“Il Pd non smetta di fare il Pd”. Delrio fissa i paletti a Schlein
Davide Depascale 07:00 Giovedì 03 Settembre 2026L'ex ministro, protagonista della serata inaugurale della Festa dell'Unità torinese, lancia un messaggio alla segretaria rivendicando la centralità dei cattodem: "La nostra è una cultura fondativa del partito". E le primarie "non sono un concorso di bellezza"
Suona piuttosto paradossale che l’ospite scelto per aprire la Festa dell’Unità di Torino sia tra quelli indiziati di lasciare il Partito Democratico da qui a breve. Se ne parla da tempo, ma a oggi Graziano Delrio vede ancora uno spazio di manovra per l’area cattolico-democratica, nonostante la guida di Elly Schlein abbia spostato il Pd su posizioni massimaliste. «La nostra è una cultura fondativa del partito, che non deve perdere la sua vocazione originale», racconta allo Spiffero.
E stasera è pronto a ribadirlo anche sul palco del Parco Ruffini, nella giornata inaugurale della kermesse torinese, dove il senatore ed ex ministro parteciperà a un dibattito sul tema della pace, tema che continua a creare non poche divisioni all’interno del campo largo. Proprio per questo lancia un avvertimento sulle primarie: «Non siano un concorso di bellezza: prima va definito un progetto e trovata una sintesi».
Senatore Delrio, alcuni esponenti della minoranza dem sono usciti, i cattodem sono rimasti ma sembrano con un piede sull’uscio. Questo Pd è ancora il vostro partito?
«Intanto va ricordato che la cultura cattolico-democratica, insieme a quella socialista e a quella liberal-democratica, è una cultura fondativa del Pd. Questo partito nasce da un’idea di Paese più giusto, più attento ai diritti individuali e ai diritti sociali, un Paese che è protagonista nel mondo grazie alla sua tradizione democratica, che appunto deve in gran parte alla cultura cattolico-democratica. Noi siamo nel Pd perché abbiamo pensato che una grande forza popolare che riunisse queste tradizioni culturali riuscisse a interpretarle modernamente. Per noi il tema è tenere il Pd sulla sua vocazione originale, quella di un partito che fa sintesi e che sta al centro dei problemi».
Questa vocazione si sta perdendo, secondo lei?
«No, può e deve essere mantenuta. Il Pd non può smettere di fare il Pd e diventare il mediatore di istanze di sinistra. Quindi vogliamo che conservi questa sua vocazione originale di partito cerniera tra legittime forze di sinistra e altrettanto legittime forze più moderate, senza trasformarsi in un partito di sinistra massimalista. E questo è anche il motivo per cui diciamo che questa cultura è un patrimonio prezioso che ha ancora molto da dare al Paese. Basti pensare all’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV e alla Laudato si’ di Papa Francesco, che hanno ridisegnato in chiave moderna la dottrina sociale della Chiesa. Poi è chiaro che bisogna anche voler dare ospitalità a questa grande visione».
Lei stasera parlerà di pace. La vostra posizione non è minoritaria all’interno della coalizione?
«Ma guardi che anche noi siamo pacifisti, solo che la nostra non è una posizione pacifista astratta: è un pacifismo integrale. La direzione è quella di non riarmarsi, ma se è necessario investire nella difesa per impedire i cyberattacchi alle nostre banche e alle nostre strutture energetiche bisogna farlo. Se c’è bisogno di realizzare uno scudo spaziale europeo per difendersi dai missili russi, bisogna farlo. È la lezione di Moro, Fanfani, Zaccagnini e di altre grandi figure della storia repubblicana».
Quindi la politica estera può costituire un punto di frattura in vista delle Politiche?
«In questo momento ci sono indubbiamente dei nodi da risolvere. Per noi, per esempio, il fatto che l’Italia non sia tra quegli undici Paesi che sostengono la necessità di un salto di qualità sulla politica estera comune europea, abolendo i diritti di veto e varando una politica di difesa europea, che era il sogno di De Gasperi già nel 1952, è un grande problema. Per quanto mi riguarda, il centrosinistra deve far sì che l’Italia torni protagonista del percorso di integrazione europea. A fronte di quello che sta succedendo nel mondo, non affronti problemi globali come l’immigrazione, lo strapotere della finanza e delle compagnie digitali con l’Italietta. Li affronti se hai una sovranità europea piena. E se nel centrosinistra non riusciamo a dire con chiarezza che l’Italia deve essere alla guida di questo processo di integrazione, a me sembra che la nostra proposta sia debolissima».
