Torino ferma da quindici anni.
Si gioca tutto in un decennio
07:00 Mercoledì 16 Settembre 2026
Il Rapporto Rota torna a scandagliare la città e mette in fila numeri impietosi: il valore aggiunto pro capite è cresciuto di appena 188 euro, contro i 10mila di Milano. Ma tra Metro 2, Parco della Salute, università e ferrovie arriveranno 9,3 miliardi di investimenti pubblici
C’è stato un tempo in cui a Torino i numeri servivano anche a esercitare il potere. Non nel senso più banale del termine, ma in quello molto torinese di una classe dirigente che pretendeva di conoscere la città per provare a indirizzarla. Banchieri, industriali, professori, fondazioni e istituzioni discutevano di strategie, costruivano reti, misuravano ritardi e potenzialità. Il Rapporto Giorgio Rota è figlio di quella stagione e per oltre vent’anni ne è stato una delle bussole.
In quella storia il nome di Enrico Salza pesa parecchio. Presidente del Sanpaolo e protagonista della finanza e dell’imprenditoria torinese, Salza fu uno degli animatori di quella trama di luoghi, relazioni e occasioni di riflessione attraverso cui il potere cittadino cercava di elaborare una strategia per il dopo Fiat. Il Rota ne rappresentava, per così dire, la cartina di tornasole intellettuale e statistica: demografia, lavoro, innovazione, servizi non erano soltanto dati da pubblicare, ma elementi sui quali chiamare a rispondere chi decideva.
Non a caso basta mettere in fila i titoli dei rapporti per leggere in controluce la biografia recente di Torino. Nel 2008, a due anni dalle Olimpiadi, era Solista e solitaria. L’anno dopo si davano 10 anni per un’altra Torino. Poi vennero Attraverso la crisi, Liberare il futuro, La sfida metropolitana, fino a Recuperare la rotta nel 2017 e all’amaro Futuro rinviato del 2019. Dopo il Covid, dal 2023 al 2025, niente volume organico: il lavoro è proseguito attraverso l’aggiornamento della banca dati.
Adesso il Rapporto torna. E lo fa significativamente con un titolo che sembra recuperare proprio quell’antica ambizione di non limitarsi a descrivere Torino ma provare a indicarle una direzione: Il decennio decisivo. L’edizione 2026 segna infatti una discontinuità metodologica e di contenuti e, per la prima volta, prova a tenere insieme diagnosi, cause e possibili scenari futuri. Il responso non è consolatorio.
Gli altri corrono
Torino non è crollata. È rimasta ferma. E mentre lei restava più o meno dov’era, le città con cui dovrebbe confrontarsi hanno continuato a camminare. Talvolta a correre. È forse questa la conclusione più severa del nuovo Rapporto Rota su Torino 2026, realizzato dal Centro Einaudi e coordinato dall’economista Beppe Russo, che torna a mettere la città sotto la lente dei numeri e questa volta prova anche a guardare oltre, verso un decennio che potrebbe decidere molto del suo futuro.
Il dato che meglio riassume ciò che è accaduto sta in appena tre cifre. Negli ultimi quindici anni il valore aggiunto pro capite torinese è aumentato in termini reali di 188 euro. A Milano l’incremento è stato di quasi 10mila euro, a Bologna di circa 6mila. Non impoverimento verticale, dunque, ma una lunghissima stagnazione che ha progressivamente allargato le distanze.
È da qui che parte un’edizione particolare del Rota. Il rapporto, nato per mantenere vivo il ricordo di Giorgio Rota, cambia infatti in parte registro: non si limita più a misurare lo stato di salute della città, ma prova a risalire alle cause, a comporre una lettura unitaria e soprattutto a capire quali possibilità abbia Torino di cambiare traiettoria.
Una città che ha perso terreno
Il confronto regionale allarga ulteriormente il campo. In quasi trent’anni il Piemonte ha accumulato appena 12 punti percentuali di crescita reale, contro i 27 della Lombardia. Una distanza troppo ampia e troppo persistente per essere liquidata come effetto di questa o quella crisi. Il rapporto la definisce strutturale. E sottolinea un’altra debolezza: una regione capace ancora di esportare, ma che acquista dal resto d'Italia una quantità rilevante di servizi che non riesce a produrre al proprio interno.
Su Torino il problema diventa ancora più evidente guardando all’export. Nel 1998 la provincia valeva il 6,73% delle esportazioni italiane; nel 2025 è scesa al 4,02%. In valori reali l’export torinese è passato da 21,3 a 25 miliardi: appena +17,4% in ventisette anni, mentre quello italiano è cresciuto del 96,8%. Quasi cinque volte tanto.
