni dopo, non è stato ancora risolto. Il resto è storia. Gli irrisori 2.500 euro l’anno, invece, continuano a essere il presente.

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