C'era una volta il giornalismo d'inchiesta

Sarebbe difficile mettere in fila i vari tasselli quando si parla, oggi, del giornalismo di inchiesta. Perché se uno sfoglia anche solo distrattamente molti giornali arriva ad una conclusione quasi agghiacciante nonchè surreale. Ovvero, il giornalismo di inchiesta si identifica nel nostro paese sostanzialmente con l’ex conduttore di Report, cioè Ranucci, il “fraterno amico” di Valter Lavitola. Tutto ciò che non rientra nella produzione di Report riconducibile al marchio Ranucci è, di fatto, un giornalismo di spazzatura. E ancora, sempre sfogliando distrattamente molti quotidiani e ascoltando alcuni talk televisivi - sempre secondo la narrazione della sinistra italiana - siamo e per l’ennesima volta alla vigilia di una dittatura, la libertà di informazione è sempre più a rischio perché di fatto azzerata, la democrazia è sospesa, il giornalismo di inchiesta cancellato e, in ultimo ma non per ordine di importanza, la Costituzione è sfregiata.

Ora, una persona normale e di buon senso che, puntualmente, non si accorge di tutto ciò che viene denunciato da alcuni organi di informazione, si pone una domanda persin banale. E cioè, si chiede: ma da quando c’è questo rischio concreto e drammatico? E da quando sarebbe iniziata questa pericolosissima deriva per la conservazione della libertà e della democrazia nel nostro paese? La risposta è semplicissima: da quando Ranucci non è più il conduttore di Report e dopo la vicenda giudiziaria/penale - sempre più inquietante, complessa, intricante e paradossale - legata alla bomba scoppiata di fronte all’abitazione del giornalista.

A fronte di questa narrazione sul tramonto della nostra democrazia, della libertà e della stessa Costituzione che rasenta sempre più la comicità e il cabaret, credo sia importante evidenziare un solo aspetto, al di là di tutti i risvolti chiaramente politici e partitici della vicenda legata, appunto, al duo Ranucci/Lavitola. E l’aspetto principale da affrontare riguarda proprio il profilo, la qualità e i contenuti del cosiddetto giornalismo di inchiesta, soprattutto quello televisivo. E, senza farla lunga, credo sia importante sottolineare che il giornalismo di inchiesta televisivo - soprattutto quello del servizio pubblico - non può diventare una sorta di teorema politico precostituito dove si individua un nemico politico e poi lo si distrugge attraverso la prassi giornalistica; dove non si può pregiudizialmente criminalizzare politicamente il nemico individuato; dove si dedica al nemico politico individuato la stragrande maggioranza dei servizi giornalistici e, in ultimo ma non per ordine di importanza, dove non ci si atteggia ad eroi politici conducendo programmi di inchiesta giornalistica.

Al riguardo, abbiamo la fortuna di potere fare dei confronti con il passato del giornalismo di inchiesta nel servizio pubblico radiotelevisivo. Penso, per fare l’esempio più autorevole, al cosiddetto “modello Zavoli”. Cioè quel Sergio Zavoli che era, è e resta il più grande giornalista di inchiesta che la Rai abbia avuto nella sua ormai lunga storia. Ovvero, un giornalismo di inchiesta che non è mai stato politicamente militante; un giornalismo legato ai fatti e dove le opinioni politiche del conduttore di turno non hanno il sopravvento; e, infine, un giornalismo che non è un manganello contro il nemico politico ma uno strumento di approfondimento che permette al cittadino/telespettatore di farsi una opinione.

Ecco perché non c’è nulla da inventare. Oltre, come ovvio, a non prendere neanche in considerazione i rischi che vengono denunciati sulla fine della nostra democrazia dopo il caso “Ranucci/Lavitola”. Sì tratta, semplicemente, di prendere atto che se si vuole ridare fiato e sostanza ad un vero giornalismo di inchiesta, abbiamo anche dei modelli concreti a cui guardare. Tra tutti, lo ripeto ancora una volta, il “modello Zavoli”. Che non è affatto da archiviare o da storicizzare, soprattutto di fronte ad un giornalismo di inchiesta che è diventato solo un giornalismo di militanza politica e partitica.

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