UNDERSTATEMENT SABAUDO

Esageruma nen. Tranne in via Roma

Dodici milioni per completare una pedonalizzazione iniziata venticinque anni fa. Intanto fontane, giardini e parchi aspettano. Il problema non è che il centro diventi ancor più bello: è che Torino rischia di diventare una città a due velocità

Settembre, per Torino, non è mai stato un mese qualsiasi. Lo è per il ritorno alla vita cittadina dopo l’estate, per gli appuntamenti culturali, per quella particolare sensazione di ripartenza che accompagna da sempre la città. Ma settembre è anche, nella storia torinese, il mese del 7 settembre 1706, quando si concluse vittoriosamente il lungo assedio franco-spagnolo e Torino visse una delle giornate fondative della propria storia.

Quest'anno ricorrono 320 anni da quella vittoria. Non si può dire che il Comune l'abbia dimenticata: grazie al Gruppo Storico Pietro Micca, sono state organizzate cerimonie, rievocazioni, conferenze e mostre. Eppure, confrontando il tono di quelle celebrazioni con la macchina comunicativa messa in campo nel fine settimana appena trascorso per l’inaugurazione della nuova via Roma, viene quasi spontaneo ricorrere a una delle più torinesi espressioni: “esageruma nen”.

La “nuova storia”

Per il 1706, sabaudo understatement. Per via Roma, decisamente meno. Sabato 12 settembre la Città ha organizzato, infatti, una vera festa urbana: taglio del nastro, musica, danza, spettacoli, musei aperti, installazioni, negozi coinvolti e una lunga celebrazione di quella che è stata presentata come la “nuova storia” di via Roma. L’intervento è costato 12 milioni di euro, provenienti dal programma PN Metro Plus 2021-2027, e ha comportato la completa sistemazione dell’asse, con pavimentazione uniforme in pietra, carreggiata portata al livello dei marciapiedi, abbattimento delle barriere architettoniche e nuovi arredi. Tutto legittimo e, sotto molti aspetti, anche bello.

Ma proprio una celebrazione di tali proporzioni suggerisce una domanda: che cosa è stato realmente deciso da questa Amministrazione e che cosa, invece, appartiene a una storia molto più lunga? Perché la pedonalizzazione di via Roma non nasce nel 2026 e nemmeno con la Giunta Lo Russo: bisogna tornare indietro di oltre un quarto di secolo.

Guarda il video dell'inaugurazione

La “lunga storia”

Già nell’ottobre 2000, sotto l’amministrazione di Valentino Castellani, piazza San Carlo diventava isola pedonale nei fine settimana e si iniziava a intervenire sulla circolazione di via Roma. Nel 2001, con Sergio Chiamparino appena diventato sindaco, venne introdotto il divieto di accesso a via Roma nelle ore serali del venerdì e nei giorni prefestivi e festivi, sia da piazza Castello sia da piazza Carlo Felice. Contestualmente venne eliminata la sosta tra piazza Castello e piazza San Carlo.

Nel 2005, ancora con Chiamparino, avvenne un passaggio ben più importante: piazza San Carlo e il tratto di via Roma compreso tra le chiese di San Carlo e Santa Cristina, fino a piazza Cln, diventarono area pedonale permanente, con divieto di circolazione ventiquattr'ore su ventiquattro.

Nel 2014, con Piero Fassino, iniziò la sperimentazione della chiusura del tratto tra piazza San Carlo e piazza Castello. Il risultato fu giudicato positivamente e dal 19 aprile 2015 quella parte di via Roma diventò stabilmente pedonale.

Poi arrivò la giunta di Chiara Appendino. Nel gennaio 2021 sperimentò la chiusura della parte ancora carrabile, quella tra piazza Cln e piazza Carlo Felice, e nel giugno dello stesso anno il Consiglio comunale approvò una mozione che chiedeva esplicitamente di completare la pedonalizzazione di via Roma fino a piazza Carlo Felice.

Dunque, bisogna riconoscere alla giunta Lo Russo ciò che effettivamente le appartiene: aver completato il processo, avergli dato una forma organica e soprattutto aver investito dodici milioni di euro nella riqualificazione fisica dell’intero asse. Ma l’idea della pedonalizzazione, semplicemente, non è sua.

Se volessimo ricorrere a un paragone molto domestico, questa Amministrazione assomiglia all’amministratore di condominio che inaugura la nuova tinteggiatura delle scale: ha certamente seguito e concluso i lavori, magari scegliendo anche una buona vernice, ma la decisione di tinteggiare era stata discussa e votata nelle assemblee precedenti.

