Il lungo agosto dell'ignavia
Claudio Chiarle 08:00 Mercoledì 02 Settembre 2026
Che cosa ci lascia questo caldissimo agosto del 2026? Dibattiti inutili e fuorvianti, alcuni accadimenti sottovalutati ma importanti, un forte moto di solidarietà e qualche novità in casa Stellantis e per Mirafiori. Su tutto, però, domina l’ignavia politica.
Il primo è lo stucchevole dibattito su via Roma, dove dagli analfabeti da tastiera agli avversari politici del sindaco, fino ad architetti e designer di fama mondiale, in molti hanno perorato la causa degli alberi.
Dico subito che via Roma è bellissima così come è stata progettata: spaziosa, luminosa, con l’ombra perenne dei portici e una prospettiva eccellente. Senza alberi, alberelli, cespugli e vasi. Provate a mettervi all’ombra del Caval ’d Brons e guardate, senza ostacoli, la prospettiva verso Palazzo Reale. Magnifica. Oppure, dall’altro lato, spingete lo sguardo fino ai giardini Sambuy e alla bella facciata di Porta Nuova.
Agli asini da tastiera e alle archistar vorrei chiedere se abbiano mai fatto un calcolo costi-benefici dello sviluppo del verde in città. Perché discettare su una tastiera o rilasciare interviste è comodo e non costa nulla, anzi dà popolarità.
Dunque, se si vuole vedere un po’ più di verde, quanti alberi servono? Mille? Bene. Se si vuole anche godere di un po’ d’ombra entro dieci anni, servono alberi già di almeno tre metri. Costo? Non meno di 100 euro ciascuno. Poi, perché non secchino, bisogna innaffiarli almeno per tre anni, con almeno cinque litri d’acqua al giorno, praticamente tutti i giorni per almeno cinque mesi l’anno, visti i cambiamenti climatici.
Quanti litri d’acqua servono in un anno, soprattutto nei periodi di siccità? E considerando che un giardiniere lavora 420 minuti al giorno, quanti operai servono, per quanto tempo e con quale costo di manodopera da sommare al resto?
Ecco, qualcuno dei tastieristi, degli architetti o dei designer di città ha fatto questi conti e poi ha chiesto al sindaco di Torino quanti soldi può effettivamente spendere? Ci vorrebbe un Pnrr nazionale solo per il verde pubblico. Ma evidentemente è troppo difficile e, politicamente, poco conveniente da fare.
Il Safe, una scelta giusta
Il secondo tema è la decisione del Governo di ricorrere al Safe, accompagnata dalle ridicole giustificazioni addotte da Tajani. Nei contrapposti estremismi della politica nessuno riconosce mai la giustezza di un’azione dell’altro, ma il Safe è una scelta corretta, presa dal Governo con molti mal di pancia nella maggioranza e osteggiata maldestramente dall’opposizione.
Serve per difesa ed energia, non toglie soldi ad altri interventi sociali e aiuta le imprese italiane a rimanere competitive attraverso partnership e programmi condivisi con le altre aziende della difesa europea, in attesa che l’Unione Europea, oggi molto divisa e in difficoltà, fatta eccezione per i Volenterosi, riesca finalmente a costruire una difesa comune.
Ucraina, le ipocrisie di destra e sinistra
Il terzo tema è il sostegno all’Ucraina, con l’ipocrisia meloniana e della maggioranza nel nascondere gli aiuti militari e, dall’altra parte, l’opportunismo di Conte e dei Cinque Stelle che, insieme ad Avs, si schierano contro l’invio di armi, ovviamente in compagnia della Lega di Salvini e di Vannacci.
Il sostegno militare va garantito all’Ucraina. I Samp/T-NG o il sistema Grifo sono sistemi antimissile difensivi e il loro munizionamento, come i missili Aster, può rappresentare un’alternativa ai Patriot americani.
Vogliamo essere autonomi da Trump, come si invoca a sinistra? Allora dobbiamo essere noi europei a fornire all’Ucraina le armi necessarie per difendersi. Altrimenti si è ipocriti, incoerenti e anche opportunisti. A destra, invece, per calcolo elettorale si nascondono le scelte, diventando pavidi e codardi.
La lezione civile del Mean
Il quarto fatto di rilievo, emerso poco nelle cronache nazionali e in netto contrasto con la miseria della politica, è la brillante e solidale iniziativa del Mean, il Movimento Europeo di Azione Nonviolenta, che dal 25 al 28 agosto ha organizzato un viaggio per incontrare esponenti della società civile e della resistenza ucraina, in particolare a Odessa.
Toccanti le testimonianze dei partecipanti italiani nel raccontare e valorizzare la resistenza delle associazioni e dei civili ucraini agli attacchi russi contro la popolazione.
Ma soprattutto l’iniziativa, come emerge dai racconti dei partecipanti, non si riduce a un’astratta richiesta di pace: è una concreta azione di sostegno alla resistenza civile e alle ragioni complessive dell’Ucraina nel difendersi dall’invasione e dagli attacchi russi. Un’azione di pace e di sostegno, ma anche un preciso schieramento in difesa dell’Ucraina, attraverso un contributo civile alla sua popolazione.
A fornire i sistemi di difesa dovrebbero invece pensarci maggioranza e opposizione unite. Ma ho già detto della loro viltà e ambiguità politica, rafforzata dal fatto che il Governo traccheggia anche sulla partecipazione, insieme ai Volenterosi, a eventuali esercitazioni.