Non basta neppure attribuire tutto alla storica specializzazione nell’automotive. La sofisticata analisi contenuta nel Rota separa gli effetti della composizione settoriale da quelli geografici e da quelli propriamente competitivi. Il risultato più pesante è proprio quest’ultimo: tra il 1998 e il 2025 l’“effetto competitivo” negativo vale 10,6 miliardi, equivalenti al 13,6% del valore aggiunto medio provinciale. In altre parole, Torino non ha soltanto pagato l’essere molto esposta a settori che hanno attraversato anni difficili: ha perso terreno anche dentro quei settori.
E l’ultimo biennio non consola. Tra il 2023 e il 2025 l’export si è contratto di oltre 3 miliardi, con un effetto competitivo negativo per altri 1,68 miliardi. Il baricentro della crisi rimane l’auto tradizionale, mentre crescono nuovi vettori – aerospazio, ferroviario e alta velocità, agroalimentare premium, chimica specialistica – che per ora non riescono a compensare ciò che si perde dall’altra parte.
Vecchia e con meno giovani
La stagnazione economica si intreccia con quella demografica. Nel 2023 la Città metropolitana contava 2,204 milioni di abitanti e registrava il decimo anno consecutivo di calo. Dal 2013 ha perso il 3,6% della popolazione, una delle contrazioni più marcate fra le grandi aree metropolitane italiane.
Gli over 64 sono ormai il 26,2%, dietro soltanto a Genova e Trieste, mentre nel 2013 erano il 23,4%. E la piramide demografica continua ad assottigliarsi alla base, mentre si gonfia nelle fasce tra 50 e 65 anni. Il che significa che l’invecchiamento è destinato ad accentuarsi.
Persino sul lavoro, dove i numeri recenti migliorano e la disoccupazione è scesa al 7,4%, Torino ha progressivamente perso posizioni rispetto alle altre metropoli del Centro-Nord. E rimane relativamente elevato il ricorso alla cassa integrazione: nel 2023 sono state 21,3 ore per addetto, un livello superato soltanto da cinque città metropolitane meridionali.
Insomma, il Rota non consegna la solita litania sul declino. Fa qualcosa di più scomodo: dimostra che si può perdere terreno anche senza precipitare.
Nove miliardi sul tavolo
Ed è proprio quando il quadro sembra chiuso che il rapporto cambia prospettiva. Tra il 2025 e il 2035 convergeranno infatti su Torino 9,3 miliardi di investimenti pubblici già programmati. Metro 2, Parco della Salute, infrastrutture universitarie, nodo ferroviario, rigenerazione urbana. Una quantità di denaro che il Rota considera paragonabile soltanto al ciclo di investimenti precedente alle Olimpiadi del 2006. A questi potrebbe aggiungersi circa un altro miliardo di investimenti privati legati alla realizzabilità del nuovo Piano regolatore.
Il modello economico utilizzato dagli autori stima che i soli investimenti certi possano produrre, tra effetti diretti, indiretti e indotti, 11,9 miliardi di valore aggiunto e oltre 182mila unità di lavoro cumulate. Includendo gli effetti del Prg si arriverebbe a 13,1 miliardi e circa 200mila unità di lavoro. Non è però scritto da nessuna parte che accadrà. Ed è questo, assai più dei miliardi, il punto del rapporto.
Bilbao o Giappone?
Gli autori mettono sul tavolo tre possibili destini. Nel peggiore, l’investimento pubblico sostituisce semplicemente quello privato e Torino continua a crescere attorno all’1% annuo. Nel migliore, la spesa pubblica genera altra iniziativa economica e si può arrivare al 2,3%. Nel mezzo c’è lo scenario ritenuto più realistico: una crescita tra 1,6 e 1,8%, con circa 2.400-2.700 euro in più di valore aggiunto pro capite nel 2035 rispetto alla traiettoria inerziale.
Per spiegarlo, il Rota usa esempi assai eloquenti. Bilbao, dove l’investimento pubblico ha attirato capitale privato e contribuito a cambiare il destino della città. Il Giappone degli anni Novanta, dove montagne di spesa non riuscirono a risvegliare il settore privato. E il Mezzogiorno italiano, dove troppe volte il denaro pubblico ha finito per sostituire quello che il mercato non metteva. Torino è davanti a quel bivio. Perché dopo anni trascorsi a reclamare infrastrutture, cantieri e risorse, stavolta una parte consistente di quelle risorse c’è. La domanda non è più soltanto quanto spenderà lo Stato, ma cosa nascerà attorno a quella spesa.
Il Rota, in fondo, consegna alla città un conto e insieme un’occasione. Il conto sono quindici anni quasi immobili, quote di export perdute, popolazione che invecchia e una struttura economica che ha faticato a emanciparsi dal proprio passato industriale. L’occasione sono nove miliardi e dieci anni per dimostrare che quella storia può cambiare. Nel 2035 sarà difficile dire che sono mancati i soldi.