E anche la monumentalità di via Roma, sia consentito dirlo, non nasce nel 2026. La via che conosciamo è il risultato della grande trasformazione realizzata tra il 1931 e il 1937, con il contributo dell’Ufficio tecnico municipale e di numerosi progettisti, tra i quali Armando Melis, Giovanni Bernocco, Marcello Piacentini e Vittorio Bonadé Bottino. Fu allora che la strada venne allargata, ricostruita, dotata dei suoi portici e trasformata nel grande asse urbano e commerciale che ancora oggi conosciamo.

La nuova pavimentazione può ovviamente migliorarla, ed è precisamente qui che comincia la questione politica.

La scelta di Lo Russo

Dodici milioni di euro per via Roma sono una scelta. Legittima, certamente. Le risorse utilizzate provengono dal PN Metro Plus e sarebbe scorretto sostenere che, una volta finanziato il progetto, quei dodici milioni potessero essere semplicemente presi il giorno dopo e spostati a piacimento su qualsiasi altra voce di bilancio. Ma anche la programmazione degli investimenti è politica e quindi il confronto tra ordini di grandezza resta non soltanto lecito, ma necessario.

Guarda il video: "La nuova storia"

Fontane (e parchi) a secco

Prendiamo le fontane cittadine. Nel luglio 2021, rispondendo in Consiglio comunale, l’Amministrazione ricostruì una storia piuttosto sorprendente. Nel 2012, per ridurre le spese delle utenze, venne decisa la chiusura generalizzata delle fontane cittadine non monumentali, con poche eccezioni. Nel censimento illustrato allora risultavano 65 fontane e 6 laghi: 71 impianti complessivi, dei quali soltanto 32 funzionanti e 39 non funzionanti.

Il dato forse più significativo è un altro: l’Amministrazione spiegava che le richieste di riattivazione avanzate negli anni non avevano avuto seguito proprio perché avrebbero comportato nuovi costi di acqua, energia e manutenzione. Alcune fontane sono state nel tempo trasformate definitivamente: la fontana della Spina Reale in aiuola, quella di via Oropa anch’essa in aiuola, quella di via Catania in area ludica; per altre si è discusso della stessa possibilità. Non è il destino cinico e baro, ma una scelta amministrativa. Queste scelte possono essere motivate, persino comprensibili, ma restano scelte.

Un esempio quasi paradigmatico è il Giardino Operaie della Fabbrica Superga, in via Verolengo. La fontana centrale, dopo anni di degrado, non è stata recuperata: nel 2024 è stata demolita e sostituita da una pavimentazione. Sono stati rimossi anche il pergolato e alcuni arredi, compresi dei tavoli. Le ragioni addotte riguardavano degrado, vandalismi, bivacchi e problemi segnalati dai residenti. Tutto comprensibile. Ma il risultato urbanistico resta: dove prima esistevano una fontana, un pergolato, tavoli e occasioni di socialità, oggi parte di quelle funzioni semplicemente non esiste più.

È una filosofia che rischia di diventare pericolosamente semplice: se un bene urbano costa troppo da manutenere, invece di aggiustarlo lo si elimina.

Anche i grandi parchi raccontano una storia simile. Parco Europa è stato oggetto di ripetute segnalazioni per panchine danneggiate, fontane spente, vandalismi e manutenzione insufficiente. Villa Genero ha beneficiato di un importante intervento da 330 mila euro, ma immediatamente dopo la riapertura sono rimaste segnalate altre criticità. La Tesoriera, invece, dimostra cosa si può fare quando si investe davvero: circa 850 mila euro per prati, alberature, vialetti, giochi, servizi, arredi, irrigazione e fontana ornamentale.

Sono proprio questi costi reali a permettere un piccolo esercizio, senza fare un computo metrico o un progetto esecutivo: semplicemente un conto spannometrico, dichiaratamente tale, per capire gli ordini di grandezza.

Immaginiamo un programma straordinario che intervenga su una cinquantina di fontane inattive con una media prudenziale di 50 mila euro ciascuna: 2,5 milioni. Aggiungiamo tre grandi parchi problematici con interventi da circa 800 mila euro ciascuno: altri 2,4 milioni. Aggiungiamo tre importanti giardini di quartiere con 250 mila euro ciascuno: altri 750 mila euro.

Siamo a circa 5,65 milioni di euro. Aggiungiamo margini, imprevisti e qualche intervento più oneroso e arriviamo grossomodo a 6-7 milioni. Circa la metà dell'investimento di via Roma.