Un’esercitazione non significa dispiegare forze militari in Ucraina. E una forza multinazionale pensata per garantire un eventuale cessate il fuoco dovrebbe servire innanzitutto non a combattere, ma a rendere troppo costosa per Mosca una nuova aggressione.
È la logica della deterrenza. E la deterrenza vive di capacità, ma soprattutto di credibilità. Le esercitazioni servono precisamente a trasformare una dichiarazione politica in qualcosa di osservabile. Se Mosca “osserva” la superiorità della Nato o dei Volenterosi, rallenta o rinuncia all’azione militare.
La deterrenza e l’Italia che non c’è
Non è un caso, e veniamo al quinto fatto agostano, che l’Italia non abbia partecipato all’esercitazione Nato ai confini dell’enclave russa di Kaliningrad, dove sono dislocate importanti forze russe nel Baltico e dove è presente anche una significativa componente nucleare.
La Francia, insieme alla Polonia, sotto il comando Nato e con la partecipazione di altri Paesi dell’area, ha svolto un’esercitazione che ha dimostrato la capacità dell’Alleanza di “accecare” i sistemi elettronici dell’apparato militare russo e di comprometterne l’operatività. Quest’azione ha un grande valore politico e diplomatico, perché mostra ai russi la superiore capacità tecnologica della Nato e svolge quindi una funzione di deterrenza.
La deterrenza militare ha un grande valore anche sul piano delle trattative e della ricerca di una possibile pace, perché dimostra all’avversario, senza arrivare al conflitto, che un eventuale attacco contro forze tecnologicamente superiori avrebbe costi altissimi. E che, dunque, è meglio ricorrere alla diplomazia e agli accordi. Ma l’Italia non c’era.
Agosto ha dimostrato quanto l’attuale Governo, anche per i problemi di tenuta della maggioranza, sia rimasto ai margini delle scelte che, pur con tutte le difficoltà, i Paesi europei stanno cercando di compiere. Quello che viene presentato come equilibrismo nelle scelte politiche è in realtà un tatticismo esasperato e quotidiano, inconcludente e dannoso per il Paese.
Bonaccini e il Pd che non sa più chi rappresenta
Come sesto evento agostano, non certo saliente ma ormai alla soglia del ridicolo, c’è la dichiarazione di Bonaccini, presidente del Pd, e il successivo dibattito.
Il problema non è ciò che ha detto Bonaccini. Il problema è che un esponente del Pd senta ancora il bisogno di pronunciare quella frase, commentando un’analisi sociologica sull’orientamento di voto dei ceti bassi e popolari.
Il Pd, che rappresenta anche la storia e il percorso compiuto dai grandi partiti popolari, dal Pci alla Dc, passando per una parte del Psi e per le culture liberale e repubblicana, dovrebbe rappresentare proprio quei ceti: i più poveri e i più deboli, che costituiscono ancora una parte consistente della popolazione italiana. Dovrebbe domandarsi non perché votino a destra, ma perché la sinistra non li rappresenti più. E trarne le conseguenze.
Non c’è bisogno di commentare: bisogna tenere la testa bassa e lavorare. E se un dirigente della sinistra non sa più che i ceti più deboli dovrebbero essere il primo riferimento della sua azione politica, allora farebbe meglio a cambiare mestiere.
Per chiudere la carrellata sulla politica e sui politici non mi resta che citare Cesare Pavese in Feria d’agosto: “Una volta, quando veniva l’estate, andavamo in barca. La si prendeva al ponte, ci si metteva in mutandine, e si arrivava fino ai boschi. Ci stavamo tutto il pomeriggio”. Forse sarebbe stato meglio.
Mirafiori, Dumarey e la nuova Stellantis
Gli ultimi accadimenti feriali non sono politici, ma concreti, industriali e operativi per Torino. E, almeno in parte, positivi.
Il primo è l’annunciato e possibile insediamento di Dumarey nelle aree di Tne a Mirafiori. Non arriva, almeno per ora, il motore Stellantis, ma l’esperienza dell’ex Punch, con circa 700 dipendenti, e la sua attività di ricerca sui motori a idrogeno e a basse emissioni rappresentano un buon viatico per l’area di Mirafiori. E magari consentono di sperare, in futuro, in una collaborazione in campo motoristico con Stellantis.
Stellantis, da parte sua, continua a sviluppare aggiornamenti e novità sui suoi motori, dall’idrogeno al diesel e all’ibrido. Ma oggi, martedì 1° settembre, di fronte al nuovo fermo di Mirafiori, sento nuovamente politica e sindacato parlare di nuovi modelli aggiuntivi, confermando quanto siano estranei alla realtà e alle prospettive industriali.
Nel frattempo l’amministratore delegato di Stellantis, Antonio Filosa, continua a rinnovare le prime file dell’azienda, con l’arrivo di Arnaud Belloni, proveniente da Renault, come nuovo Ceo di Fiat, Abarth e Lancia. Sostituisce Olivier François, molto vicino a Carlos Tavares.
La costruzione della nuova squadra di Filosa procede di pari passo con la realizzazione del piano FaSTLAne 2030. E se la politica e il sindacato torinesi non ripensano le proprie strategie su Mirafiori e, più in generale, sull’automotive del territorio, il rischio è di restare fermi. O, meglio, “attaccati” al palo.