Pensavo più alla guerra in Ucraina e al conflitto israelo-palestinese, dove mi pare ci siano forti divergenze all’interno dello stesso Pd.
«Saranno più di trent’anni che faccio cooperazione con i territori palestinesi, sono da sempre un sostenitore della causa palestinese e penso che chiunque sia amico di Israele debba essere a favore della creazione di uno Stato palestinese. Detto questo, non si può pensare che la politica estera si faccia con il bianco e il nero, ovvero che tutte le colpe ricadano su Israele mentre Hamas, Hezbollah e l’Iran non hanno responsabilità nella destabilizzazione del quadro. Da un lato bisogna dire che il governo israeliano difende dei terroristi e dei razzisti come i coloni che sparano sui palestinesi e ha al suo interno figure di estrema destra con cui non ho niente in comune. Questa è la politica. Un esempio bellissimo viene dal Presidente cristiano del Libano Aoun, che sta cercando di firmare uno storico accordo di pace con Israele, garantendo sovranità e sicurezza a entrambi i popoli attraverso il disarmo di Hezbollah. In questo senso dico di fare attenzione ad assumere, in politica estera, posizioni che pretendano di risolvere tutto con gli slogan. I cattolici democratici alla protesta preferiscono la proposta: l’indignazione va bene, ma poi bisogna capire come si costruiscono le condizioni per la convivenza e per la pace».
Ritornando alle faccende di casa nostra, le primarie possono essere lo strumento giusto per decidere chi sarà il leader?
«La questione è nelle mani di coloro che guidano i partiti. Ci sono due soluzioni altrettanto dignitose: una è che i leader si trovino insieme e si decida di dare la guida della coalizione al partito che prende più voti, come si fa in tutte le democrazie europee. L’altra soluzione è quella delle primarie, che pure è legittima, a patto che non siano un concorso di bellezza o uno scontro all’ultimo sangue, ma un confronto che parta da una base programmatica comune. Sono uno strumento democratico, a patto che dietro ci sia un progetto, altrimenti sono scatole vuote. Non possiamo fare le primarie per sapere se continuare o meno il sostegno all’Ucraina: non è pensabile una cosa del genere. Bisogna trovare una sintesi che tenga assieme le ragioni di tutti».
È possibile trovarla su una questione così spinosa come l’Ucraina?
«Ma anche qui, io non ho niente in contrario al primato della diplomazia e all’affermazione che presto o tardi bisognerà intraprendere un dialogo con la Russia. Ma non ho nemmeno dubbi nel dire che, se si interrompono gli aiuti europei, l’Ucraina finisce in mani russe. Da qui si possono trovare delle soluzioni comuni, ma l’importante è che ci si presenti alle primarie avendo trovato un punto di equilibrio sulle questioni più spinose, che non possono essere affrontate nei comizi».
E se si decidesse di fare le primarie, voi cattolici democratici sosterreste la segretaria del vostro partito o proporreste una candidatura alternativa? Penso, ad esempio, a Ernesto Maria Ruffini, che proviene da quella stessa cultura.
«Al momento non c’è nessun candidato, non ci sono primarie, non ci sono le regole, non c’è nulla. Non sappiamo se saranno a turno unico, a doppio turno o, soprattutto, se ci saranno. La vera cosa a cui siamo chiamati oggi è definire, dare il nostro contributo come cattolici democratici affinché il centrosinistra abbia una proposta di governo credibile e seria, come impone quel pragmatismo degasperiano che cito spesso. Le questioni centrali per noi sono l’Europa, come dicevo, la transizione ecologica e il tema dell’immigrazione, che è una questione di dignità e di visione e non può essere delegata alle parole d’ordine della destra».
E restate fiduciosi che queste proposte possano trovare spazio all’interno del Pd di oggi?
«Noi siamo dirigenti di questo partito, vogliamo influenzarne le scelte perché vogliamo portarlo a essere il partito che guida questo Paese, ma che lo guida sulla strada non dell’estremismo e delle visioni manichee, bensì di visioni realistiche e coerenti con la nostra cultura. Poi essere ascoltati o meno non dipende da noi, ma finché ci sarà questa disponibilità metteremo tutte le nostre energie nel dare il nostro contributo».