Naturalmente non significa che con sei milioni si sarebbero potuti risolvere magicamente tutti i problemi del verde torinese. Significa qualcosa di più serio: con una cifra dell'ordine della metà di quanto investito su un singolo asse del centro si sarebbe potuto immaginare un programma straordinario di grande ampiezza su fontane, parchi e giardini distribuiti in numerosi quartieri della città.

Questa è la vera questione, non se via Roma meritasse o meno una nuova pavimentazione.

Centro e periferie

Via Roma era bella prima e sarà probabilmente ancora più bella adesso. Era già in larga parte pedonale e adesso lo è interamente. Era monumentale e continuerà a esserlo. È sempre positivo migliorare ciò che è già bello, ma una città è chiamata soprattutto a scegliere dove migliorare.

Così, mentre sabato sera il centro celebrava la nuova via Roma tra musica, spettacoli e tagli di nastro, poche ore dopo, all’alba di domenica 13 settembre, in Aurora, a circa 1 km di distanza, si consumava l’ennesimo episodio che racconta un’altra Torino: una rissa iniziata nell’area dei giardini e proseguita verso corso Giulio Cesare ha lasciato tre persone ferite, due delle quali trasportate in ospedale in codice rosso.

Da una parte una strada già monumentale, già in buona parte pedonale, nel cuore della zona più prestigiosa della città, sulla quale si investono dodici milioni per renderla ancora più bella. Dall’altra quartieri nei quali la priorità continua a essere molto più elementare: strade e marciapiedi decorosi, verde mantenuto, sicurezza, illuminazione, spazi pubblici utilizzabili, edifici che non degradino, luoghi nei quali una famiglia possa semplicemente vivere normalmente.

È sempre stato così, si dirà: il centro è sempre stato più bello delle periferie. È vero. Ma esiste una differenza enorme tra avere un centro più elegante e periferie dignitose e avere progressivamente una città-vetrina circondata da parti di città alle quali si chiede sostanzialmente di arrangiarsi.

La prima è una normale struttura urbana. La seconda è una frattura sociale.

Un sindaco “dimezzato”

Stefano Lo Russo vinse regolarmente le elezioni del 2021. Nessuna discussione sulla sua piena legittimità democratica. Ma vale la pena ricordare un dato: al primo turno raccolse 140.199 voti su 689.684 elettori, cioè poco più del 20 per cento degli aventi diritto. Al ballottaggio vinse con il 59,23 per cento, ma con un’affluenza ferma al 42,14 per cento.

Questo non diminuisce di un millimetro la legittimità del sindaco, semmai aumenta la responsabilità. Perché un’Amministrazione non governa soltanto per chi vota, né tantomeno soltanto per quella parte di città che ha gli strumenti economici, sociali e culturali per far sentire maggiormente la propria voce.

Lo Russo vinse la campagna elettorale del 2021 portando con sé una sedia pieghevole, simbolo dell’ascolto: sedersi nei quartieri, parlare con le persone, raccogliere problemi e bisogni. Era un’immagine politicamente molto efficace e anche molto bella.

A cinque anni di distanza la domanda non è se quella sedia abbia funzionato elettoralmente: la domanda è se sia rimasta aperta in tutta Torino. Perché la tentazione politica è evidente: in una città con un’astensione enorme è razionale consolidare il consenso dove il consenso esiste già, investire dove gli interventi sono più visibili, rendere ancora più attrattivi i luoghi frequentati da chi partecipa maggiormente alla vita economica e politica della città. Può perfino essere una buona strategia elettorale di consolidamento del proprio elettorato, confidando nell’astensionismo delle periferie, ma non necessariamente è una buona strategia urbana.

Quale Torino?

La Torino desiderabile non è una città nella quale bisogna scegliere tra via Roma e Aurora, tra piazza San Carlo e Falchera, tra Crocetta e Barriera di Milano, ma una città nella quale via Roma può essere bellissima senza che un giardino di quartiere debba perdere la propria fontana perché costa troppo ripararla. Una città nella quale si possono mettere nuove lastre di pietra nel salotto buono, ma si trovano anche i soldi per sostituire una panchina rotta a un chilometro da piazza Castello. Una città nella quale un parco collinare non deve aspettare che il degrado diventi emergenza prima di ricevere manutenzione.

Una città nella quale essere periferia significhi semplicemente essere più lontani dal centro e non essere abbandonati a sé stessi.

print_icon