OBITUARY

È morto Enzo Bianchi, monaco inquieto del mainstream

Scrittore, predicatore, volto televisivo e infine "esule" a pochi chilometri da Bose, la comunità che aveva fondato. Si è spento alle Molinette a 83 anni. Per mezzo secolo ha insegnato alla Chiesa il valore dell'ascolto e del confronto. Tra molte contraddizioni

Enzo Bianchi è morto questa mattina all’ospedale Molinette di Torino. Aveva 83 anni e le sue condizioni si erano aggravate negli ultimi giorni per uno scompenso renale che lo aveva portato al coma metabolico. Fondatore della Comunità monastica di Bose e, dopo la traumatica separazione dalla sua creatura, della Fraternità della Madia ad Albiano d’Ivrea, Bianchi è stato per oltre mezzo secolo una delle figure più note, ascoltate e controverse del cattolicesimo italiano.

Adesso arriveranno, come è naturale, i ricordi. E saranno quasi tutti encomiastici. Il profeta dell’ecumenismo, il monaco del dialogo, l’uomo della Parola, l’intellettuale capace di parlare ai lontani, il cristiano inquieto che frequentava patriarchi e cardinali, filosofi e politici, credenti e atei. Tutto vero. Ma la morte non obbliga a riscrivere le biografie.

E quella di Bianchi contiene anche una lunga e amarissima contraddizione: l’uomo che aveva fatto dell’alterità, dell’ascolto e della fraternità la propria predicazione pubblica concluse la sua esperienza a Bose nel mezzo di una frattura tanto grave da provocare una visita apostolica e infine un provvedimento della Santa Sede che gli impose di lasciare la comunità da lui fondata.

Dal silenzio di Bose al megafono

Era nato il 3 marzo 1943 a Castel Boglione, nell’Astigiano. Perse la madre Angela quando aveva appena otto anni e crebbe con il padre, ateo e comunista. Dopo il diploma in ragioneria iniziò gli studi di Economia, ma nel 1965 scelse un’altra strada: si ritirò in una cascina a Bose, frazione di Magnano, nel Biellese. Era l’8 dicembre, giorno della conclusione del Concilio Vaticano II.

Tre anni dopo arrivarono altri compagni di strada: uomini e donne, cattolici e protestanti. Un esperimento allora decisamente poco convenzionale, guardato inizialmente con diffidenza dalle gerarchie ecclesiastiche e sostenuto dal cardinale Michele Pellegrino.

Bose cresce. E cresce soprattutto il suo fondatore. Quella cascina sulla Serra diventa uno dei luoghi più frequentati del cattolicesimo postconciliare. Arrivano vescovi, teologi, intellettuali, politici. Si discute di Scrittura, ecumenismo, spiritualità, cultura contemporanea. Bianchi conosce Roger Schutz, incontra Athenagoras, frequenta il Monte Athos, collabora per decenni con il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Giovanni Paolo II lo inserisce nella delegazione che nel 2003 porta a Mosca al patriarca Aleksej II l’icona della Madre di Dio di Kazan’.

Nel frattempo il monaco che aveva scelto il silenzio diventa uno degli uomini di Chiesa con maggiore esposizione pubblica in Italia. Libri, giornali, conferenze, interviste, televisioni, festival. Bianchi parla di tutto e a tutti. Con indubbia capacità. E con una presenza pubblica talmente forte da rendere progressivamente difficile distinguere Bose da Enzo Bianchi ed Enzo Bianchi da Bose. Un dettaglio non proprio secondario per una comunità la cui Regola raccomandava di rispettare «l’andatura di ciascuno» ed evitare che essa diventasse la copia della personalità del fondatore.

Il priore lascia. Ma resta

Nel dicembre 2016 arriva il passaggio che dovrebbe segnare l’inizio del dopo-Bianchi. Il fondatore annuncia le dimissioni da priore, formalizzate nel 2017. Lascia il comando, ma non Bose. Ed è qui che la grande costruzione comincia a mostrare le crepe. La successione si rivela assai meno pacifica di quanto ci si sarebbe aspettati da una comunità che per decenni aveva fatto della fraternità quasi un programma ecclesiologico. Il vecchio priore rimane una presenza ingombrante. I rapporti interni precipitano. Le tensioni diventano tali che Roma decide di intervenire.

Nel 2019 viene disposta una visita apostolica. La conclusione arriva nel maggio 2020, quando un decreto approvato da papa Francesco dispone l’allontanamento di Bianchi e di altri membri dalla comunità. Alla base del provvedimento viene indicata una situazione di grave tensione e di turbamento della vita fraterna. È il punto sul quale ogni santino postumo rischia di infrangersi. Perché il problema non riguarda un incidente marginale nella biografia del fondatore di Bose. Riguarda esattamente ciò di cui Bianchi aveva parlato per una vita: comunità, autorità, limite, relazione con l’altro. Predicare la rinuncia al proprio io è relativamente semplice. Più complicato è scoprire che, a un certo punto, tra le cose alle quali rinunciare c’è anche la propria creatura.

L’obbedienza, soprattutto degli altri

Bianchi visse quel provvedimento come una profonda ingiustizia. Parlò apertamente del proprio «esilio» e non nascose mai la sofferenza per ciò che gli era accaduto. I suoi amici descrissero la vicenda addirittura come un “parricidio”. Secondo questa lettura, il fondatore sarebbe stato progressivamente emarginato dalla comunità alla quale aveva consegnato la vita e colpito da provvedimenti vaticani dei quali non avrebbe mai ricevuto spiegazioni soddisfacenti.

È una versione. L’altra è quella che emerge dalla durezza stessa dell’intervento romano: la permanenza del fondatore era diventata incompatibile con il ristabilimento di un equilibrio nella comunità. E non fu certo un passaggio edificante. Né per Bose né per Bianchi né per una Chiesa che gestì una vicenda delicatissima con procedure e silenzi destinati inevitabilmente ad alimentare recriminazioni. Resta però un fatto: papa Francesco approvò personalmente il provvedimento. Proprio quel Francesco con il quale Bianchi aveva avuto rapporti cordiali e dal quale, negli anni successivi, sarebbe stato nuovamente ricevuto.

Una riconciliazione che non cancellò il passato e che Bianchi utilizzò anche per ribadire la propria fedeltà ecclesiale. Il vecchio ribelle di Bose, negli ultimi anni, sembrò assai desideroso che non restasse di lui l’immagine dell’uomo entrato in rotta di collisione con Roma. Un ravvedimento operoso, verrebbe da dire. O forse soltanto l’ultimo tentativo di sistemare i conti di una biografia ecclesiastica diventata molto più accidentata della leggenda.

L’esilio a pochi chilometri

Dopo un periodo trascorso a Torino, Bianchi ripartì. E anche qui lo fece alla sua maniera. Non scelse un eremo sperduto né una lontana abbazia. Acquistò con l’aiuto di amici una cascina ad Albiano d’Ivrea, a poca distanza da Bose, e diede vita alla Casa della Madia, poi Fraternità della Madia. Insomma, uscito dalla porta, rimase prudentemente nei dintorni. Con lui alcuni fratelli e sorelle. E attorno a lui ricominciarono presto a gravitare amici, ospiti, intellettuali, uomini di Chiesa e semplici frequentatori. Il fondatore spodestato tornò a fare ciò che aveva sempre saputo fare meglio: fondare.

A ottant’anni cucinava per gli ospiti, organizzava incontri, coltivava relazioni, scriveva, predicava. Il “guru di Albiano”, come lo abbiamo chiamato più di una volta su queste colonne, non aveva nessuna intenzione di ritirarsi in un angolo. E forse proprio questa straordinaria vitalità spiega tanto il fascino quanto i problemi di Enzo Bianchi. Era difficile immaginarlo comprimario.

Il monaco che piaceva fuori dai monasteri

Ridurre Bianchi alla rovinosa conclusione dell’esperienza di Bose sarebbe comunque sciocco. Ha avuto un ruolo importante nell’apertura del cattolicesimo italiano al dialogo ecumenico e nel recupero della centralità della Scrittura. Ha saputo parlare a un pubblico che spesso non avrebbe ascoltato un vescovo né varcato la porta di una parrocchia.

A Bose sono passati teologi, filosofi e intellettuali diversissimi tra loro. Bianchi dialogava con Massimo Cacciari, Umberto Galimberti, Massimo Recalcati. Frequentava Lucio Dalla e Vinicio Capossela. Aveva rapporti con il mondo ortodosso, con i protestanti e persino con comunità buddhiste. Una capacità di relazione fuori dal comune. Talvolta anche una capacità fuori dal comune di stare al centro di quelle relazioni. Ed è probabilmente qui il tratto che rende Bianchi molto più interessante della sua agiografia: la tensione continua fra il monaco e il personaggio, tra la comunità e il fondatore, tra il predicatore del nascondimento e una personalità pubblica che di nascosto ebbe ben poco.

Perfino alcuni che avevano condiviso o frequentato a lungo l’esperienza di Bose finirono per contestargli proprio questo: l’allontanamento dallo spirito originario, il crescente protagonismo personale, persino il gusto per appellativi e riconoscimenti assai poco compatibili, a loro giudizio, con la radicalità degli inizi. Il ragazzo che nel 1965 era andato a Bose per cercare Dio nel silenzio era diventato un’autorità morale nazionale. Non è necessariamente una colpa. Ma è certamente una trasformazione.

Alla fine, il limite

Negli ultimi anni Bianchi tornò spesso a parlare della morte. Non era un tema nuovo. “Vivere la morte”, uno dei suoi libri più personali, risaliva a molti decenni prima e fu poi ripreso dall’autore ormai ottantenne. Scriveva che «la morte resta un enigma» e confessava una fede divenuta con il tempo più abitata da domande e dubbi. Diceva che era rimasto, soprattutto, «l’amore per il Signore». Forse è il punto dal quale guardare oggi anche le sue contraddizioni senza bisogno né di cancellarle né di trasformarle in una requisitoria funebre.

Bianchi ha predicato per una vita il limite e negli ultimi anni ne ha conosciuto uno durissimo. Ha costruito una comunità e ha dovuto lasciarla. Ha parlato della fraternità e ha vissuto una delle più traumatiche lacerazioni comunitarie della recente storia ecclesiale italiana. Ha insegnato il distacco e ha faticato terribilmente a separarsi dalla propria opera. Ha cercato l’unità tra Chiese divise e non è riuscito a conservarla nella casa che aveva fondato.

C'è quasi troppa materia per una parabola. Fino agli ultimi mesi, nonostante la dialisi e una salute sempre più fragile, continuava a progettare incontri. Il 3 agosto aveva partecipato ai funerali dell’amico don Antonio Mazzi; pochi giorni dopo aveva celebrato con la fraternità la Trasfigurazione. Aveva appuntamenti già fissati per l’autunno e persino un corso di cucina che avrebbe dovuto guidare personalmente.

È morto questa mattina alle Molinette. Aveva scritto di sperare, arrivato il momento, di poter dire: «Mi rallegro perché mi dicono: andiamo alla dimora del Signore!». Adesso il giudizio su Enzo Bianchi non appartiene più ai confratelli di Bose, ai visitatori apostolici, ai suoi estimatori, ai suoi detrattori e neppure ai giornalisti. Per un uomo che ha passato buona parte della vita a discutere di Dio, è arrivato finalmente l’incontro senza moderatore. E, conoscendo fratel Enzo, non è affatto detto che a parlare per primo sarà il Padreterno.

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